CRISCO DISCO | Disco Music & clubbing gay negli anni ’70-’80 | Intervista a Luca Locati Luciani

Posted on 31 marzo 2014

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criscobannera cura di Mauro Carosio

crisco-discoLa disco music nasce all’inizio degli anni ’70 negli Stati Uniti e in breve, da fenomeno di nicchia, spopola in tutto il mondo; ancora oggi è un genere molto apprezzato e in continua evoluzione. Molti artisti contemporanei ne subiscono l’influenza e in parecchi dischi che scalano le classifiche risuonano echi che rimandano piacevolmente alle sonorità di quei favolosi anni ’70. Accusata di eccessiva leggerezza e inconsistenza oppure osannata per l’irresistibile potere aggregativo, la disco racchiude in sé anche un sottovalutato valore politico-sociale. Si può affermare che la disco music è stata la colonna sonora per il  movimento di liberazione degli omosessuali come il soul ha accompagnato le lotte per i diritti civili dei neri americani. Per saperne di più oggi abbiamo a disposizione un testo scritto da Luca Locati Luciani che toglie ogni curiosità in proposito. Crisco Disco, uscito a gennaio scorso anche in versione digitale e-book, è un compendio esaustivo, quasi un’enciclopedia, della disco music e di tutto ciò che è girato intorno al fenomeno. L’autore ha raccolto materiale per anni e l’ha convogliato in un volume che scorre come un avvincente e leggero romanzo; Crisco Disco è un saggio sul mitico ventennio musicale che ha cambiato il modo di rapportarsi alla musica leggera e non solo. Crisco Disco è corredato da uno scritto di Gianluca Meis sul camp, un fenomeno che con la disco ha forti connessioni. Ne abbiamo parlato proprio con Luca Locati Luciani, che si sta godendo il meritato successo.

Hai scritto un compendio esaustivo della disco music e della storia del movimento gay. Quali sono le motivazioni che ti hanno spinto?

Da molto tempo sto creando un archivio di memorabilia inerenti la storia GLBT (volantini, riviste, foto, poster…), e molti di questi sono proprio legati alla scena dei locali gay (dalla Berlino degli anni ’20 fino ai nostri giorni). Sono inoltre un vero fan delle sonorità dance degli anni ‘70 e ‘80 (dalla disco all’HINRG all’Italo disco…), e le connessioni tra queste ultime ed il clubbing gay mi sono state da subito ben chiare. Ho iniziato a scrivere degli articoli per http://www.culturagay.it in cui si narrava brevemente di nascita, ascesa e caduta dell’omoedonismo newyorkese successivo alle proteste presso il bar gay Stonewall Inn (27 giugno 1969, che daranno vita ai moderni movimenti di liberazione GLBT), e della sua importanza per la nascita del genere disco. L’editore di Vololibero li ha letti, e mi ha commissionato un libro in cui affrontassi esaurientemente questo argomento. Non riuscivo a crederci… finalmente potevo mettere a frutto le ricerche che da vent’anni stavo facendo, e scrivere il libro che, come lettore, cercavo da tempo senza trovare: un libro cioè che parlasse sì della disco ma anche della nascita del moderno clubbing gay, negli USA e soprattutto in Italia.

La disco music è diventata un fenomeno che ancora oggi coinvolge un pubblico mainstram. Perché secondo te?

