A TEATRO CON… STEFANIA CARLESSO

Read Time11 Minutes, 22 Seconds

bannerstefania

Intervista all’attrice vicentina Stefania Carlesso

a cura della Redazione Amedit

Le tue prime esperienze teatrali avvengono con la compagnia “La Barraca” di Renato Stanisci. Come ricordi quell’esperienza?

Teatralmente parlando, intensa. Sono passata da Pirandello alla commedia dell’arte, da Shakespeare a Bisson, da Wilde a Wilder, a Beaumarchais- Sterbini. Con Stanisci non sono mancati i conflitti. Uscita dalla Barraca, non ci siamo frequentati per un po’. Poi gli ho chiesto di darmi lezioni di teatro privatamente. Ho scoperto allora più di quanto non mi avesse permesso di fare l’esperienza collettiva all’interno della sua compagnia: un ottimo maestro, colto, appassionato, generoso, non solo artisticamente. Dopo le lezioni, capitava che me ne tornassi a casa, oltre che con insegnamenti puntuali e dritte importanti, con un cd, un barattolino delle sue marmellate o uno dei cappelli di lana confezionati da lui.

stefania1Cosa ti ha spinto (e cosa ti spinge) a scegliere il teatro?

E’ stato una sorta di colpo di fulmine. A volte diventa amore, e dura. Avevo dodici-tredici anni quando i miei genitori mi hanno portata a teatro per la prima volta. Non a uno spettacolo di teatro ragazzi, allora quel genere di teatro non esisteva. Ho visto “Le mosche” di Sartre, regia di Renato Stanisci. Mi sono innamorata e ho pensato subito che quella magia che vedevo capitare davanti a me volevo produrla anch’io. Avendo scoperto il teatro da spettatrice, amo tuttora vederlo, oltre che farlo. E’ un piacere per me, oltre che un momento formativo e una fonte di spunti, quando è fatto bene. In seguito il mio rapporto con il teatro ha conosciuto una lunga crisi, l’ho abbandonato, ne sono stata lontana.  Tornare a farlo è stato come rinascere. Importantissima, in questo senso, la fiducia nelle mie capacità attoriali che ha sempre avuto Marco Cavalli.

In seguito hai approfondito lo studio della voce, lavorando anche nel mondo della radio e partecipando come lettrice a numerosi eventi culturali. Alla radio manca quella “fisicità” che è propria del teatro, come sei riuscita a conciliare queste due realtà?

La mia più importante esperienza nel mondo della radio è avvenuta durante il periodo di lontananza dal teatro. Quindi il problema, almeno dal punto di vista pratico, quasi non si è posto. Il mio primo insegnante insisteva spesso sull’importanza della pulizia del gesto, sulla necessità di contenerlo proprio per dargli forza. Questa è una cosa che ho imparato molto bene, fin troppo, tanto da farne un difetto. Se ripenso al passato mi rendo conto che talvolta, pur essendo in scena tutta intera, ero quasi solo voce, e questo non va bene a teatro. In radio invece è perfetto. Non a caso, per la radio non ho fatto solo la speaker ma ho anche registrato i primi jingle e i primi spot pubblicitari.

Da alcuni anni curi la direzione artistica di “Bàilam Teatro”, un’associazione con la quale hai portato in scena due spettacoli scritti dal critico letterario vicentino Marco Cavalli: “Il Sole spende per te” e “La Sfasciaeserciti, ovvero niente sesso siamo greche”. Quale ruolo hai sentito più tuo?

Il primo ruolo è liberamente ispirato al monologo di Molly Bloom di Joyce, il secondo a Lisistrata di Aristofane. Senza dubbio, è Molly il personaggio a me più congeniale. Molly è una specie di Penelope moderna, se mi passi questa semplificazione; Lisistrata invece è una rivoluzionaria. Nata un po’ Penelope, non è detto che non mi riesca di morire da Lisistrata. Entrambe le riscritture di Cavalli, soprattutto la seconda, sono audaci, per nulla accomodanti rispetto alla questione dei rapporti uomo-donna. Eppure il pubblico, in particolare quello femminile, ha gradito. E mi è capitato di imbattermi in qualcuna che mi ha chiesto quando avrei rifatto Molly Bloom. Succederà. Il testo, ma anche la squadra messa in piedi per portarlo in scena, e in generale la squadra Bàilam Teatro, lo meritano.

stefania2Hai preso parte a due spettacoli di Marco Pelle, coreografo del “New York Theater Ballet”, e spesso collabori con “Glossa Teatro” di Pino Costalunga. Sei davvero instancabile, come fai a conciliare tutte queste attività?

