GRAVITY? Terra, terra | Il film di Alfonso Cuarón ora disponibile in dvd e blu-ray 3D

Read Time3 Minutes, 50 Seconds

bannergravitydi Leone Maria Anselmi

Gravity, per usare un’espressione simpatica, è un po’ il fratello scemo di Contact (splendido film di Robert Zemeckis del 1997, con una strepitosa Jodie Foster) e il nipote ingrato di 2001: Odissea nello spazio (di nonno Stanley, del 1968).

gravity1Nonostante la gravità è un film che si lascia vedere e che regala immagini letteralmente mozzafiato (il pericolo di esaurimento delle riserve d’ossigeno crea uno stato ansiogeno dalla prima all’ultima sequenza). I protagonisti sono l’astronauta Kovalski (interpretato da un improbabile George Clooney) e la dott.ssa ingegner Stone (Sandra Bullock). Hanno una missione, che è quella di operare delle riparazioni su una sonda spaziale (si direbbe quasi un intervento di routine), servendosi di un avveniristico shuttle, programmato anche per le manovre di rientro, i due raggiungono la piattaforma designata e con le apposite imbracature cominciano a svolgere le delicate operazioni astro-meccaniche. Ma si sa, nello spazio l’imprevisto regna sovrano e quella che doveva essere una semplice missione si rovescia in pochi istanti in una grande catastrofe: un’improvvisa anomalia tecnica fa esplodere lo shuttle e i due astronauti si ritrovano soli a fluttuare nell’oscurità dello spazio ignoto. Il soggetto del film, nella sua semplicità, è estremamente affascinante, ma Gravity, lo diciamo subito, è l’ennesima occasione persa. Ripulito da tanta spazzatura terrestre (in primis la sceneggiatura, un consiglio: impostate la versione del blu-ray in una lingua che non conoscete, risulterà di sicuro più intrigante) Gravity sarebbe un bel film. Come in Titanic (catastrofe nell’elemento acquatico) così in Gravity (catastrofe nell’elemento aero-spaziale) ritroviamo la coppietta maschietto-femminuccia in ossequio al dictat eterocentrico; l’impiego di due uomini o di due donne, anziché la solita abbinata, avrebbe certo sortito suggestioni più ampie. Vero è che quando si investono capitali così ingenti la produzione si vuole assicurare un ritorno garantito: le strategie d’ammiccamento al grande pubblico prevedono l’impiego di attori di grido e soprattutto di sentimenti largamente condivisi (di qui tutto il repertorio degli stereotipi sociali, sessuali e religiosi). Alfonso Cuarón dà il meglio di sé nei campi larghi, nelle inquadrature grandangolari, anzi, più la telecamera si allontana dai primi piani (compresi quelli botulinati degli attori) e più la pellicola guadagna in fascino e poesia. Chapeau per una volta tanto ai cosiddetti effetti speciali, qui non fini a se stessi ma piegati a uso narrativo. Altra caduta di stile del film è la Bullock in mutande che gravita nei corridoi dello shuttle (con apposita ripresa “a posteriori”), bella invece la posa fetale nella “placenta cosmica”, una delle sequenze più valide del film. Cuarón riesce bene a rendere il panico, l’astro-agoràfobia, lo straniamento.

gravity2La gravità, l’assenza di gravità, è a tutti gli effetti la vera protagonista del film. I corpi fluttuano nella sospensione silenziosa, devono aggrapparsi ad altri corpi per non finire risucchiati dal nulla: l’attrazione gravitazionale è violenta e spesso si traduce in uno scontro. Kovalski (eroe maschio, seduttore, gentleman e paterno) sacrifica la sua vita per dare alla bella Stone una possibilità di sopravvivenza, si sgancia e si lascia inghiottire dallo spazio infinito. La Stone, dopo una serie di peripezie al limite dell’inverosimile, riuscirà a dominare le forze gravitazionali e a ritornare a casa sana e salva. Molto efficace la scena finale: lo scampato naufragio, la pesantezza del corpo schiacciato dalla gravità sulla rena, con in sottofondo le musiche di Steven Price. Tirato fuori dal suo elemento l’uomo è vulnerabile, e può solo confidare nella tecnologia per posticipare la sua fine. Gravity non è una storia di fantascienza ma un documento abbastanza realistico dell’invivibilità dello spazio extraterreno. I tempi, coraggiosamente lenti, sottolineano la dimensione sospesa e quasi liquida che avvolge i personaggi. Le belle immagini della Terra vista dallo spazio, le prospettive e gli effetti di profondità amplificati dal 3D, la coputer-grafica che dissimula i modellini in scala delle astronavi, la resa incredibilmente realistica dell’assenza di gravità… Tutto questo non basta a fare di Gravity un bel film. Strapremiato, straimbottito di Oscar, magnificato, Gravity è in realtà una pellicola poco più che mediocre che ha però il merito di solleticare l’immaginazione, di stimolare qua e là certe riflessioni, e di aver spostato per una volta l’inquadratura dalle solite questioni terrene.

Leone Maria Anselmi

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