DUE GIORNI, UNA NOTTE | Un film di Jean-Pierre e Luc Dardenne | La via crucis di Sandra, l’operaia della porta accanto

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DUE GIORNI, UNA NOTTE | Un film di Jean-Pierre e Luc Dardenne

La via crucis di Sandra, l’operaia della porta accanto

di Carlo Camboni

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Un bel giorno i fratelli Dardenne convocano Marion Cotillard, la struccano e spogliano dei fastosi abiti da sirena di Jean Paul Gaultier; una volta spettinata le raccolgono i capelli con un elastico da dieci centesimi, infilandole una canottiera rosa, scolorita per i troppi lavaggi, comprata dai cinesi giù all’angolo: plasmano così il nucleo centrale, il motore incandescente di un dramma sociale potente e curatissimo, reinventando un’attrice e trasformandola in una macchina per recitare priva di esitazioni o titubanze percepibili dall’occhio implacabile della telecamera che registra una performance attoriale sbalorditiva per naturalezza e verità.

Il tour de force recitativo della giovane regale ragazza corrisponde alla via crucis del suo personaggio, Sandra.

I lavori privi di qualsiasi tutela sindacale sono l’ordinario, il cinema di Ken Loach aveva scandagliato in tempi recenti le possibilità dell’unità sindacale ma i tempi di Norma Rae e Martin Ritt non torneranno più e i sindacati brillano per la loro inconsistenza quando non sono del tutto assenti.

Mentre aumentano le guerre tra poveri fra gli operai a mille euro, tutele e solidarietà sono parole in via di estinzione.

Sandra, assentatasi dalla fabbrica per depressione, scopre di essere l’anello debole di una catena di montaggio sociale dagli ingranaggi incomprensibili, alle prese com’è con Xanax e controllo dell’emotività.

mediacritica_due-giorni-una-notteGli operai devono scegliere tra il licenziamento della loro collega depressa o un bonus in busta paga, i facili egoismi e le meschinità emergono come è naturale che sia, mors tua vita mea.

Sandra sceglie di convincere chi la vorrebbe fuori a rinunciare alla costruzione di tettucci, transenne, pagare piccoli debiti, mutui, libri per l’università per i figli e via così col piccolo consumismo inculcato; tuttavia nessuno sguardo giudica il prossimo in questo film, tutti sono troppo occupati ad attrezzare le proprie trincee per occuparsi dell’orticello altrui, quindi nessun sentimentalismo a costo zero, la parola d’ordine è dignità.

Sì, perché dignitosi sono tutti i protagonisti alla deriva di questo dramma, prossimi naufraghi di un’apocalisse annunciata aggrappati a zattere di fortuna e assuefatti al lavora compra mangia crepa prima tu che poi tocca a me.

La magia del film è cristallizzata nella totale mancanza di ricatti. Sandra non cerca di impietosire i colleghi, i Dardenne non sfidano i dotti lacrimali degli spettatori, il caso è rappresentato col pudore dell’intelligenza; i tempi del piangersi addosso non sono solo passati, non sono più e basta.

Depressioni, figli e affetti richiedono tempo e reazioni per cui il pianto, anche quello liberatorio, diventa noioso sentimentalismo.

Fabrizio Rongione interpreta il marito di Sandra, un piccolo ruolo che ho amato molto, una figura maschile solida, serena, una presenza costante che è anche un’intuizione interessante perché sarebbe stato fin troppo facile complicare i tormenti della Cotillard con un marito poco comprensivo o violento: il mondo abbonda di begli uomini così, premurosi e presenti, il cinema un po’ meno.

La sfida dei Dardenne è vinta, conciliare documentario e fiction è arduo, ma vedendo il film sembrerebbe che per loro sia stato facilissimo: la pellicola resterà quale testimonianza dei complessi anni dieci, un documento sulla lotta quotidiana per il posto di lavoro che milioni di europei vivono sulla propria pelle a causa di scelte dettate da una burocrazia scellerata che ha stravolto vite e abitudini.

Lodata da tutti, brilla di autentica perfezione la performance di Marion Cotillard.

Carlo Camboni

Cover Amedit n° 21 – Dicembre 2014, “LUCIGNOLO” by Iano
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