LA NUDA BELLEZZA DELLE PAROLE Roberto Pazzi | Vangelo di Giuda – Nuova edizione Bompiani 2015

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roberto_pazzi_vangelo_di_giuda_2015di Massimiliano Sardina

Più una storia è lontana, nello spazio e nel tempo, e più è suscettibile di nuove riformulazioni, specie quando le testimonianze documentali che pretendono di comprovarla si presentano lacunose, frammentarie, virate dalle traduzioni e dalle copiature. L’esempio dei Vangeli in tal senso è particolarmente emblematico (certo similari, ma in più punti contraddittori se non addirittura diversi). Chi li ha redatti? Quale visione li ha ispirati? Quale rapporto lega il logos (orale, memico) alla sua versione scritta (stilata, segnica)? Chi è veramente Jeshua e quale messaggio intendeva veicolare attraverso la nuda bellezza delle sue parole?

roberto_pazzi_vangelo_di_giuda_2015 (3)Nel Vangelo di Giuda Roberto Pazzi – parallelamente alla vicenda storica di Tiberio e Jeshua – indaga la pericolosa relazione tra la parola orale e quella scritta. Il romanzo scende a patti con la storia, una storia lontana più di duemila anni, riesce a penetrarvi con demiurgica prepotenza e nel rivificarla la riscrive, la riconsidera sotto una luce nuova. La licenza metastorica trasforma Tiberio nell’autore (volontario) di un falso storico: la menzogna si ribalta in verità per il tramite della parola scritta. Quel che ne consegue non è mera congettura letteraria sganciata dalla realtà storica, ma una potenziale variabile, tanto suggestiva quanto verosimile. Pazzi oppone una controstoria alla storia, un “come sarebbe potuta andare se” alla cosiddetta versione ufficiale degli eventi. I protagonisti di quest’altra storia sono chiamati loro malgrado a interagire a distanza e a misurarsi sulla verità della parola. All’immobilità del vecchio imperatore, trincerato nella solitudine dorata della sua isola, fa da contraltare la misteriosa erranza del giovane profeta. La pesantezza dell’uno (la parola scritta) sembra confermare la leggerezza (la parola orale) dell’altro; nel mezzo c’è il mondo, quello d’allora come quello di oggi, sempre pronto a interpretare strumentalmente le leggi dei cosiddetti testi sacri. Quella di Jeshua l’ebreo di Nazareth, come ben sanno gli storici, è una storia poi ancora tutta da verificare, fatta per lo più di ricostruzioni postume e di vini allungati, una figura che ben si presta a sempre nuove formulazioni.

roberto_pazzi_vangelo_di_giuda_2015 (4)Questa storia altra si apre con l’imperiale solitudine di Tiberio che consuma gli ultimi anni della sua vita lontano da Roma, a Capri, nella quiete presaga della lussuosa e austera villa Jovis. Settecento gradini separano dal mare l’inaccessibile residenza caprese del malinconico e misantropo imperatore. Tutta l’isola sembra galleggiare fuori dal tempo, ignara di quanto si va macchinando nella vicina Roma. A Capri Tiberio aveva tentato di riprodurre quelle atmosfere di magica sospensione che avevano scandito la sua giovinezza di studi filosofici a Rodi. Era stato Augusto, il suo predecessore, a strapparlo da quel luogo dell’anima per ricondurlo a Roma, e a fargli ripudiare la bella Vipsania per combinare le nozze con la figlia Giulia. L’amore di Tiberio per Capri era nato a Roma, leggendo l’Odissea.  Ed è a Capri, circondato da una corte di seicento servitori, che l’imperatore ormai settantenne ha scelto di consumare il resto dei suoi giorni. L’immobilità però è solo apparente, e come le onde tirreniche lambiscono la quiete delle rive così pure si infrangono le inquietudini del mondo (le notizie da Roma e da tutto il resto dell’Impero). A Roma, ormai da diverso tempo, il potere era per buona parte delegato a Lucio Elio Sejano. È la vecchia cognata Antonia a mettere in guardia Tiberio sulle reali mire di Sejano, pronto a uccidere per conquistare la corona imperiale. Antonia sbarca a Capri, portando con sé il giovane Caligola, e consegna a Tiberio una lettera dove c’è la prova che Sejano ha un piano per eliminarlo. Il tradimento viene sventato e Sejano giustiziato. Un po’ di sollievo e qualche brivido di piacere Tiberio li assapora accarezzando il corpo efebico del nipote Caligola (destinato a succedergli sul trono); Caligola, innamorato dello schiavo Eumenide, accetta malvolentieri d’esser oggetto delle attenzioni del vecchio zio, ma sopporta, certo che la sorte lo risarcirà presto. Nel Caligola acerbo e femmineo Tiberio scorge se stesso adolescente, una proiezione che lo scioglie, seppur illusoriamente, dalle maglie del potere per riconsegnarlo a un’indifesa fanciullezza.

