DALLAS BUYERS CLUB | Un film di Jean-Marc Vallée | Il capolavoro recitativo di Matthew McConaughey

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dallas-buyers-clubdi Carlo Camboni

dallas-buyers-club1“Non c’è nulla al mondo che possa far fuori Ron Woodroof in trenta giorni!” In queste parole la sfida del protagonista di Dallas Buyers Club, il bel film di Jean-Marc Vallée che narra la vicenda di un bull rider part time, macho omofobo a tempo pieno ed elettricista di professione cui viene diagnosticato l’AIDS a metà degli anni ottanta, quando sulla malattia che mieteva vittime soprattutto tra i gay regnavano paura e ignoranza. La spietata banalità del dualismo sesso morte si percepisce già nella prima scena del film, in cui Woodroof ha un rapporto sessuale durante un rodeo, mentre sullo sfondo, nello schermo che sembra proiettare il futuro, un toro finisce un uomo con furia devastante. Spiazzato e spaventato dalla notizia del countdown, trenta giorni di vita sono un soffio, Ron, uno straordinario Matthew McConaughey, riuscirà a procurarsi con mezzi più o meno leciti l’AZT, farmaco all’epoca in fase di sperimentazione sotto la grande lente della Food and Drug Administration, ente governativo statunitense che si occupa della regolamentazione dei prodotti alimentari e farmaceutici. Ma l’AZT, che Woodroof associa a cocaina e bevute da cow boy texano, non funziona e durante un ricovero ospedaliero in seguito ad un collasso Ron conosce Rayon, Jared Leto, un dolce transgender dalle calze smagliate e da due soldi che riesce con astuzia a distrarre dai pensieri di morte il nuovo amico e ad imporsi con la strategia vincente dell’azzardo: capisce che non potrà mai essere la sua amante e decide allora di diventare sua affidabile socia in affari finché morte non li separi. Ron si travestirà da prete per importare illegalmente farmaci alternativi all’AZT acquistati in Messico, Rayon da uomo per elemosinare al padre un addio e l’ultima richiesta di aiuto mentre l’odissea dei due protagonisti, da lotta per la sopravvivenza si trasforma prima in un giro d’affari illegale con la fondazione di un Club a pagamento per la somministrazione ad altri malati di sostanze alternative alle cure approvate dalla FDA, e poi in una vera e propria battaglia libertaria, la libertà di cura per tutti, anche con farmaci non approvati dalle autorità statali, tema questo più che mai attuale anche in Italia. Il Club è il luogo degli antagonisti, degli antieroi per caso, una libera associazione di privati cittadini che si organizzano al di fuori dalle leggi dello Stato per lottare per il loro diritto alla salute, elementi da grande classico della cultura libertaria americana.

dallas-buyers-club2Il film vive la magia del non detto tra i due protagonisti, gli sguardi tra i due attori raccontano altre quattro sceneggiature, lo spettatore assiste al nascere di un’amicizia basata sul rispetto e l’intangibilità individuale di due esseri umani che esorcizzano con intelligenza, ironia e tanti “fuck” i momenti peggiori del loro percorso. Il linguaggio cinematografico è semplice, la regia poco invasiva, a Vallée interessano l’articolarsi della storia e le sue potenzialità, mostrare la maturazione dei protagonisti e il loro cambiamento psico fisico con l’avanzare della malattia; non ci sono redenzioni o compiacimenti, la retorica è assente, e meno male: ciò è fondamentale per la riuscita di una pellicola che poteva raschiare il barile del patetico; la battuta “non voglio morire” recitata da un Leto smagrito come una bambina poteva risultare imbarazzante per qualsiasi attore, invece è potentissima, quasi un eccesso di verità, una perfezione formale che sbalordisce e commuove ma del resto Leto ci aveva già abituato a ruoli estremi con Requiem for a dream, come se avesse un’ossessione per questi caratteri. Mentre la storia di Woodroof è vera, Rayon nasce per esigenze di copione, per definire la crescita culturale ed emotiva del protagonista, per essere il suo specchio: un ruolo difficilissimo dunque; purtroppo in fase di montaggio il personaggio del transgender è stato sacrificato per mantenere il film entro la durata delle due ore per cui si avverte la sensazione di un’occasione mancata, lo sviluppo emotivo di un personaggio che il pubblico ha amato molto non è completo, uno spreco insensato, perché, come è noto, i due attori, per questo ruolo che hanno voluto fortemente, si sono sottoposti ad una massacrante dieta, la perdita di una trentina di chili in due, dimostrando dedizione e rispetto per l’arte cinematografica e totale mancanza di vanità. Da ammirare il linguaggio del corpo dei personaggi, studiato nei minimi dettagli, segno di un rigore recitativo richiesto dal regista a tutto il cast; i due protagonisti recitano coi nervi e i loro corpi vagano come fantasmi sullo schermo, eppure nel film si respira una disperata vitalità. Nonostante il doppiaggio sia ottimo è impossibile rendere le sfumature della voce roca di McConaughey e il lavoro sulla voce fatto da Leto: si può apprezzare appieno una performance attoriale di questa portata solo vedendo il film in lingua originale. Ron Woodroof, antieroe come tanti, visse 2557 giorni.

Carlo Camboni

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