PER UNA SECESSIONE PIÙ SVELTA | Piccoli confini di spicciola umanità

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secessione_xenofobiadi Giuseppe Maggiore

Illustrazioni originali di Iano


secessione_xenofobia (2)Per una volta tanto varrebbe la pena di “guardare dall’alto in basso”. Non certo per un mero atto di snobismo o di presunta superiorità, quanto piuttosto per allargare il nostro campo visivo godendo della giusta prospettiva delle cose che intendiamo osservare e, eventualmente, giudicare. Il mondo in cui viviamo potrebbe rivelarsi infinitamente più vasto e complesso di quanto i nostri confinati pensieri riescano a figurarselo. Troppo avvezzi a orientare i nostri pigri sguardi seguendo traiettorie orizzontali (di congrega, di fazione, o di cortile), solo una visione verticale che proceda a una debita distanza dall’alto in basso potrebbe restituirci un più soddisfacente quadro d’insieme, e va da sé che non sarebbe sufficiente allo scopo un campanile o un grattacielo, per quanto alti. Per quanto vasti possano essere i territori entro cui ci muoviamo, sono solo piccoli quadri di spicciola umanità quanto il nostro sguardo reso miope da un vivere settario sa restituirci, ovvero soltanto l’infima tessera di un puzzle infinitamente più grande. Il nostro è un pianeta in perenne deriva. Da sempre. Deriva di continenti, di popoli e di “razze”, di ceti e categorie sociali. Derive d’ogni sorta destinate a segnare sempre nuovi confini e a costruire nuove barricate. Conflitti. Ostilità. Pregiudizi. Intolleranze. Fobie, tante fobie. Un’umanità inquieta, irrisolta, conflittuale, che non sa pensarsi nel suo complesso e che non sa riconoscersi nelle sue molteplici sfaccettature. secessione_xenofobia (4)Un’umanità divisa e frammentata in un reticolo di staterelli, regioni, città, paesi e borghi; una geografia mentale ancor prima che fisica. Piccoli e labili confini tanto più radicati nelle nostre menti da assurgere a solide vedette, privilegiati punti di osservazione, pulpiti delle nostre invettive e benedizioni.

Il nostro sguardo il più delle volte troppo limitato non ci consente di riconoscere che in fondo è solo una piccola zolla di terra quella su cui abbiamo issato la nostra bandiera e all’interno della quale ci siamo attribuiti un nome, un’identità, un senso di proprietà e di appartenenza. In quel nostro bisogno di patria non c’è soltanto l’idea di popolo, di famiglia e di casa, ma anche di un gruppo sociale costituito da individui i cui elementi di differenziazione non siano tali da superare una certa soglia di tollerabilità stabilita aprioristicamente dalle convenzioni sociali che ci siamo date. E in questa membrana che ci avvolge, ci rassicura, ci fornisce un sistema di secessione_xenofobia (5)valori, di regole comportamentali e di leggi condivise, ci sentiamo parte di quel piccolo cespuglio d’umanità che ci ha visto nascere e crescere. In questo piccolo habitat sociale ci sentiamo parte di un “noi” contrapposto a un’alterità da cui distinguersi, prendere le distanze, passando dal pregiudizio alla diffidenza e via via fino all’esclusione dell’altro (lo straniero, il diverso, l’extracomunitario…). Fuori dai nostri confini c’è lo sporco, il barbaro, il lezzo del sudiciume, il cattivo costume. Tutto è immorale all’infuori della nostra morale. Il “particolare” in luogo dell’Universale. Una più facile e opportunistica sortita nei territori del mito e della leggenda su cui fondare le nostre legittimazioni identitarie, quel “Noi” circoscritto, fatto di specificità e esclusività. Laddove storia e cultura vengono manipolate ad hoc, fagocitate in un coacervo di idee e interpretazioni sempre suscettibili di opportunistiche revisioni e aggiustamenti, ecco che per mezzo di falsi miti e di fantomatiche leggende si fa presto a sopperire alla mancanza di radici storiche utili alla creazione ex-novo di un popolo o di una nazione (Padania docet).