roberto_pazzi_vangelo_di_giuda_2015 (5)A villa Jovis, tra le tante udienze, Tiberio riceve la visita di Cornelia Lucina (più che una visita una visitazione). Qui Pazzi vira la narrazione su un piano decisamente metafisico e tutto, personaggi e luoghi, sembra sospendersi in una dimensione atemporale. Cornelia Lucina è reduce da Pandataria, l’isola dove durante un lungo esilio ha imparato a memoria tutta l’opera poetica del padre Cornelio Gallo (il poeta latino amico di Virgilio), ufficialmente complice di una congiura repubblicana per eliminare Augusto, e reo di non aver assoggettato la sua poesia al potere imperiale. Cornelia Lucina incarna la memoria, la sopravvivenza della poesia come bagaglio interiore, al di là della parola scritta. Ora è pronta per recitare tutta l’opera del padre di fronte a Tiberio, un Cesare più degno di quell’Augusto che ne aveva invece ordinato la damnatio memoriae. Se quella di Cornelia è una rivalsa, l’occasione si rivela ghiotta anche per Tiberio: «… Anch’io ho un padre da riscattare, il mio vero genitore, Tiberio Claudio Nerone, non colui che mia madre Livia ha voluto per me, l’Augusto… […]Anch’io ho un genitore da vendicare. È quello adottivo da ricacciare nell’oblio, da disperdere nello stesso nulla in cui egli aveva disperso il tuo. Riformeremo insieme il tempo, Cornelia, tu restituirai alle biblioteche dell’Impero la poesia di tuo padre; io cancellerò da ogni tempio, da ogni documento, da ogni lapide, da tutti i monumenti di Roma, il nome di Augusto…» Notte dopo notte, racconto dopo racconto, Cornelia Lucina travasa in Tiberio tutto il suo memoriale poetico, divenendo a ogni parola più leggera. Il poema più importante, il più misterioso, l’ha serbato per ultimo. «Il suo ultimo poema si apre col racconto dell’infanzia d’un bambino ebreo nel paese di Nazareth, un bambino figlio di un falegname e di una giovanissima donna che l’avrebbe partorito senza congiungersi col marito, una vergine. […] Il bambino, nato a Betlemme, aveva un nome antico, Jeshua.» Attraverso Cornelia Lucina la figura divina di Jeshua prende progressivamente forma, Tiberio ne è affascinato e vuole saperne di più. Apprende che il profeta non voleva mettersi contro il potere imperiale, né fondare una casta, né tanto meno mettere per iscritto le sue parole (ben consapevole che il suo messaggio sarebbe stato snaturato e strumentalizzato). Tiberio inorridisce per questo Cristo ucciso in suo nome «Jeshua non fu mai contro Cesare, sono stati i suoi avversari ebrei a dipingerlo come tale, al fine di accusarlo di lesa maestà […] In tuo nome quindi è stato ucciso un innocente che aveva accesso alle cose divine e tu figurerai come il suo assassino.» Il racconto di Cornelia Lucina entra nel vivo.

