LE MERAVIGLIE DI ALICE ROHRWACHER

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di Carlo Camboni

locandinaPiù prevenuto e diffidente di un talebano in visita alla Casa Bianca ma curioso come un furetto per il premio ricevuto a Cannes, decido di vedere “Le meraviglie” della giovane autrice Alice Rohrwacher.

Del film non ho letto nulla né ho visto il trailer ma la locandina mi piace moltissimo, una ragazza con delle api sul viso e un’espressione attonita, un’immagine che mi colpisce: è Gelsomina, tredicenne la cui famiglia vive in una corte di campagna in una località imprecisata della Toscana o dell’Umbria, tra tombe etrusche, odio viscerale per i cacciatori di uccelli e una natura indomabile, protagonista assoluta della pellicola; la famiglia che forse prima viveva in una comune hippy ora vive di apicoltura e  raccolta del miele, una vita agra, appunto.

Riordinare le idee dopo la visione di un film così complesso non ha molto senso, io ho lasciato che il film si impadronisse di me durante e dopo la visione e che la felice vena autoriale della Rohrwacher mi avvolgesse con la voluttà della luce accecante di una fotografia sorprendente che regala al film la magia della sospensione tra documentario, artificio cinematografico e acre commedia di anime travagliate, vinte.

La parvenza di felicità data da una vita lontana dal consumismo e dove il dio denaro è bandito ma aleggia su tutto sarà turbata dalle imprevedibili incursioni della realtà, anch’essa irrinunciabile come il denaro, eppure così rifiutata e respinta da questa singolare comune anarchica; pian piano inizierà a sgretolarsi in Gelsomina il muro di devozione ad un lavoro ingrato in cui ogni norma igienica è sconosciuta, una devozione ossessiva e alienante che è solo la facciata lucente di uno stile di vita speculare in quanto anch’esso estremo a quello delle odiate metropoli contemporanee con le loro fabbriche.

Gelsomina, curiosa per natura, vuole scoprire l’altra metà del mondo o quel che ne resta ed è solo un incidente che la parte di mondo a lei sconosciuta sia rappresentata dalla volgarità di una troupe televisiva o dal mistero di un muto ragazzino presunto criminale dato in affidamento alla famiglia per essere reinserito a tempo debito nella società degli onesti.

Non sappiamo se le scelte radicali di Wolfgang (il capofamiglia) sono dettate dalle sue convinzioni politiche o dalle amare delusioni che la politica inevitabilmente provoca, lui percepisce il mondo sull’abisso della catastrofe e lo afferma in diretta TV da una catacomba ma in ogni caso, quando si tratta di essere espliciti, la regista preferisce giocare con le sfumature e il non detto, trascinando lo spettatore all’interno della pellicola, perché ogni risposta è nel suo modo di concepire il cinema: l’anarchia agreste può essere una scelta di vita discutibile come un’altra ma la scelta di Wolfgang di regalare un cammello alla figlia, se non è mero autobiografismo, rivela il gusto di una cineasta raffinata e ambiziosa.

Ora sono dentro il film, lasciatemici: dormo in una branda all’aperto come le meraviglie del film e ogni suono che sento è realistico: gli insetti, il vento, gli animali, sembra quasi di impolverarsi e sporcarsi di terra i piedi nudi insieme agli incredibili protagonisti; nel frattempo mi sorprendo a non riconoscere la dea Monica Bellucci, una fata bianca regina dei concorsi a premi da emittente televisiva regionale privata: alla fine del film Bellucci si toglie la parrucca “spuma del mare” recitando con credibilità e leggerezza una battuta sulla stanchezza di vivere, come una domanda di aiuto che rimarrà inascoltata, una richiesta di solidarietà. Brava pure lei.

Il finale è bellissimo e triste, rimarrà impresso nella vostra memoria.

Cinema di grande fascino, voto: 7.

Carlo Camboni

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Cover Amedit n° 19 - Giugno 2014, "Barbatrucco" by Iano
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Questo articolo è stato pubblicato sulla versione on line di Amedit n. 19 – Giugno 2014

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