PRIDE, l’unione (fra gay e minatori) fa la forza! | Un film di Matthew Warchus

Posted on 16 giugno 2015

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pride_film_201 (1)di Carlo Camboni

Orgoglio è avere stima di sé, della propria dignità, della propria personalità. È nella nostra natura umana rivendicare per orgoglio, urlare la propria rabbia contro il disagio dell’ingiustizia, coscienti di sé. Contro natura è invece chi rinnega l’orgoglio dell’essere umano terrestre, unica appartenenza irrinunciabile per quel che mi riguarda. Quanto ci costa! Cos’altro in suo nome?

pride_film_201 (2)Ci sono film da valutare come opere in divenire la cui valenza e importanza nella storia del cinema trascende l’opera stessa e il significato che il regista ha voluto imprimere perché per quel che raccontano diventano universali, patrimonio di tutti, colgono l’autenticità di un momento restituito attraverso l’interpretazione dell’autore. Pride è questo e altro perché dimostra una volta di più che nel mondo occidentale evoluto la storia è una narrazione di eventi  che portano evoluzione e cambiamento mentre in Italia intendiamo per storia un autoperpetuarsi gattopardesco di corsi e ricorsi che si ripetono purché non si possa nemmeno immaginare l’evoluzione di qualcosa, tanto che dagli anni ottanta ai giorni nostri in tema di diritti civili nulla è mutato e nessuno ha mai cercato di cambiare nulla, attivisti e militanti a parte, ormai sfiniti da inutili discussioni con referenti politici inaffidabili e cialtroni, zelanti  custodi dello status quo.

Quando nel 1984, durante il ben noto sciopero dei minatori contro il governo Thatcher un gruppo di attivisti gay decide di raccogliere fondi per aiutare gli scioperanti della valle di Dulais nel Galles del Sud, si creano le basi per ridefinire il senso o dare un nuovo senso all’essere comunità, in netta contrapposizione con la celebrazione dell’individualismo esasperato in gran voga negli anni di regno Reagan Thatcher.

I membri del Lesbians and Gays Support the Miners raccoglieranno undicimila sterline e compreranno un minibus: poco, molto, che importa? La solidarietà è rivoluzionaria e crea incontri tra culture differenti, sempre.

Delicata è la rappresentazione di frammenti di vita che evidenziano il disincanto, di tutti; sia quello degli sprovveduti gay londinesi che dalle periferie e dai locali puzzolenti della metropoli decidono di partire per il Galles e sfruttare a loro vantaggio la chance della visibilità in una battaglia nell’occhio del ciclone mediatico, sia quello degli onesti minatori, omofobi per (cattiva) educazione ma tutti dall’orgoglio intatto e la disillusione dietro l’angolo.

Un disincanto che forse è stato perduto per sempre insieme all’innocenza.

pride_film_201 (4)Una piccola storia, poco conosciuta, diventata quasi una leggenda nella comunità gay, eppure le fonti erano scarse: le ricerche degli autori, affascinati dalle potenzialità cinematografiche della vicenda, erano ad un punto morto, molti attivisti nel frattempo erano morti di Aids o non rintracciabili; poi una scoperta cruciale, un documentario originale di mezz’ora, “Dancing in Dulais”, ora reperibile su YouTube, creato da LGSM per i minatori proprio in quei mesi; nel documentario il vero Mark Ashton, considerato ancora oggi  in Galles da chi l’ha conosciuto come una sorta di bizzarra Giovanna d’Arco, incita spavaldamente all’unione tra gay e minatori.

Saranno alcuni di questi lavoratori, anime alle deriva nell’eterna periferia di questo nostro mondo, a riconoscere che la loro lotta è simile a quella degli omosessuali e l’unione tra pionieri della disillusione inevitabile.

La realtà trattata è cruda, parla di miserie, eppure il rischio di scivolare nel patetico è continuamente evitato grazie alla disperata vitalità dei personaggi che qua e là sfoggiano sprazzi di follia collettiva da musical americano facilmente perdonabili per la semplice ragione che il finale (storicamente) è noto: sappiamo che in Inghilterra siamo ormai quasi in equal rights, dunque il regista può permettersi di edulcorare l’amara pillola della realtà di allora senza essere tacciato di buonismo a costo zero.

In anni in cui tutto è immediato e dimenticabile, è un obbligo evitare il rischio dell’oblio, a qualsiasi costo.

Il film ha il pudore della leggerezza dunque, e della dolcezza dei piccoli atti che fanno bene al cuore è ricco il film, posto che non di un cardiotonico ma di sussulti e palpiti ha bisogno il mio cuore per sentirsi vivo, per cui una miniera di cinismo e cattiveria in più l’avrei gradita anche perché gli attori, deliziosi, l’avrebbero meritata, Imelda Staunton, attrice di razza, su tutti.

Carlo Camboni

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