secessione_xenofobia (6)Sicché anche la storia e la cultura diventano ulteriori strumenti di divisione ed esclusione, da cui estrapolare elementi che rimarchino le differenze, anziché quelli che possano verosimilmente rivelare i punti di contatto, le similitudini, le comuni convergenze. Non c’è storia o cultura che non siano parte di un più vasto, complesso e articolato concorso di popoli e di circostanze interdipendenti tra loro; un immenso patrimonio di storia e cultura che comprende al suo interno mille varianti e peculiarità, sì, ma che ha pur sempre valore universale per l’umanità intera. Di luogo in luogo, di popolo in popolo c’è, nei confronti della vita, una modalità di risposta che varia, così come possono apparire diversissime le risposte di fronte a determinate circostanze storiche, ma è nella sfera dei sentimenti e delle emozioni che ogni diversità si azzera. Bianco o nero, rosso o giallo, l’uomo, in fondo, rivela sempre se stesso, la sua irriducibile uguaglianza nascosta dietro le apparenti diversità; gli stessi sentimenti, le stesse aspirazioni, le stesse passioni e paure. Ma la nostra è sempre stata una lotta di diversificazione, un voler prendere le distanze dall’altro, una continua tensione a innalzare muri, tracciare sempre nuovi confini che spingessero più in là l’elemento che a uno sguardo superficiale appariva troppo diverso da noi. Non c’è nessuna contraddizione tra il desiderio di omologazione intra-gruppo (quello a cui ci sentiamo di appartenere) e la spinta a rimarcare le differenze con l’extra-gruppo (comprendente un vasto e indifferenziato insieme di aspetti che riteniamo inconciliabili col nostro modello di riferimento). Salvo poi lasciarsi assoggettare dall’unica cultura che ci rende tutti uguali: quella consumistica. A fronte delle tante religioni che dividono, infatti, ne esiste una soltanto capace di accomunarci tutti, quella del capitalismo, verso cui ci mostriamo tutti molto docili e remissivi. Il centro commerciale è allora l’unico grande luogo di culto in cui si celebra l’universalità del genere umano, l’uguaglianza dei popoli, la sua conformità a un’unica legge. Il capitalismo è di fatto l’unica religione al mondo che ha saputo cogliere l’unicità dalla diversità, ed è forse l’unica pagina di storia che sappia restituirci una chiave di lettura più universale. Tutto il vasto corpus di “cenni storici” di questo o quel paese, al confronto sembra solo fare da sfondo in salsa folk.

