IL CLASSICO MORRISSEY | L’Autobiografia di Morrissey nella Penguin Classics

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bannermorrisseyDate le caratteristiche del personaggio, era inevitabile che l’Autobiography di Morrissey suscitasse, quantomeno in Gran Bretagna, pareri contrastanti e anche una piccola polemica culturale. L’ex cantante degli Smiths, uno dei gruppi rock inglesi più amati dell’ultimo mezzo secolo, si è nel tempo ritagliato un ruolo molto specifico e molto british, quello di paladino di tutti i ragazzi sensibili e pensosi che leggono Oscar Wilde e sono stufi di essere vessati dai lori coetanei rozzi, violenti e beoni. Ma vive in lui anche l’artista destabilizzante, l’agente provocatore che spesso disorienta i propri fan. Così abbiamo un Morrissey paladino della britannicità ma acerrimo avversario della Royal Family, un Morrissey fiero delle proprie radici irlandesi eppure dubbioso delle possibilità di integrazione razziale e, infine, un Morrissey dandy però affascinato proprio dai rozzi, dai violenti e dai beoni.

morry1Si sarebbe potuto pensare che raccontando se stesso, ‘Moz’ riuscisse a venire a patti con tutti questi sé tanto diversi; invece le 457(!) pagine del testo sono un tourbillon, a volte affascinante a volte irritante, di autoindulgenza e miserabilismo,  nevrastenia e nostalgia,  poesia e acredine. Le prime pagine sono splendide sia per stile che per efficacia visiva: la grigia Manchester dei primi anni ’60 viene descritta con grande vividezza, così come l’orrenda scuola cattolica frequentata dal giovane Stephen. Poetici e struggenti sono anche i passaggi dedicati ai primi idoli musicali visti come simboli di un possibile riscatto sociale, da David Bowie ai New York Dolls a Marc Bolan. I tipici tratti caratteriali morrisseyani sembrano venire fuori con l’adolescenza e la tendenza a volere essere a tutti i costi infelice per il piacere di esserlo; i goffi e quasi picareschi tentativi di ingresso nel mondo del lavoro sono descritti comunque con ironia, così come gli inizi musicali sembrano quasi casuali e all’insegna del “tanto non riuscirò neanche in questo”. Qui entra in scena il Morrissey polemista. La parte legata agli Smiths, oltre che sorprendentemente breve, non viene raccontata come la bella storia di un successo  commerciale costruito partendo dal basso e lavorando per un’etichetta indie quale la Rough Trade, ma scorre sotto forma di  una sequenza di rancorosi attacchi all’etichetta stessa, incapace di promuovere al meglio i singoli del gruppo, al suo fondatore e presidente, Geoff Travis, tratteggiato come un post-hippie gretto e un po’ meschino,  alle riviste musicali e così via.  Siamo comunque oltre metà libro e la lettura resta piacevole grazie anche uno stile che stempera la biliosità con l’ironia. Le piogge del rancore fanno però franare il terreno sotto i piedi del testo quando 50 pagine vengono utilizzate per descrivere nel dettagli la causa contro gli altri Smiths, mentre la ben più interessante carriera musicale  solista è trattata a grandi linee. Per fortuna, la parte conclusiva ritrova un po’ e una qualche serenità all’interno della “oh così familiare tristezza” e delle sempre presenti suggestioni mortuarie che fanno capolino a San Diego come a Roma, città dove “templi e tombe si strusciano contro Prada”.

morrissey2Tutto considerato potremmo parlare di un libro poetico, ironico e molto ben scritto con al centro un travaso di bile protratto per 200 pagine. Il problema è che sono proprio queste a venire più sovente citate nelle recensioni, con il risultato di far apparire il “ragazzino di 52 anni” (54 ormai…) non come il più sottile e accorato cantore di un’Inghilterra ipersensibile di fine ‘900, ma piuttosto come una vecchia zitella acida (e, a dispetto del vegetarianismo, pure un po’ ingrassata).  Fin qui saremmo nel campo delle solite controversie relative a Morrissey,  non fosse che Autobiography ne ha suscitata una del tutto originale. Il volume è uscito nella collana Penguin Classics nel cui catalogo figurano autori appunto ‘classici’ quali Geoffrey Chaucer, Jane Austen, Graham Greene e altri. La cosa non è piaciuta troppo all’establishment culturale britannico e il quotidiano The Independent ha scritto: “Il monotono narcisismo [del libro] nuocerà un minimo alla reputazione di Morrissey, ma rovinerà del tutto quella dell’editore”. Il diretto interessato fin qui non ha reagito ufficialmente, ma è probabile che la frase gli abbia fatto piacere: finalmente i rancorosi e i biliosi sono gli altri!

Antonio Vivaldi

Cover Amedit n° 17 – Dicembre 2013. “Ephebus dolorosus” by Iano
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