Ecco entrare in scena la figura del discepolo Giuda, che di nascosto trascrisse le parole di Jeshua traducendole dall’aramaico al greco; l’oscuro compilatore raccolse buone parte delle predicazioni di Jeshua al fine di comporre i cosiddetti vangeli, ossia la lettera perfetta della parola divina, essenziali per costruirci sopra una casta di potenti (e legittimati) sacerdoti. Così Giuda tradì Jeshua, dando peso materiale alla sua parola spirituale. «Jeshua voleva morire insieme al fiato della voce necessaria a pronunciare le parole che facevano accorrere tutta la Giudea ai suoi piedi ad ascoltarlo. Non voleva sopravvivere ai suoi anni, mummificato nelle statue e nelle reliquie di una religione allineata accanto alle altre, né essere l’oggetto di una emulazione idolatrica che lo rendesse nei templi il doppio celeste di alcuna creatura terrena.» Il racconto si chiude con la messa a morte del profeta a Gerusalemme nel nome di Tiberio. «… Mio padre – conclude Cornelia – dettò tutta la visione di quel che Jeshua avrebbe vissuto negli ultimi giorni prima di morire e in quello della morte.» E aggiunse che forse nemmeno Ponzio Pilato era al corrente dell’esecuzione di Jeshua. In un lampo tutto fu chiaro nella mente di Tiberio. I seguaci di Jeshua, in grande espansione nell’Impero, per qualche secolo sarebbero rimasti come il loro maestro aveva sognato, ossia in una condizione di clandestinità, liberi ma perseguitati dai potenti, «… Ma dopo due o tre secoli, così come Giuda aveva tradito Jeshua, anche lo spirito del suo vangelo, ritrovato da qualche parte, avrebbe tradito i suoi fedeli sparsi ormai dappertutto.»

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La traduzione per iscritto della parola esoterica di Jeshua, il Vangelo di Giuda, sarebbe stata un’arma nelle mani di una nuova casta di sacerdoti, e l’organizzazione terrena della religione avrebbe compromesso irrimediabilmente la verità intrinseca del messaggio del profeta. Pilato, chiamato da Tiberio a Capri, negò ogni coinvolgimento. Riferì che Jeshua non era stato affatto giustiziato nel nome dell’imperatore, e che sulla sua sorte circolavano solo ipotesi, e che poteva pure trovarsi in India. «Dunque era vivo forse. O era stato ucciso da Giuda? Colui che già l’aveva ucciso trascrivendo le sue parole forse l’aveva anche eliminato fisicamente prima di suicidarsi a sua volta? Nella specie di stordimento in cui era non lo soccorrevano certo il poema di Cornelio Gallo, né le parole di Cornelia che gli avevano sempre rimproverato la colpa del sangue di Jeshua.  Era dunque già nel poema di Gallo la falsa testimonianza della verità? Era già racchiuso in quell’opera perduta il primo frammento della menzogna della parola scritta da Giuda…»Il sollievo di Tiberio fu grande: dunque nessun assassinio si era perpetrato sotto le sue leggi. La gioia lo illuminò sul da farsi: doveva mettere a segno un piano per neutralizzare la menzogna di Giuda (quella menzogna di cui già aveva avuto testimonianza attraverso Cornelio Gallo). Intimò così a Pilato di mettere per iscritto e di diffondere la seguente versione dei fatti: «Jeshua morì dunque a Gerusalemme nella settimana della Pasqua ebraica, nel diciannovesimo anno del mio regno, crocifisso sulla croce dopo un regolare procedimento che tu gli hai intentato per la colpa di lesa maestà dell’imperatore romano.» Ecco il testo che sarebbe stato in grado di salvare «con la sua menzogna ufficiale e amplificata – rispetto a quella enunciata da Giuda nelle sue carte per accrescere l’odio della sua gente contro i romani –, la verità del segreto di Jeshua.» Augusto aveva bruciato l’opera di Cornelio Gallo, ma Tiberio grazie al Cornelio Gallo rievocato aveva falsificato la storia di Jeshua per preservarne l’autenticità del messaggio. Un colpo di scena, sul finale, ribalta tutto. Sul letto di morte Tiberio entra in possesso del rotolo del Vangelo di Giuda e scopre, con sommo stupore, che non vi è traccia dell’esecuzione di Jeshua. «In un lampo di terrore Tiberio capì: giocato dalla menzogna di Cornelio Gallo egli aveva costruito la sua crocifissione e ora la vendetta dell’implacabile nemico di Augusto e di Roma si consumava sul suo letto di morte.» Potente è la parola scritta, potente è il messaggio che veicola, falso o autentico che sia.

In Vangelo di Giuda Pazzi irrompe coraggiosamente nella storia, negli avvenimenti come nelle menti, nelle grandi azioni come nei piccoli gesti. Alla storia ufficiale narrata una volta per tutte, e consegnata all’inalienabilità della leggenda, se ne sostituisce una più umana, raccontata quasi sottovoce, attraverso quella bellezza nuda delle parole che è propria del grande romanzo.

Massimiliano Sardina

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