secessione_xenofobia (3)Fuori dai templi del consumismo, così come all’uscita dalla messa, torniamo ad essere dei tribali, perché, molto semplicemente, è la legge della tribù ad avere il sopravvento; oggi come ieri. L’atavico istinto tribale che un lungo processo di evoluzione e di civilizzazione non ha minimamente intaccato nel fondo dell’animo umano, semmai solo dissimulato in più raffinate modalità espressive. E così, dietro l’apparente cortina del progresso e della civiltà, a dispetto di tanta moderna retorica che esalta l’accoglienza, l’uguaglianza, l’intercultura, il cosmopolitismo, a ben vedere restiamo ancora e soltanto dei tribali chiusi e tenacemente ancorati nella congerie di abitudini, di riti, tradizioni e convenzioni che ci riporta alle logiche consolidate e ben collaudate del nostro branco di appartenenza. Il branco, già. Espressione che fa pensare in primo luogo agli animali che per l’appunto si muovono in branco, marcando il proprio territorio. Non diversamente da loro in più occasioni agiamo in branco: nella difesa del nostro territorio; nelle spedizioni punitive; nel pestaggio del frocio, del barbone o dell’handicappato; nell’assalto al campo nomadi; nella lotta all’extracomunitario; nello stupro… È nel “diverso” che il branco trova secessione_xenofobia5l’eccitamento alla propria libidinosa crociata. Ma dietro la truce azione del branco di turno, c’è il più delle volte una spinta sociale che agisce, un sottobosco culturale che legittima la riprovazione, il disgusto, l’insofferenza verso tutto ciò che devia dalla norma comunemente accettata e condivisa dalla maggioranza dei suoi membri. C’è una legge del branco che attinge la sua forza e la sua legittimazione dal numero di quanti vi aderiscono, o ne condividono, sia pure in linea di principio, le finalità, per ragioni ideologiche, politiche o religiose. Il branco assume dunque la valenza istituzionale di certi governi dittatoriali e finanche di certe forme di democrazia solo apparente. Come definire altrimenti la promulgazione di certe leggi che di fatto promuovono l’esclusione in luogo dell’inclusione, che anziché tutelare discriminano il più debole a vantaggio del più forte, che in deroga al superiore principio di laicità, democraticità e neutralità dello Stato adottano nelle loro formulazioni un criterio di giudizio fortemente influenzato da fattori etici, religiosi o dalle più diffuse (per quanto malsane possano essere) convenzioni sociali? Siamo ben lontani da una moderna e reale democrazia. Da più parti spira un vento di teocrazia e il modello più diffuso è quello dello Stato etico che per definizione tende ad assumere come esclusiva quella che è soltanto l’etica della parte maggioritaria dei suoi componenti. Il branco istituzionale non ammette percorsi alternativi alla via che i più ritengono sia quella giusta, una via lastricata di spicciola moralità e di modelli culturali tanto restrittivi quanto immutabili. C’è dunque una voglia di secessione che imperversa ovunque e in ogni ambito. C’è una secessione legislativa tanto frequente quanto ignorata, che è quella perpetrata in molti stati (anche quelli cosiddetti democratici) ogniqualvolta si attuano delle leggi che discriminano una parte a favore dell’altra, che non riconosce pari dignità e uguaglianza di diritti e doveri a tutti i cittadini. C’è una legge del branco di stampo secessionista che agisce per compartimenti stagni all’interno delle nostre progredite società e che crea scarti, cesure, strappi nel tessuto sociale, piccole secessioni tante quante sono le ghettizzazioni messe in atto. Non serve andare lontano o individuare un confine geografico che faccia da spartiacque tra un nord e un sud, tra un quartiere “bene” e uno “malfamato”, tra un parco giochi e un campo rom.

Il nostro è uno schema di separazione mentale, insieme pubblico e privato (o sarebbe meglio dire di vizi privati e di pubbliche virtù), replicato a più livelli e dalle più svariate forme. Si va per categorie, si rimane separati per colore della pelle, per sesso, per religione, per preferenze sessuali, molto meno per condotta politica (qui la corruttela è virtù comune a tutti). La nostra casa è un feudo, e per estensione lo sono anche la nostra città e la nostra nazione. Il tutto dotato di un sempre più sofisticato sistema di telecamere e allarmi posto a guardia di quel territorio solo “nostro”. Al di là del recinto che ci siamo costruito, protetti da leggi che ne scoraggino la piena ammissione, sta “l’extra”, il “foresto”, che è anche un potenziale mostro, usurpatore, delinquente e stupratore. C’è, da talune parti, tanta voglia d’indipendentismo e di autodeterminazione; un continuo fare appello alla propria capacità di piena autonomia nei confronti di uno Stato visto come sfruttatore e dissipatore (chissà da chi, poi, costruito e in fine ridotto a quello stato). Una solida economia sembra suggerire a costoro tanta sicumera autonomistica, come fosse quell’economia frutto esclusivo del loro talento e non già di una certa astuzia e del concorso di quanti oggi si vorrebbero scacciare di là dal “confine”. Sembrano ignorare, questi sedicenti secessionisti, che l’unico pilastro su cui si fonda l’intera struttura sociale (compresa la loro) è l’economia di tipo capitalistico, la quale per definizione non può ammettere nessuna esclusione, alcun particolarismo, nessuna totale autonomia locale. O forse costoro pretenderebbero di continuare a produrre profitto utilizzando tutti gli extra-autoctoni come semplici consumatori dei loro prodotti, per poi continuare a descriverli come dei sudici e corrotti? C’è tanto sapore di sputo sul piatto dove s’è mangiato. Ma gli sproloqui crescono in ragione dell’improvvisazione, della povertà intellettuale e di un’assoluta mancanza di vera memoria storica.

Giuseppe Maggiore

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Cover Amedit n° 19 - Giugno 2014, "Barbatrucco" by Iano
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