LA SMARRITA VIA DELLA SOLIDARIETÀ | La dignità umana nei tempi dell’Homo oeconomicus

Posted on 17 giugno 2015

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solidarietà_discriminazione_dignità_umanadi Giuseppe Maggiore

Il modo migliore per difendere i propri diritti è tutelare in primo luogo quelli degli altri.

Aldo Busi

Libertà, uguaglianza, fraternità. Tre principi che connotano l’essere umano e che ne ispirano il vincolo di solidarietà, una solidarietà atta a scardinare ogni barriera, tesa a superare ogni differenza di ordine sociale, culturale, religiosa; una solidarietà volta all’accoglienza, all’inclusione, al superamento d’ogni diffidenza e che si propone di annullare concretamente discriminazioni e disuguaglianze. Oggigiorno questi tre principi sembrano ormai relegati a vecchie e superate narrazioni, espressione di un idealismo morto e sepolto, eppure è proprio sul loro lungo e doloroso processo di affermazione che si è formata l’idea stessa della dignità umana, come prerogativa inalienabile, ed è su queste tre colonne portanti che si regge l’intera impalcatura dell’odierna solidarietà_discriminazione_dignità_umana (3)società civile e democratica. Se questi tre principi sembrano oggi rappresentare soltanto un’utopia, la mera espressione di un buonismo o l’ideale di una società umana irrealizzabile, allora è utopia la stessa idea di una sana democrazia, ed è destinato a naufragare ogni progetto di società civile. Non a caso Stefano Rodotà in Solidarietà (Laterza, 2014) dice: “L’esperienza storica ci mostra che, se diventano difficili i tempi per la solidarietà, lo diventano pure per la democrazia”. E non è un caso se proprio ai tre principi sottesi alla solidarietà si sono ispirate molte costituzioni dei paesi democratici, segno di un lungo processo di riflessione e di elaborazione che fa della dignità umana un bene superiore, totalizzante e inalienabile della persona, alla cui tutela debbano indirizzarsi tutte le azioni individuali e collettive. La triade Libertà, Uguaglianza, Fraternità richiama quindi necessariamente alla solidarietà, quale principio volto al reciproco riconoscimento, in quanto esseri uguali, liberi e dotati della stessa dignità. La formulazione di un concetto della dignità umana messa nero su bianco sul fondamentale testo della Dichiarazione universale dei diritti umani (1948), su Convenzioni e Patti internazionali, più volte ribadita nei diversi trattati dell’Unione europea, nonché nelle singole costituzioni nazionali di gran parte dei paesi del mondo occidentale, sta ad indicare quanto essa sia a fondamento di una sana e solida società civile.

Tuttavia, proprio in quel mettere nero su bianco, e nella necessità di farne dei testi normativi per i paesi tra i quali esistono vincoli formali di cooperazione (come quelli dell’Unione europea), emerge quanto quei principi e quei diritti ritenuti fondamentali della persona umana non siano poi così scontati e facilmente demandabili alla libera iniziativa dei singoli cittadini. Se l’uomo ha dovuto far ricorso a trattati, convenzioni e costituzioni, lo ha fatto perché ha scientemente compreso di doversi difendere da se stesso, dalla sua indole inquieta e ambiziosa, e lo ha fatto dandosi una “regolata” attraverso la formulazione di norme vincolanti che stabilissero un limite alla sua libera autodeterminazione che spesso si traduce in smisurata avidità, affinché questa non potesse costituire un danno all’altrui dignità e integrità. Dalla traduzione normativa su un piano istituzionale e giuridico ne consegue che il rispetto e l’applicazione di questi principi siano anzitutto una precisa responsabilità politica di chi è chiamato a governare. È compito di chi governa farsi garante di tutti quei principi che sanciscono la dignità della persona umana, ed è compito di questi adoperarsi attraverso gli strumenti legislativi che ha a disposizione affinché essi vengano rispettati, contrastando e rimuovendo all’occorrenza ogni eventuale impedimento alla loro piena attuazione. La realtà ci mostra purtroppo spesso come, a questo precipuo dovere, sembrano sottrarsi i nostri governanti, in deroga a quanto su quei documenti sopra menzionati viene sancito a chiare lettere, e lo è soprattutto di questi tempi contrassegnati da una crisi che ha posto al di sopra di tutto l’economia, le regole del mercato, la crescita. Questa controtendenza valoriale che s’accompagna all’inadempienza politica si respira un po’ ovunque, in ambito sia nazionale che globale, e rappresenta soltanto uno dei sintomi di una società sempre più confusa e priva di riferimenti forti, cui vien meno un’etica universalmente condivisa in grado di orientare e accompagnare i comportamenti individuali e collettivi nel superiore rispetto della persona e della sua dignità.