Ogni fenomeno, musicale o meno, che abbia un certo successo, è destinato, quando passa in mano alle majors (discografiche, cinematografiche, ecc.), ad uscire dall’ambito ristretto in cui è nato. Questo è accaduto anche per la disco. Nei primissimi anni ’70 dj come Francis Grasso, Larry Levan o David Mancuso ponevano le basi per il sound disco mixando brani soul, rock e percussivi Africani. I locali in cui creavano questi “esperimenti sonori” erano per lo più gay-misti o apertamente gay (come la piccola pista da ballo della sauna Continental Baths, a New York, in cui iniziò la sua carriera Larry Levan). Il sound proposto da questi dj doveva riflettere il desiderio, la voglia di divertirsi, di eccedere, che trasudava da quelle piste da ballo: dopo secoli in cui ballare tra persone dello stesso sesso equivaleva ad infrangere la legge (a New York la legge che impediva il ballo corpo a corpo tra persone dello stesso sesso verrà abrogata solo nel 1971), finalmente ci si poteva immergere in un’orgia di corpi sudati e scatenati uno accanto all’altro, e la pista da ballo assumeva così anche un aspetto politico. Ovviamente anche in alcuni club mainstream si ballava con sonorità proto-disco, come dimostra l’esperienza dell’Italiano Daniele Baldelli, che a inizio anni ’70 sperimentava in modo analogo ai colleghi d’oltreoceano in un club di Cattolica, il Tabù. Le majors però iniziarono a fiutare l’affare verso il 1972-74, e in quegli anni uscirono i primi singoli disco con un successo di portata mondiale, come Soul makossa di Manu Dibango (1972), Love’s Theme della Love Unlimited Orchestra (1973) o Kung Fu Fighting di Carl Douglas (1974). Da quel momento la disco non fu più appannaggio solo di pochi club gay o mainstream ma dallo spirito “sperimentale”; invase come una nuvola rosa il mercato discografico mondiale, nel bene e nel male. Furono sempre più spesso prodotti pezzi dozzinali, creati con il solo scopo di un facile guadagno. Il film La Febbre del Sabato Sera amplificò questo fenomeno: si poteva sentire disco music ovunque, dalle pubblicità per chewing-gum alle sigle di cartoni animati. È spesso questa la parte della disco ancora oggi più conosciuta (dalle feste revival a suon di ABBA e Village People, ai documentari “definitivi” sulla disco che fanno vedere i soliti nomi triti e ritriti), ma è solo la punta di un iceberg. I contorni della disco, quelli più interessanti a mio avviso, continuarono ad essere sperimentali, underground e sessualmente voraci. E quando la disco passò di moda (in Europa in realtà non passerà mai del tutto di moda), incontrò altri generi come il punk o la new wave, fornendo le basi per alcuni dei brani più interessanti del periodo post-punk (un pezzo tra i tantissimi del genere punk-disco, Contort Yourself di James White and the Blacks, alias James Chance dei Contortions, del 1979 e prodotto dalla ZE Records, vera fucina di disco sperimentale).

crisco2Che strumenti hai usato per la tua ricerca?

Tutti quelli leciti. Dalla ricerca in biblioteca e in emeroteca, alla consultazione di vecchi libri e riviste gay in mio possesso, alle interviste, fino ai siti web che potessero fornirmi informazioni dettagliate sugli argomenti trattati.

Quali sono le persone che hai incontrato e che ti hanno aiutato di più?

Tutte le persone intervistate, che non finirò mai di ringraziare per le informazioni preziosissime che mi hanno fornito. Il mio compagno d’avventura Gianluca Meis, che dovrebbe esser fatto santo per la pazienza avuta nell’ascoltarmi nei momenti di nervosismo, normali durante la stesura di un libro. Da un anno poi ho conosciuto quelli che io chiamo “i paladini della disco”, ovvero Jussi Kantonen e Carlo Simula, che mi hanno aiutato ad ampliare la discografia per la versione ebook del libro, uscita a novembre. Jussi è l’autore, insieme ad Alan Jones (che ho intervistato per il libro) del saggio Saturday Night Forever (1999,  Mainstream Publishing, uscito per la prima volta in Italia per Arcana, nel 2000, col titolo Love Train. La Grande Storia della Disco Music, Titolo per Titolo, Notte per Notte), e conosce la disco come pochi altri. Carlo è un dj che conosce ogni singolo brano disco prodotto in Italia. Grazie a loro ho scoperto chicche come Gay Rock di Captain Torkive (1980), Soubrette di Framboise et Les Crepes Zozzettes (1979), o I Woman di Wonder (1979).

