ALTRAFRICA, Viaggio fuori dal “Comune” | Storia di un’esperienza educativa in Benin

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bannerafricadi Mariapia Caprini e Mauro Carosio

 

capoletteraafrica“Se vuoi essere migliore di noi, caro amico viaggia.”

È così che ci esorta Goethe, l’uomo universale che di viaggi se ne intendeva parecchio.

Viaggiare apre la mente verso orizzonti sconosciuti e crea stimoli nuovi in ogni essere umano che decide di intraprendere un qualunque tipo di viaggio, non importa la distanza o la durata, perché l’esperienza che ne consegue è sempre costruttiva e formativa.

La cooperativa Minerva di Genova, che accoglie ragazze tra i 13 e i 18 anni provenienti da nuclei famigliari in difficoltà in carico ai servizi sociali, ha deciso di intraprendere un percorso coraggioso: ALTRAFRICA, Viaggio fuori dal “Comune” che non consiste esclusivamente in un breve spostamento spazio-temporale.

P1080463Il progetto, unico nel suo genere, prevede una serie di viaggi nel continente africano, della durata di due/tre settimane, al quale partecipano alcune delle ragazze ospiti della comunità accompagnate da un’equipe formata da educatori e accompagnatori titolati.

L’Africa è, da sempre, un laboratorio che costringe a fare i conti con una profonda alterità. È chiaro che la brevità dell’esperienza – gli antropologi più “accademici” non si allarmino – non apporterà nulla di nuovo per quanto concerne la conoscenza della realtà esplorata, né il progetto  ALTRAFRICA ha pretese di scientificità. È in ogni caso di grande interesse analizzare i riscontri ottenuti da ogni partecipante al “viaggio fuori dal Comune”, dalle ragazze adolescenti all’educatore adulto al fine di riuscire a raccogliere i risultati di un’esperienza. Un’esperienza basata sull’analisi della capacità di muoversi e collocarsi, su un territorio così diverso da quello abituale, in una realtà avulsa da quella conosciuta che è l’Africa e gli africani con la loro cultura e il loro modo di stare al mondo.

P1080471Un primo esperimento è già avvenuto e il risultato è stato immediato e degno di nota. La cooperativa Minerva è da poco tornata dal villaggio di Sokpontà in Benin dove, per due settimane, ha collaborato con l’associazione di medici volontari di Alessandria L’abbraccio, presieduta dal dottor Giuseppe Di Menza, che da anni lavora sul territorio dove ha costruito una scuola, un collegio e un ospedale. La scelta del luogo non è stata casuale. Il Benin è un paese straordinariamente ricco dal punto di vista paesaggistico, etnico, storico, linguistico e religioso. Il sud è il regno del wodoo e in tutta l’area sussistono ancora tradizioni che, in un sincretismo riuscito con gli stimoli della globalizzazione, lo rivestono di un interesse specifico.

Sul campo il gruppo si è dedicato principalmente ai bambini: a scuola con attività di animazione in collaborazione  con i docenti della struttura e in ambito sanitario, in stretto affiancamento col personale medico, in ospedale e durante le visite ambulatoriali sul territorio.

P1080498Durante la permanenza è stato stilato una sorta di quaderno di viaggio sul quale sono state annotate tutte le impressioni che ogni singolo partecipante ha provato, dalle più piccole e apparentemente insignificanti alle più profonde: emozioni, malesseri, entusiasmi, paure, intenzioni e tutto ciò che  lo spaesamento e lo stupore inevitabilmente suscitano. Al rientro il materiale raccolto è stato riesaminato in una serie di incontri dedicati. I quaderni di viaggio, le testimonianze orali e tutto ciò che di significativo è accaduto è stato analizzato in modo da non lasciare che il progetto ALTRAFRICA sia concluso, ma al contrario, che costituisca un punto di partenza per un progetto di cooperazione internazionale istituzionalizzato e parte integrante dell’attività della cooperativa Minerva stessa.