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Illustrazione by Iano 2015

L’isteria contemporanea, pilotata dall’inarrestabile processo che pone le logiche di mercato e la crescita a tutti i costi come motore della società, rischia di subordinare tutto alle nude leggi economiche, creando le condizioni ottimali per la disgregazione della dimensione puramente umana. Così, se l’economia diventa la legge e il metro su cui basarsi, tutto rischia di essere mercificato; la società umana si riduce a essere un grande mercato sui cui banchi può finire indistintamente di tutto. I frutti di questo processo sono abbastanza evidenti e tutt’altro che buoni. Il benessere si è tradotto in una smania di consumismo compulsivo, foriero di sempre nuovi bisogni effimeri. L’umanità ridotta ad essere un groviglio di ingranaggi sempre in moto per mantenere incessantemente accesa la macchina dell’economia. Un non-stop su tutti i fronti, che lascia poco spazio alla riflessione, a una presa di coscienza, alla valutazione dei reali costi che tutto questo iperattivismo comporta e dei benefici che se ne hanno in cambio. Cosa gliene viene all’uomo asservito a un tale sistema? Un sistema retto da un’economia tanto più ingorda quanto più povera, incapace, come si sta dimostrando, di garantire un benessere diffuso, incapace di farsi carico di chi è più debole, incapace di nutrire sogni e aspirazioni, incapace di risolvere conflitti e divisioni. I grandi traguardi raggiunti dal progresso tecnologico e scientifico hanno sì potenziato le nostre capacità produttive, consentendoci di svolgere attività e di coprire distanze in tempi e modalità una volta impensabili; ci hanno sì alleviato da molte fatiche e fornito la cura a quasi tutti i nostri mali, fino al punto da allungare considerevolmente la durata della nostra aspettativa di vita, ma a tutto questo progresso si è accompagnato anche un reale benessere?

Illustrazione by Iano 2015

Illustrazione by Iano 2015

La realtà ci mostra che a crescere, più che la qualità della vita, è il dilagare delle disuguaglianze sociali, la concentrazione dei poteri nelle mani di pochi, un degradante stato di permanente precarietà. Precarietà dei sentimenti, precarietà delle relazioni, precarietà del lavoro, e, soprattutto, precarietà di quei diritti connessi alla dignità umana cui si era faticosamente pervenuti e che sembravano una conquista definitivamente acquisita e inalienabile. Che ne è dunque dell’uomo contemporaneo? Su quali principi si fonda la sua dignità e il suo essere parte della comunità universale nel contesto attuale? Lo scenario che si presenta ai nostri occhi contempla il successo di un mercato globale su cui pullula vorticosamente un’umanità sempre più disgregata e allo sbaraglio, alimentata da falsi desideri e illusorie promesse, stordita da una valanga di informazioni inutili e contraddittorie, messa in costante stato dall’erta da una politica del terrore e resa insicura dall’incessante mantra della crisi. È la cruda istantanea di un mondo che ci mostra ogni giorno i segni di un’umanità ansiosa e in perenne stato d’agitazione; un’umanità che annaspa, che lotta per la sopravvivenza, sempre più costretta a vivere di stenti e di espedienti, davanti alla prospettiva di un futuro sempre più fosco e incerto. È l’immagine di un mondo incazzato, contrassegnato com’è da forti squilibri e da cocenti ingiustizie, abitato da un’umanità  perennemente insoddisfatta e frustrata che langue fagocitata nei vorticosi ingranaggi di un inarrestabile e incontrollato sistema economico. La macchina pompa, va avanti, non si può arrestare, e ci vede tutti impegnati in una corsa forsennata, senza che si abbia ben chiara la meta né dei precisi obiettivi da raggiungere. Siamo tutti degli indefessi maratoneti d’una gara di cui si ignorano le regole e tanto più i traguardi. Verso cosa stiamo correndo? E chi guida questo impazzito treno ad alta velocità? Allo stato dell’arte, ciò che ci è dato constatare quale frutto di quest’isteria generale non è affatto lusinghiero. Gli effetti nefasti che questo fantomatico sistema sta producendo sul fronte umano e socio-culturale sono sotto gli occhi di tutti. Non ci resta che constatare lo stato di generale malessere in cui versa la società, prendere atto del prosperare di nuovi conflitti e divisioni, dell’aggressiva rimonta di egoismi nazionali e di sentimenti tribali (identitari, nazionalistici, di cittadinanze esclusive); l’impulso all’esclusione ha il sopravvento sui sentimenti dell’inclusione e dell’accoglienza, l’altruismo cede il passo a un più freddo e spietato egoismo individuale e collettivo.