Nella tua ricerca quali sono state le scoperte più interessanti?

A mio avviso la connessione tra tradizione nazional-popolare del ballo in Italia, legata al mondo delle balere, e parte del primo clubbing gay nostrano, evidente in locali come il Break di Pinerolo (TO), il Carnaby a Desenzano del Garda (BS), o più tardi la Nuova Idea, a Milano, per citarne solo alcuni. Questo elemento nazional-popolare è evidente anche in certa disco prodotta in Italia, ma a ben vedere queste più che scoperte sono evidenze, finora però poco storicizzate. Mi ha sorpreso inoltre trovare un numero così vasto di brani disco Italiani che trattino temi GLBT, di cui molti certamente basati su cliché e luoghi comuni, ma confrontando la nostra discografia dance con quella estera non si fa in fondo una pessima figura.

In che modo l’avvento dell’Aids ha influenzato il successo del fenomeno?

La disco, specie in ambito gay, rappresentava un vero e proprio stile di vita. In città come New York, San Francisco, ma anche Parigi e Londra, lo stile di vita “gay-disco” era fatto sostanzialmente di tre tappe solitamente legate al weekend: incontro con amici in qualche bar o in qualche abitazione privata (dove si assumevano le prime droghe, che sarebbero servite a esaltare l’esperienza del ballo), discoteca e sauna. L’elemento erotico era sempre presente, in fondo come accade anche oggi, solo che fare sesso non protetto era assolutamente la norma. Con l’avvento dell’AIDS questo stile di vita ha dovuto ridimensionarsi, e molti club hanno chiuso perché gran parte dei loro clienti stava soccombendo al morbo. A differenza di quanto si possa pensare, gli anni ’80, per la comunità gay, specie negli USA, non sono stati anni così “colorati”: tutto quello che era stato costruito nel decennio precedente si sgretolava improvvisamente pezzo dopo pezzo, e persino città simbolo come San Francisco proibirono per legge saune e sex clubs (nel 1984, seguita a ruota da New York, nel 1985). In Europa l’AIDS ha avuto effetti altrettanto devastanti, ma in molti paesi, compresa l’Italia, le associazioni GLBT hanno reagito con meno panico e più pragmatismo rispetto alle equivalenti Nord Americane, lottando per non far chiudere alcun locale, e mirando invece a un’informazione corretta su prevenzione e contraccezione.

crisco1Tra le regine della disco music ne citi tre? Perché non altre? E i re chi sono?

Il mio libro, più che essere unicamente un compendio sulla storia della disco music, analizza le correlazioni tra nascita della disco music e clubbing gay. L’argomento trattato quindi è vastissimo, dalla storia dei locali gay, alla nascita dei moderni movimenti di liberazione GLBT, all’aspetto invece più strettamente legato alla disco come genere musicale (con tutte le sue varianti quali Italo disco, HINRG, pop-disco ecc.). Per non incorrere nell’effetto enciclopedia ho quindi preferito sviluppare tutti questi aspetti insieme, come una storia che s’interseca, evitando di essere prolisso nei dettagli dell’uno o dell’altro (e anche così i dettagli forniti credo non siano pochi). Ho scelto inoltre tre artiste che mi sembravano particolarmente esemplificative della figura di diva-disco: Grace Jones, Amanda Lear e Donna Summer. Esemplificative anche per le caratteristiche profondamente diverse tra l’una e l’altra: ambigua e quasi vampiresca Amanda Lear, dalla sensualità feroce e cubista Grace Jones, controversa nel suo amore-repulsione verso la comunità gay Donna Summer. Naturalmente non potevo non parlare della prima regina della disco, ovvero Gloria Gaynor, come anche di Thelma Houston, Diana Ross, Dalida. Nel leggere il mio libro emergono comunque moltissimi altri nomi di dive, starlette e meteore disco; tra le tante Linda Clifford, Pattie Brooks, Bette Midler (ebbene sì, anche lei ha avuto il suo momento di gloria disco), senza contare i gruppi al femminile come la Ritchie Family, le Baccara, le Arabesque, le Belle Epoque e via danzando… Per quanto riguarda i re della disco, Barry White è senz’altro uno dei primi divi maschili, ma personalmente darei lo scettro a Sylvester…Senza dimenticare artisti come Ivan Cattaneo (che ho intervistato per il libro e che tra la fine degli anni ’70 e la metà degli anni ‘80 ha sfornato moltissimi singoli a metà strada tra rock, disco e new wave), o i due produttori Giorgio Moroder e Patrick Cowley, veri e propri maghi del sintetizzatore.