L’iniziativa dunque si propone di costruire qualcosa di nuovo attraverso un approccio che va oltre l’aspetto caritatevole e assistenziale, in modo da restituire finalmente all’Africa il posto che le spetta nel panorama mondiale e ai partecipanti di ALTRAFRICA una maggiore consapevolezza globale.

P1080557Dal punto di vista prettamente educativo il risultato è stato inaspettato. Dando voce alle emozioni delle protagoniste assolute del viaggio, le ragazze, è rimarchevole con quale lucidità a dispetto della minore età, è stata analizzata l’esperienza. Le giovani partecipanti non hanno espresso giudizi scontati facendo leva sugli abusati stereotipi che gravano sul continente africano. Oltre alle meraviglie naturali che il Benin offre, e che hanno indubbiamente incantato il gruppo, le ragazze si sono chieste se davvero l’umanità incontrata è felice. L’accoglienza dimostrata dagli africani, i sorrisi e la disponibilità sono dati che talvolta interpretati con un velato sospetto di neo-colonialismo e asservimento. Viviana, Sabrina e Penelope si sono poste domande peculiari: «Quanto c’era di spontaneo nel comportamento che gli africani hanno adottato nei confronti di questo gruppo di bianchi? Queste persone hanno la possibilità di scegliere qualcosa per la loro vita o hanno un destino in qualche modo predeterminato? Saranno stati contenti di ciò che abbiamo fatto?».

P1080593ALTRAFRICA ha avuto la finalità di creare un’esperienza interculturale complessa e intensa, focalizzata sulle caratteristiche dell’età quali la necessità di identificarsi ed appartenere ad un gruppo, in questo caso composto da coetanei ma anche da adulti (educatori e medici) che hanno condiviso con le ragazze della comunità sia la preparazione al viaggio che l’intera esperienza di volontariato nel villaggio di Sokpotà. Un altro aspetto importante è stato il bisogno di mettersi alla prova in situazioni estreme (nel nostro caso ricercate di solito in comportamenti gravemente a rischio come l’uso di sostanze o il compimento di reati di varia gravità) per provare e dimostrare il proprio valore, così come il desiderio di sentirsi utili, di esplorare le proprie potenzialità e capacità difficilmente esprimibili in contesti abitualmente frustranti (dove ci si “aspetta” il cliché della ragazzina difficile).

Individuati questi aspetti, il progetto si è caratterizzato per la brevità e l’intensità dell’esperienza, in modo funzionale alla limitata permanenza media in comunità, ponendosi P1080702obiettivi precisi quali l’incremento dell’autostima di ogni ragazza partecipante, la fiducia nelle proprie capacità, nella propria efficacia personale e utilità sociale, per poi generalizzare questo apprendimento in ogni altro ambito della propria vita. Altro obiettivo non trascurabile è stato il tentativo di ampliare per ognuna di loro di una rete di relazioni sociali significative e “sane”, sia con il gruppo dei pari che con gli adulti accompagnatori grazie a un processo di identificazione con i volontari e con l’attività stessa, assumendola come possibile parte integrante della propria personalità in evoluzione. Il modificare temporaneamente la prospettiva consueta, lasciando intravedere altre possibilità attraverso lo scambio con un mondo lontano ma reale, condividendo – anche se per un breve periodo – un modo di vivere inimmaginabile per il mondo occidentale è stato fondamentale per la riuscita dell’impresa.

Al ritorno dal viaggio, l’elaborazione dell’esperienza ha portato a un’evoluzione della stessa da “evento” a “competenza”, processo ancora in corso mentre si scrive.

P1080519Per facilitare questo passaggio, la riflessione si è concentrata su alcuni punti centrali: le motivazioni ad aderire alla proposta di volontariato, il contestoparticolare in cui svolgere la propria attività e le relazioni instaurate (con i pari, gli adulti e le relazioni ”d’aiuto”).