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In tempi d’incalzante barbarie come questi, a finire sul tappeto con ogni evidenza sono innanzitutto quei principi fondamentali che sanciscono lo spirito di coesione, il senso di responsabilità e di reciprocità su cui dovrebbe basarsi la comunità umana globale. Leggiamo i segni evidenti di questa decostruzione dei rapporti civili nelle parole di sedicenti politici (ormai assidui frequentatori dei salotti televisivi), i cui discorsi, privi d’ogni concreta progettualità e di una ben definita ideologia, sono quasi sempre pervasi da sentimenti pescati nel basso ventre della società, lì dove si annidano gli istinti più atavici e deleteri. Quante infelici sortite richiamano a una logica di branco, di ossessivo sentimento di minaccia avvertito nei confronti dello straniero, dell’intruso, del diverso non gradito. Quanta aggressività nel difendere una supposta famiglia “naturale” peraltro mai esistita. Aggressività che spira come un vento dappertutto, e che è chiaro sintomo di un diffuso malessere sociale, dove si annidano libertà negate, diritti alienati, diseguaglianze, condizioni lavorative sempre più frustranti… Sono, questi, indici che denotano quanto il processo di avanzamento civile sia tutt’altro che completato, e di come esso sia costantemente minacciato da continue ondate regressive. Esempi che dimostrano quanto poco spazio vi sia per il realizzarsi della solidarietà come segno di reciproco rispetto e riconoscimento. D’altra parte, quale nobile sentimento potrebbe mai emergere da siffatta umanità? La realtà attuale ci mostra il dilagare di una guerra tra poveri. Il potere colpisce subdolamente, volta per volta, seguendo la metodica del Dividi et impera. Il potere ci isola in delle categorie, e così facendo ci rende soli e vulnerabili. I risultati, puntualmente, premiano questa consolidata strategia. Perché se i poteri di cui si è succubi sono talmente forti e irraggiungibili, allora è più facile prendersela con chi sta più o meno alla nostra altezza, con chi è più debole, con chi occupa una posizione di poco al di sotto della nostra, con chi non gode delle nostre stesse tutele o diritti.

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Di fronte alle tante e inefficaci forme di carità e di beneficenza, mascherate da solidarietà, cui in molti si adoperano per lavarsi la coscienza (elargizioni di denaro per adozioni a distanza, sostegno a Onlus, raccolte fondi tramite invio di sms ecc.), manca la solidarietà vera, fatta di gesti concreti volti a smantellare situazioni di ingiustizia. Manca forse la capacità di saper guardare oltre il nostro personale tornaconto. Manca la capacità di saper riconoscere che ogni uomo in quanto tale ha il diritto a vedersi riconosciuto nella sua totalità, e che ogni limitazione posta alla sua piena realizzazione personale e sociale, determina uno svilimento della stessa dignità della persona. È facile solidarizzare con i propri colleghi di lavoro, quando l’azienda o l’ente o la scuola per cui si lavora compie delle scelte che vanno a intaccare certi diritti acquisiti; in ciò non vi è nulla di eroico, ma solo opportunismo. Sarebbe una solidarietà più vera e proficua, quella che spingesse gli impiegati statali a scendere in piazza in difesa dei tanti lavoratori dipendenti del settore privato, lì dove la contrattazione di lavoro si traduce in un continuo gioco al ribasso che vede di volta in volta annullato ogni loro diritto; o che gli operai delle fabbriche protestassero per i tanti stagisti sfruttati e sottopagati dietro la promessa di un’assunzione che non arriverà mai. Non servono i Gay Pride fatti da omosessuali che rivendicano il riconoscimento dei propri diritti civili, mentre dall’altro lato della piazza c’è uno schieramento di sedicenti eterosessuali che si improvvisa “Sentinelle in piedi” per opporsi a tale riconoscimento; è opportuno che siano gli etero a manifestare in difesa dei gay, mentre questi ultimi potrebbero impegnarsi contro le diseguaglianze tutt’ora vigenti tra uomo e donna, contro la disparità di trattamento tra padre e madre nelle cause di divorzio o ancora mostrandosi solidali nei confronti delle tante donne vittime di abusi e di violenze. La Chiesa faccia meno discorsi e più gesti concreti di solidarietà. La politica inizi a fare il suo mestiere.

C’è, in definitiva, bisogno di coltivare un’umanità che sappia pensarsi nella sua globalità. C’è bisogno di recuperare una dimensione universalistica della solidarietà, volta verso l’altro da noi, oltre i campanilismi, oltre i localismi, oltre le vecchie e disumane ideologie che spingono verso l’esclusione, l’odio e la discriminazione. Occorre recuperare il principio di solidarietà come antidoto all’incalzante aggressività. Per intraprendere questo percorso di recupero civile e democratico, è necessario che ogni cittadino si assuma la responsabilità del proprio agire. Ogni cittadino deve essere paladino dei principi di libertà, uguaglianza e fraternità, esigere che la classe politica operi nel rispetto di questi principi e negli interessi di tutti i soggetti che compongono la società. In ultima analisi, ogni cittadino che volesse difendere concretamente i propri interessi, deve cominciare col difendere quelli altrui, facendosi strumento insostituibile di solidarietà.

Giuseppe Maggiore

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Cover Amedit n° 23 – Giugno 2015 “Il ragazzo dagli occhi di cielo” by Iano

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