LARS VON TRIER, LA NINFOMANE, E ALTRE STORIE…

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ninphomaniadi Carlo Camboni

Il signore di tutte le ansie ha la fobia di volare ma la depressione di cui soffre da anni gli ha donato uno stato di grazia e meravigliose epifanie, nonché il regalo più voluto e atteso, la conclusione della sontuosa trilogia sul male di vivere e sui mali che attanagliano il vivere di un regista alla costante ricerca di reazioni da parte di un mondo che vive sotto una pellicola impenetrabile, quella che lui vorrebbe incidere con la lama di un bisturi per far emergere il pus dell’ipocrisia. Cannes ha tirato fuori il peggio di Lars riflettendone la vulnerabilità… Lui tira dritto per la strada lastricata di pannelli di Heironymous Bosh naturalmente disposti secondo la sequenza di Fibonacci mentre un organista suona Bach sotto una pioggia acida di numeri aurei. Antichrist e Melancholia erano gli antipasti di un banchetto che faceva impallidire i fasti di Lucullo, ma la vendetta del piatto forte, pregustata, è stata dolce, apollinea: ai critici e ai detrattori, fautori del bon ton cinematografico, Trier risponde con la disciplina del suo cinema, e rilancia nuovi temi con la logica e la matematica avanzata: nel suo film di matematica c’è soprattutto la certezza delle parole recitate dalla Gainsbourg in tema di politically correct, un j’accuse contro gli sventurati ipocriti di tutto il mondo velati da ragnatele di parole impronunciabili e chiusi in un universo di tabù inesprimibili; in fondo il buon Lars è un poeta autentico e in quanto tale privo di pelle, dunque vulnerabile a tutte le infezioni; si lascia sfuggire ectoplasmaticamente per quello che è e la sua aura fluttua senza il filtro della menzogna durante le conferenze stampa di ogni circo cinematografico à la page ricattando impunemente la nostra capacità di reagire.

ninphomania (2)Nimphomaniac è il racconto di una rivelazione, l’esplorazione della sessualità multisfaccettata dell’intrepida Joe la quale, soccorsa in un vicolo dopo un pestaggio, reinventando se stessa racconta a un maturo e colto signore con pancetta e all’ignaro spettatore in platea la sua favola di ninfomane, iniziando dal resoconto dalla sua infanzia. Saligman, il maturo e saggio signore, si dichiara asessuato per motivi che non conosceremo mai, se non, forse, quando ci sarà resa la grazia della versione uncut del film, quella di cinque ore e mezza senza tagli e tanti peni, e che pena dover aspettare, ma buon Lars, sadico Lars, in tuo nome questo e altro. Le ferite fisiche e psichiche della Ninfomane sono il riflesso della sua coscienza, che è quella del regista; derivano dall’aver realizzato la sua e la nostra condizione di esseri miseri, dall’aver riconosciuto le prove del suo e nostro fallimento civile e politico, quali pedine di giochi a noi interdetti, noi che possiamo essere padroni unicamente del nostro corpo quale strumento supremo di piacere e di bellezza; e in questo senso von Trier non indica l’uscita di sicurezza, non fa nulla per smentire il proprio cosmico pessimismo, il suo amore odio per quella matrigna della Natura rivelatrice della fobia di un futuro incerto, apocalisse possibile compresa. La visione di una eventuale apocalisse dei sensi (i mancati orgasmi di Joe) coincide con la visione del mondo rivelata attraverso lo sguardo e il volto tumefatto di una donna che ha riconosciuto l’animale che la abita, la sua naturale sessualità liberata da ogni costrizione sociale, un animale fiero di godere di puro piacere fisico: se è vero che questa liberazione dona un potere allora il sesso è potere. Ma certo non possiamo fermarci innanzi alla banalità di questo assunto.

ninphomania (3)La battaglia tra i sessi viene analizzata nel film al limite della contrapposizione tra istinti di base, animaleschi, ed emozioni non controllabili; il confine vittima carnefice, sul filo di dominanza e sottomissione, è riscritto sotto forma di grande letteratura perché una buona sceneggiatura non accetta stereotipi: lo spettatore elabora le proprie considerazioni sulla base di suggerimenti affascinanti come il parallelo tra la caccia agli uomini nel vagone di un treno e la pesca dei pesci grossi nei fiumi. Von Trier è un poeta che ha l’urgenza di dare stile al caos con la precisione di una logica che non teme di ricorrere a didascalie e spiegazioni forzate che lasciano il cadavere di qualche dubbio lungo il percorso: Joe soffre i sintomi di un complesso di Elettra irrisolto? Joe è esente dal senso di colpa? Ecco cosa si sono chiesti in molti. Masturbazioni. Prostituzione. Joe esprime la sua individualità, acquista la sua pienezza, trasuda sicurezza solamente dopo aver sperimentato ogni colore possibile nella tavolozza della sessualità, e dopo aver conosciuto il meccanismo che muove gli uomini al sesso (sesso, non desiderio o erotismo), dopo aver catalogato, memorizzato ogni comportamento sessuale ricorre alla spersonalizzazione di tutti i rapporti perseguendo il rifiuto dell’amore perché “l’amore distorce le cose”, rifiuto che tuttavia non sarà mai completo perché nel suo immaginario erotico tornerà in momenti successivi, come un animale che torna alla sua tana, un uomo, quel Jerome che la sverginò ragazzina. E mentre von Trier afferma che è sempre un’intuizione a guidare la sua mano mentre dirige, la Gainsbourg dichiara apertamente che nel film interpreta lui, quindi non abbiamo la necessità di supporre transfert tra lui e le sue donne: lui è le donne dei suoi film ed anche i suoi uomini in soprappiù, un universo personalissimo dove protagonista è la solitudine in tutto il suo fulgore sorprendente, la grande bellezza della solitudine.

Carlo Camboni

ninphomania (1)

Cover Amedit n° 19 - Giugno 2014, "Barbatrucco" by Iano
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