Ognuno di questi punti ha determinato l’attivazione di capacità difficilmente sollecitabili altrimenti nei contesti di vita abituali, dove lo “status” delle ragazzine è quasi sempre socialmente determinato. In particolare lemotivazioni hanno fatto leva su capacità come la disponibilità ad affrontare uno stile di vita completamente diverso (ad esempio, solo prospettare banalmente due settimane senza uso del cellulare ha spiazzato molte delle ragazze) la curiosità e la disponibilità a mettere in discussione stereotipi culturali sull’Africa (sfidare ad esempio la paura delle malattie) stimolando la capacità di critica e, in senso introspettivo, la volontà di mettersi alla prova.

P1080688Il contesto ha comportato uno “shock culturale” intenso e affrontato tutte le sere, durante il viaggio, in un gruppo di confronto serale con tutti i partecipanti alla missione durante il quale emozioni, dubbi, curiosità e pensieri hanno trovato un luogo di espressione ed elaborazione collettiva. Inoltre, il contesto asimmetrico di aiuto ha facilitato le ragazze a mettersi in gioco e a proporsi  autenticamente, senza il limite della diffidenza o il paternalismo che solitamente evoca la loro posizione sociale a casa. Le riflessioni sul contesto accompagnano tuttora gli incontri, diventando più lucidi grazie alla distanza temporale e geografica che il ritorno ha imposto.

Le relazioni significative instaurate durante il viaggio, ed alcune mantenute successivamente tramite gli incontri dedicati, hanno sollecitato una sorta di decentramento culturale, capacità empatiche (soprattutto nelle relazioni d’aiuto con gli africani incontrati nei dispensari, in ospedale o a scuola) e capacità di autocritica rispetto al proprio modo di interagire in un P1080753contesto così differente. Le ragazze hanno avuto capacità di chiedere informazioni agli adulti di riferimento riguardo al contesto (cosa era permesso o meno, come fare fotografie, prendere in braccio bambini, regalare caramelle, accostando a questo il significato dell’azione percepito dalle persone con cui interagivano), hanno sviluppato capacità di osservazione e conseguente adattamento del proprio comportamento e del  senso critico sulle attività proposte (per esempio, discutere il contenuto e le modalità di realizzazione dell’attività teatrale a scuola, è stata in questo senso un’occasione molto stimolante). Infine, complessivamente, la capacità fondamentale attivata è stata quella di cogliere bisogni e linguaggi culturali diversi, comprendendo che era necessario trovare un punto di incontro con l’altro, “l’africano”, in grado di rendere efficace la comunicazione e la relazione.

Condividere tutti questi passaggi sia in viaggio che al ritorno, ha permesso alle ragazze di fermarsi a pensare all’esperienza e arrivare a concepire la cultura come un fenomeno dinamico e plurale, non cristallizzato e definitivo come spesso è stato da loro vissuto nel contesto di vita abituale.

Ha permesso inoltre di imparare ad argomentare le proprie idee per sostenere il confronto nei gruppi e a riconoscere e trasmettere inoltre emozioni molto intense.

Mariapia Caprini e Mauro Carosio

Cover Amedit n° 19 - Giugno 2014, "Barbatrucco" by Iano
Cover Amedit n° 19 – Giugno 2014, “Barbatrucco” by Iano

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One thought on “ALTRAFRICA, Viaggio fuori dal “Comune” | Storia di un’esperienza educativa in Benin

  1. Sono veramente lieta e mi complimento con voi per questa bellissima iniziativa. Andai in Benin ( allora Dahomey) nel lontano 1974 per un’indagine alimentare che faceva parte di una più vasta ricerca organizzata dalla Cattedra di Ecologia Umana dell’Università La Sapienza di Roma. Sono rimasta circa tre mesi avendo come base la città di Porto Novo e girando per i vari villaggi. Ho avuto così contatti diretti con la popolazione potendo anche ammirare le bellezze paesaggistiche e culturali del Paese da Cotounu a Ouidà a Ganviè, ecc. E’ stata una magnifica esperienza che ricordo sempre. Adesso che faccio parte del Gruppo di Servizio per la Letteratura Giovanile ho proposto, per uno dei prossimi numeri della nostra rivista interculturale 5 Perchè, di parlare proprio del Benin 🙂
    Con molti auguri di buon lavoro
    Anna maria de Majo

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