LA MORTE DI BALZAC | L’hommage di Octave Mirbeau | Prima traduzione italiana (Skira 2014)

Posted on 23 settembre 2014

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bannerbalzacdi Massimiliano Sardina

La patria perirà se i padri saranno calpestati.

Honoré de Balzac, Papà Goriot, 1835

 

capoletteraNel 1907 Octave Mirbeau pubblica con l’editore Fasquelle La 628-E8, una sorta di diario automobilistico (il titolo non è che la targa della sua automobile) contenente scritti di varia natura, riflessioni, appunti di viaggio, e tra questi il controverso hommage a Balzac, tre brevi capitoli riuniti sotto il titolo La Mort de Balzac. Già all’indomani della sua pubblicazione Mirbeau si vede però costretto a ritirarlo. A destare scandalo sono proprio le pagine su Balzac, ritenute in più parti scabrose e gravemente diffamatorie, e in prima linea contro Mirbeau c’è un’agguerrita Anna Mniszech (figlia di Madame Hanska, moglie di Balzac). Per non incorrere in un processo Mirbeau, con il benestare dell’editore, ritira il volume e lo ridistribuisce privo dei tre capitoli incriminati. La Mort de Balzac vide la luce solo dieci anni dopo, ma in sordina e in un’edizione molto limitata; il testo avrebbe conquistato una diffusione più concreta solo nel 1989 (Editions du Lérot) e nel 1999 (Editions du Félin). Nel 2014, per Skira arriva la prima edizione italiana con la puntuale traduzione di Eileen Romano. Molto significativamente l’hommage si apre con una vera dichiarazione d’amore: «Amo Balzac. Non solo amo l’epico creatore della Comédie humaine, ma amo l’uomo straordinario che era, il prodigio di umanità che è stato.».

Quella di Mirbeau, lo si intuisce già dalle prime accorate righe, non vuole essere né una critica letteraria e né una compilazione bibliografica ma forse piuttosto il tentativo di abbozzare una biografia, un ritratto dell’uomo più che dello scrittore, sempre ammesso che si possa operare una distinzione; ad attrarlo non è la luce gloriosa e abbagliante dell’acclamato scrittore, ma l’ombra equivoca e impenetrabile dell’uomo, il Vautrin e il Rastignac che fanno capolino dietro l’impeccabilità del virtuoso sembiante. Balzac è descritto per quello che era – «tozzo, tracagnotto, panciuto, bruttissimo: aveva il passo pesante di un cantore di chiesa» – ma la prima impressione sgradevole era subito mitigata dalla personalità carismatica e trascinante. Taciturno, schivo, solitario, quando decideva di catturare l’attenzione si guadagnava subito il centro della scena con la nonchalance del consumato seduttore, e non doveva far altro che aprir bocca e cominciare a parlare (su quest’aspetto le testimonianze e gli aneddoti si sprecano, similmente al caso del coevo Oscar Wilde). Mirbeau tocca quasi la lirica quando afferma: «C’era, nelle sue parole, una tale autorità, un tale fascino che le sue disgrazie fisiche venivano cancellate in un baleno. L’acume gli sprizzava dagli occhi e dava al volto un’aura di bellezza. Era consapevole del suo potere di seduzione, così come era cosciente del suo genio.». In Balzac, come ben denota e sottolinea Mirbeau, lo charme e il savoir-faire in società (o con le donne) non erano che l’altra faccia della sua inappuntabile riservatezza; più che di un Balzac privato si dovrebbe parlare di un Balzac blindato, restio nell’esporsi e abile nel fuorviare, e comunque poco incline nel fornire a chicchessia informazioni dettagliate sulla sua personalità. L’autore della Comédie humaine «spinse la discrezione sulla sua vita sentimentale fino alla menzogna, fino al mistero, fino agli intrighi un po’ ingenui del melodramma. Si vantava d’esser casto per meglio nascondere i suoi vizi e le sue fortune. Perché non se ne trovassero le tracce, ha cancellato i passi dietro di sé.». Più in generale nel suo modo di fare, sintetizza bene Mirbeau, c’era «poca sincerità e molta scena», il tutto finalizzato a una sua insindacabile necessità interiore.

balzacAncora oggi (a più di un secolo dall’hommage in oggetto), la natura più intima di Balzac, nonostante i numerosissimi studi biografici comparati, resta avvolta dal più fitto mistero. Tanto i suoi personaggi letterari sono delineati e compiuti, tanto la sua figura si offre labile e parziale, molto chiara in alcuni punti ma estremamente sfocata in altri. Mirbeau individua in Monsieur de Spoelberch de Lovenjoul – bibliofilo collezionista di molto materiale manoscritto balzacchiano – il biografo ideale di Balzac: «Possiede tesori. Li conserva. E quella vita prodigiosa, unica, di cui lui solo conosce ciò che rimane di documenti certi, di testimonianze autentiche, non l’ha scritta, non la scriverà.». Mirbeau commette forse l’errore di dar per buone certe testimonianze del mediocre pittore Jean Gigoux, ma di certo non tace su certe debolezze e inclinazioni (che non chiama con il loro nome, ma per le quali scomoda la memoria di Oscar Wilde). «Tutto era abnorme in lui, le sue virtù e i suoi vizi. Ha sentito tutto, desiderato tutto, realizzato tutto ciò che è umano.» Definisce la sua vita «un focolaio permanente di creazione, un desiderio perpetuo, universale, un corpo a corpo spaventoso». Lo sottrae prepotentemente dal piattume morale della “persona per bene” e lo restituisce alla dimensione biunivoca del febbricitante, senza calcare i toni, dando voce a null’altro che ai dati reali. «Febbre, eccitazione, iperestesia costituivano lo stato normale dell’individuo. I pensieri, le passioni ribollivano in lui come lava in un vulcano in piena attività.». Dalle pagine di Mirbeau emerge un Balzac totale, tanto sgraziato e mortificato nel fisico quanto levigato e aitante nell’opera, prolifico, multiplo, instancabile, sempre a cavallo di un’ispirazione in impennata. Un Balzac al contempo osannato e incompreso, ora issato sul podio ora sminuito e ignorato. «Con un piglio stupefacente portava avanti contemporaneamente quattro libri, opere teatrali, polemiche sui giornali, imprese di ogni tipo, amori d’ogni genere, processi, viaggi, costruzioni, debiti, cianfrusaglie, relazioni sociali, una sterminata corrispondenza, la malattia.».