criscobannersottoOggi c’è ancora una relazione tra disco music e movimento gay?

A giudicare dal numero di feste in discoteca organizzate da associazioni GLBT parrebbe di sì, ma manca a mio avviso lo spirito sperimentale dei club anni ’70-’80. Si preferisce far ballare al suono delle solite hit, tranne rarissimi casi, per paura di perdere una fetta di clientela. Forse il motivo è solo il fatto che l’ambiente gay non rappresenta più una realtà underground (anche se a livello di diritti siamo al di sotto dell’underground in Italia…), quindi prevalgono logiche di mercato ad altre  puramente sperimentali e creative. Ci sono comunque, per fortuna, alcune realtà del clubbing gay che osano di più rispetto alle altre, ma a ben vedere non sono superiori numericamente ad analoghe realtà mainstream.

Tu parli anche di una disco music nostrana. Quali sono state le peculiarità del fenomeno nel belpaese?

Il fenomeno della disco music italiana è ancora tutto da analizzare a fondo. Si parla molto di Italo disco, ovvero la disco prodotta in Italia nella prima metà degli anni ’80, ma molto poco del periodo precedente. A mio avviso invece la disco music italiana degli anni ’70 ha una sua storia se possibile ancora più interessante di quella della Italo disco. Ci sono influenze musicali assolutamente bizzarre; dal ballo liscio, per i pezzi più kitsch (Un Flirt dei Vicini di Casa, del 1978, è uno dei tanti esempi), al prog-rock per quelli più sperimentali e raffinati (Direttissimo Torino-Milano de La Nuova Formula ad esempio). Mi sarebbe piaciuto parlare di questa storia ancora in parte dimenticata (e credo lo farò), ma ho dovuto concentrarmi sugli aspetti della disco Italiana, e poi della Italo disco, più legati alla scena delle discoteche gay. Ho deciso quindi di parlare da un lato di gruppi e artisti storici della gay disco italiana come gli Easy Going, Macho, Raffaella Carrà, Renato Zero, Ivan Cattaneo, Cristiano Malgioglio (il suo Io, la pantera, del 1979, è un pezzo disco super-kitsch); dall’altro ho invece citato quei singoli, magari di artisti sconosciuti, che in un modo o nell’altro trattassero l’omosessualità (come Wake Up Man dei Triangolo, Due di Timothy e Luca, Un po’ gay di Melissa o Ballerino delle Streghe). Il fenomeno disco in Italia è comunque, come dicevo, fortemente caratterizzato da una politica del crossover di generi incredibile. A volte un pezzo che parte come una normale ballad romantica si trasforma improvvisamente in uno scatenato tormentone da pista da ballo. Questa del pastiche è in fondo una caratteristica della disco tout court, ma nella discografia tricolore di fine anni ‘70 primi anni ‘80 a volte è davvero difficile relegare un brano in un unico genere (basti pensare a quanti brani sanremesi dell’epoca potrebbero essere tranquillamente classificabili come dance).

Nel tuo libro c’è un saggio finale sul camp di Gianluca Meis. Passato, presente e futuro di questo fenomeno?

