IL SACRO GRA DELLA METROPOLI NORDEST | Vasco Mirandola

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BANNERVICENZIdi Laura Vicenzi

«Il Nordest italiano, visto dall’alto, illuminato nella notte, appare come una metropoli». L’immagine suggestiva non arriva dal mondo dell’arte, dove la veduta aerea, se non più a volo d’uccello, è di casa; restituita al suo contesto, traduce forse più l’esito di un freddo scatto satellitare, alla Google Earth, poiché sta nella premessa delle attività della Fondazione Nord Est (Istituto di ricerca sociale ed economico promosso dalle Associazioni Confindustriali e dalle Camere di Commercio del Trentino-Alto Adige, del Friuli-Venezia Giulia e del Veneto), ente che ha un osservatorio che analizza gli indicatori economici e sociali fondamentali per lo sviluppo dell’area territoriale in cui opera. Eppure, anche se filtrata d’ufficio dal ricollocamento, la contaminazione dei linguaggi permane e riaffiora, e provoca nel lettore un piccolo cortocircuito straniante: quella pennellata nero/notte/brillantinato in cui scintillano non le stelle, ma luci-casa, luci-traffico, luci-lavoro, che sia stata data consapevolmente o meno, indica che un piccolo mondo moderno, concreto, materiale, annovera tra i suoi osservatóri del futuro anche chi sa produrre senza svendite sguardi poetici inediti sul reale – il bisogno antico quanto l’uomo di trovare una superficie riflettente dove rispecchiare se stesso e la propria opera è sempre attuale. Si tratta di una chiamata all’appello interessante per le odierne sibille, così carica com’è anche di urgenza civile.

vicenzi1«Il Nordest è una metropoli inconsapevole», aggiunge altrove Gigi Copiello – pensionato con un lungo passato di sindacalista, attività esercitata sul territorio che ora racconta. Lo ha scritto nel suo Manifesto per la metropoli Nordest (Marsilio, 2007), pubblicazione arricchita da segni e disegni di Aldo Cibic e oggetto anche di una narrazione teatrale curata dalla Compagnia vicentina Glossa Teatro. Nordest (tutto attaccato) è una metropoli che si sviluppa in modo disarticolato, anamorfico, nel senso che l’organismo che cresce porta in sé la contraddizione di essere germinato da una spirale di Dna prima inesistente: è una metropoli sulla base della contiguità fisica, costituisce un luogo-logo dove si inanellano processi di innovazione e di sviluppo che hanno una matrice comune, ma nello stesso tempo non è ciò che è diventata perché le manca una corretta (auto)percezione, un riconoscimento nell’immaginario collettivo; la sua rappresentazione, anche linguistica, non trova una forma efficace di narrazione.

La pratica di misurare distanze e lunghezze inaccessibili tramite un rilevamento indiretto è appannaggio delle tecniche degli artisti, degli scrittori, dei poeti. L’occhio lungo degli amministratori locali non ha permesso di fatto che “Venezia con il Nordest”, territorio candidato a diventare capitale della cultura 2019, potesse competere con Siena, Cagliari, Lecce, Ravenna, Perugia-Assisi e Matera. Tanti soldi e anni di lavoro buttati al vento: forse bastava chiedere ai poeti. Probabilmente l’avrebbero previsto e scritto chissà come, magari in una serie di tweet (anche in poesia, il “bisogna essere assolutamente moderni” di Rimbaud sembra essere diventato oggi “bisogna essere assolutamente contemporanei” – la questione dell’intellegibile, e dell’intellegibile per chi, non è secondaria). Arte e società, arte e mondo del lavoro: qui e adesso, nel crepuscolo dell’artigianato, fra loro sembrano esserci solo sguardi in fuga, rapporti senza amore, relazioni mercenarie, e sotto lampioni fotovoltaici, qualche pallido tentativo di con-prendersi.