Nel secondo capitolo Mirbeau riferisce del rapporto (prima intenso e poi deleterio) intercorso tra Balzac e Madame Hanska, un rapporto a distanza tra lo scrittore e una lettrice-ammiratrice della lontana Russia (nel corso della lunga relazione si vedranno solo quattro volte, e si uniranno in matrimonio poco prima della morte prematura di Balzac, a soli cinquantun anni); un amore forse più idealizzato che esperito, per certi versi forse più incline al disprezzo che alla passione. Madame Hanska comparirà anche nel terzo capitolo, quello incentrato sulle ultime terribili ore vissute da Balzac, nello squallore del più completo abbandono. Balzac muore solo (così riferisce Gigoux, tra l’altro anche amante della Hanska) ricalcando emblematicamente la stessa solitudine che scandì le ultime drammatiche ore di Papà Goriot (il romanzo balzacchiano per eccellenza, insieme a Eugénie Grandet), circondato da affetti tiepidi, da una sprezzante indifferenza. Dello scrittore prolifico e infaticabile, capace di lavorare contemporaneamente anche a più romanzi, non rimase improvvisamente honorè-de-balzacche un fagotto inerte, una cosa lasciata lì, nel silenzio di una stanza, e al di là della finestra una Parigi ancora ignara che solo all’indomani lo avrebbe pianto e salutato per sempre. All’eternità dell’opera letteraria si contrappone la finitezza del corpo, dello scrittore-uomo fatto di carne, indifeso di fronte alla malattia e alla morte come tutti gli altri uomini. A questo proposito, e senza ricorrere a metafore, la testimonianza di Gigoux riferisce di un cadavere maleodorante, di un lezzo pestifero le cui esalazioni si spargevano per tutta la casa. «…Passando davanti alla camera di Balzac, rischiai di scontrarmi in una sedia su cui l’infermiera aveva impilato le lenzuola sozze che emanavano un terribile odore di marciume.». Gigoux, quasi compiaciuto, non lesina i particolari: «Quando, all’indomani della morte, vennero a fare il calco del volto di Balzac, furono costretti a tornarsene con le pive nel sacco. Eh sì, caro mio… La decomposizione era stata così rapida che la carne del viso era tutta consumata. Il naso si era completamente disciolto nel lenzuolo.». Certi defunti sembrano riposare placidamente, altri invece recano ben visibile su tutta la figura il marchio lugubre e mostruoso della morte. Balzac muore come Papà Goriot, e c’è un passo del celebre romanzo che per certi versi può esser letto come una prefigurazione: «Papà Goriot fu pietosamente ricomposto sul suo giaciglio e dal quel momento la sua fisionomia conservò la dolorosa impronta del conflitto che si svolgeva tra la morte e la vita in una macchina che ormai non possedeva più quella specie di coscienza cerebrale da cui scaturisce il sentimento del piacere e del dolore per l’essere umano. La distruzione non era più che una questione di tempo.»

Lo scritto di Mirbeau anziché gettar ombre sull’integrità morale di Balzac ha il merito altresì di far luce sulla complessità della sua personalità, eccessiva sì, ma innegabilmente autentica; Mirbeau non sottopone Balzac “alle regole di una volgare antropometria”, non lo costringe nell’alveo della rispettabilità borghese e accademica, non ne smussa gli acumi, non ne stempera le seppur discutibili esuberanze, e così facendo ne mette a nudo la grandezza, il prodigio, quell’eccezione che ha incarnato fino all’ultimo. E a questo punto, come non menzionare la struggente orazione funebre pronunciata da Victor Hugo il giorno del funerale di Balzac al cimitero di Père-Lachaise (ne riportiamo un significativo stralcio): «Ahimè! Questo vigoroso lavoratore, mai stanco, questo filosofo, questo pensatore, questo poeta, questo genio, ha vissuto in mezzo a noi una vita tempestosa, di lotte, di contese, di combattimenti, comune in tutte le epoche a tutti i grandi uomini. Oggi è in pace. Lascia le contestazioni e i livori. Entra, nel medesimo giorno, nella gloria e nella tomba. D’ora in poi brillerà tra le stelle della patria.». Nel suo hommage Mirbeau riporta una frase che Victor Hugo nel corso del funerale rivolse a un ministro lì presente: “Era un genio, signore, il più grande genio del nostro tempo”. La Mort de Balzac è una preziosa chiave d’accesso all’opera balzacchiana, nonché un piccolo capolavoro d’audacia e di sintesi, a firma di una delle penne più brillanti che la Francia dell’Ottocento ci abbia regalato: Octave Mirbeau, scrittore, drammaturgo e giornalista, autore di quello straordinario capolavoro che fu L’Abbé Jules.

Massimiliano Sardina

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Cover Amedit n° 20 – Settembre 2014, “VE LO DO IO” by Iano

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