Risponde Gianluca Meis: Che lo si chiami fenomeno, gusto o estetica, il camp è prima di tutto un linguaggio intorno al quale si raggruppano dei significati a loro volta destinati ad un pubblico preciso in grado di recepirlo, riconoscerlo e veicolarlo infine come strumento aggregativo. Una modalità per far gruppo, creare identità e trasmettere un messaggio. Nella fattispecie questo gruppo di persone sono gli omosessuali, da sempre abituati a tracciare quasi segretamente e con modalità quasi iniziatiche alcune tematiche a loro care e capaci di farli sentire in un qualche modo “a casa”, “tra simili”. Nel tempo il camp è stato dapprima codificato in un ormai celeberrimo saggio di Susan Sontag e infine sdoganato e reso fruibile a chiunque sia in grado, con un minimo di ironia, e soprattutto di autoironia, di goderne. Oggi il camp è addirittura materia di studio in corsi di laurea e oggetto di vere e proprie ricerche, anche di carattere sociologico e antropologico. Quello che ne sarà del camp nel futuro invece è più difficile da dire visto che parecchie barriere culturali sono state abbattute e forse anche superate. Resterà forse il piacere del gioco, e del mascheramento scherzoso di un messaggio all’interno di un’espressione artistica, un modo di rappresentare il mondo e renderselo un po’ meno ostile.

Che futuro ha la disco music? Esistono ancora le “disco queen”?

La musica da ballo, che sia disco, house, techno, electroclash o altro, avrà futuro finché ci saranno persone che avranno voglia di divertirsi attraverso la cosa più antica del mondo, ovvero muovere il proprio corpo con un ritmo. Spero che social networks e applicazioni telefoniche non ci intorpidiranno anche i piedi oltre al cervello. Se per disco queen intendi i ragazzi che vivono per quel quarto d’ora di celebrità warholiano, sotto le luci stroboscopiche di una discoteca, credo che sì, esistano ancora, ma a differenza di trenta-quaranta anni fa, non creano mode il più delle volte, le seguono e basta. Se invece intendi riferirti alle “dive del sabato sera”, Madonna o Lady Gaga non hanno lo stesso glamour di una Diana Ross o una Donna Summer, ma sono ugualmente dive, troppo esposte ai media però per potermi ancora affascinare un minimo.

I tuoi progetti futuri?

Mi piacerebbe far produrre un cd che raccolga alcuni dei brani di cui parlo nel mio libro. Per ora mi accontento del progetto Crisco Sounds, appena nato; una serie di mixtapes realizzati da dj, collezionisti ed esperti di musica disco o sonorità affini. Ogni mese uscirà un mix nuovo; il primo è uscito a febbraio, porta il titolo di Darkroom Disco Mix, ed è stato realizzato da Jussi Kantonen. Sto pensando inoltre di realizzare un libro più tecnico rispetto al presente, una sorta di dizionario degli artisti che hanno prodotto brani disco. Altro progetto, spero a breve termine, è esporre parte della mia collezione, ma non è cosa semplice, bisogna trovare un luogo che permetta di mettere in sicurezza gli oggetti di un certo valore storico.

La tua canzone disco preferita? O quella che avresti voluto scrivere?

Il mio brano disco preferito è senza dubbio The Hills of Katmandu dei Tantra (1980), progetto disco italianissimo, prodotto da Celso Valli. Un brano che unisce ritmi sparati, sonorità elettroniche ancora attuali e misticismo orientale. Nei primi anni ’80 divenne una hit nei maggiori club gay di tutto il mondo, specie a San Francisco, dove venne remixato dal guru dell’HINRG Patrick Cowley. Il brano che avrei voluto scrivere? Beh, un brano stile space-disco, pieno di effetti al sintetizzatore, con un testo pregno di omoerotismo e molto poco politically correct gay non mi sarebbe dispiaciuto.

Mauro Carosio

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AMEDIT MAGAZINE, n. 18 – Marzo 2014. Cover "Senex" by Iano

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