C’è un nuovo spettacolo itinerante, per musica e parole, intitolato Ballate per il Nordest, ideato da Vasco Mirandola con La Piccola Bottega Baltazar, che prova a costruire una mappa, operando un assemblaggio, da una serie di istantanee poetiche scattate in corsa da alcuni autori locali contemporanei, foto che percorrono paesaggi, persone e tempi che ci sono vicini. «Volevamo raccontare il presente del nostro territorio» spiega Mirandola illustrando il progetto «e ci sembrava interessante farlo attraverso lo sguardo di quelli che sanno leggere il futuro: i poeti. I poeti non hanno solo il dono di fare acrobazie con le parole, parole che contengono, evocano, suggeriscono, reinventano; spesso hanno anche la capacità di anticipare il reale, di svelarlo ancora prima che si esprima, perché sanno leggere le tracce, i segni e i suoni che il tempo e il passaggio degli uomini incidono sulle cose. La poesia esce dalla stanza del sé o da quella rustica con panorama sulla campagna ricolma di echi nostalgici, si rimbocca le maniche, gira per le strade, entra in fabbrica, si assume il dolore del cemento, le ferite delle tangenziali, guarda dall’altezza di chi è caduto, si prende carico di parole che non hanno nulla di poetico come capannone o periferia, e mentre si guarda intorno si fa voce, suono e rumore di quello che incontra, si impoverisce, si arricchisce, grida, ride e piange».

vicenzi2Uno degli autori i cui versi sono recitati e musicati è Francesco Targhetta, giovane trevigiano autore di Rivolta e Volevo violentare la città, inserite nello spettacolo, e di un romanzo in versi intitolato Per questo veniamo bene nelle fotografie (ISBN, 2012) dalla lettura del quale si comprende che una rivolta firmata Francesco&C certo non ci sarà.

Nel libro sono raccontate a ritmo le giornate sincopate di alcuni giovani individui che data la carica ogni mattina alla propria inettitudine si muovono nell’unica città-metropoli nordestina, Padova, che a sua volta sembra guardali da dietro un’inferriata – la cera grigia e la pelle solcata dalle rotaie killer del tram. I ritratti dei ragazzi compongono il mosaico di una generazione in scacco, incapace di auto-legittimarsi e di emanciparsi (tutti hanno un enorme punto di domanda sulle possibilità di inserimento nel mondo del lavoro e quindi sulla propria indipendenza, sulla sostenibilità delle relazioni che avviano, sul futuro, ça va sans dire un refrain caro all’autore, n.d.r). “Va senza dire”, o dicendo solo in parte, anche questo impulso – come altri – a scattare fotogrammi che restano appesi in aria; va e bene se è generatore di altro linguaggio o di azioni che producono cambiamenti concreti (Fabio Franzin, un altro autore molto citato nello spettacolo, ha scelto di lavorare in fabbrica, da lì alimenta la sua poesia provando nel contempo a rendere poetico un posto che apparentemente non lo è). Da questo Nordest messo nero su bianco arriva l’immagine di un paesaggio che non è mai del tutto o bianco o nero: vi compare anche qualche segno rosso-resistenza, o forse vista la quota di imprevedibilità che muove il tratto, si dovrebbe dire rosso-resilienza.

«Daniil Charms, un poeta russo» ricorda Mirandola «ha detto: ‘Bisogna scrivere versi tali che a gettare una poesia contro la finestra il vetro si deve rompere’. Al di là della robustezza del vetro che bisogna infrangere, è certo che le parole hanno il potere di andare oltre, e non sappiamo fino a dove. Qui da noi, ma non solo, in nome di un ‘miracolo’ ci si ritrova pieni di macerie. Forse anche la voce dei poeti può aiutarci a ricostruire».

Un anello migrante del Sacro Gra (il Gran Raccordo Anulare raccontato da Gianfranco Rosi nel film-documentario vincitore del Leone d’oro alla 70^ Mostra del cinema di Venezia), inteso come spazio urbano-umano da esplorare, circonda anche la metropoli Nordest. Un anello saturnino, per ora fatto soprattutto di parole.

Laura Vicenzi

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Cover Amedit n° 17 – Dicembre 2013. “Ephebus dolorosus” by Iano
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