A Marco Pelle sono arrivata grazie a suo fratello Federico, titolare del The Basement Studio con il quale collaboro. Ho partecipato a uno spettacolo che ha avuto come protagonista Beatrice Carbone, che entrava in scena ballando su coreografie di Pelle come una sorta di angelo evocato dalle poesie di Alda Merini recitate da me. In un’altra occasione, sono stata solo voce per lui, anche se in questo caso l’espressione “solo voce” risulta riduttiva. Ho dovuto registrare un brano in spagnolo che Pelle ha utilizzato come parte della colonna sonora di un suo spettacolo. Ricordo alcune sedute di preparazione svolte assieme a lui. Alla mia voce Pelle chiedeva di avere anima e corpo, di essere vera, non il prodotto impeccabile ma algido di una fine dicitrice. Esperienza ricca, artisticamente e umanamente. Con Pino Costalunga collaboro da un anno e mezzo circa, in una situazione di tranquillità, anche nelle critiche, e di assiduità che per me è la migliore per crescere. Desideravo da tempo lavorare con Costalunga; quando me l’ha chiesto, ho festeggiato. Gli spettacoli di Glossa Teatro in cui sono coinvolta, si rivolgono ai bambini, pubblico notoriamente difficile, incapace di fingere interesse. Affinché i bambini ti seguano, le storie gliele devi raccontare bene, ci devi credere fino in fondo tu per primo. Devi “giocare” sul palco con la stessa convinzione con cui loro giocano nella vita. E poi con Costalunga e la squadra di Glossa Teatro mi trovo davvero bene. Difficile sentire la fatica in queste condizioni.

Hai anche realizzato, con la complicità di Alessandro Zaltron, un audiolibro sul grande scrittore vicentino Virgilio Scapin. Com’è nata l’idea e quale riscontro ha avuto sulla città?

L’idea di un audiolibro su Scapin è venuta a me. Alessandro Zaltron l’ha sposata immediatamente. La sua adesione è stata essenziale per l’attuazione del progetto. Da sola non ce l’avrei fatta. Insieme abbiamo curato ogni aspetto, ricerca degli sponsor compresa. Attori, musicisti, disegnatori, giornalisti, una ventina in tutto (ed è solo per questo che non li nomino), hanno partecipato all’impresa con entusiasmo. Grazie a loro ne è uscito un prodotto di cui vado fiera, la cui bellezza, almeno per me, cresce col tempo. Forse è arrivato il momento di metterne in cantiere un altro, magari sempre con Zaltron, se vorrà.

ste5-riservaSpulciando nel tuo nutrito curriculum abbiamo letto che sei stata coprotagonista della pièce di Massimiano Bucchi (diretta da Carlo Presotto) Da Albert Einstein a Paris Hilton: ecco perché scienza e società non si capiscono (produzione “La Piccionaia – I Carrara”). Qui che personaggio interpretavi?

Interpretavo la Società, accanto a Paola Rossi nei panni della Scienza. La gestazione è stata lunga. Siamo passate da una semplice lettura a una lettura teatralizzata e in ultimo a un vero spettacolo in cui scienza e società, come una vecchia coppia di coniugi, battibeccano continuamente ma non possono fare a meno l’una dell’altra. Bella esperienza, quella con Paola Rossi, un’amica, oltre che una collega sempre disponibile. Con Paola mi capita di condividere altre esperienze, tra cui la collaborazione con il gruppo musicale “Le Officine del Suono”.

Ti muovi agevolmente dalle pièce più impegnative a quelle più ludiche: quando sei sul palcoscenico ti calza meglio la parte della buona o quella della cattiva?

Se penso agli spettacoli fatti fino a questo momento, posso dire che prevalgono i ruoli da buona, dolce, innamorata. Recentemente ho fatto la strega. Vale come parte da cattiva? Non ne sono sicura, visto che lo spettacolo si intitola “Hansel & Gretel e la povera strega”. In compenso, io mi diverto molto.

A quale ruolo diresti di no, irremovibile?

Non lo so. In ogni caso, prima di dare una risposta, guarderei alla serietà e alla professionalità di chi dovesse farmela.

Recentemente hai anche debuttato nella regia con L’Amante di Harold Pinter (produzione: “Ensemble Teatro Vicenza”), di cui sei anche coprotagonista insieme a Emiliano Gregori. Noi di Amedit eravamo lì alla prima ad applaudirti e, lasciatelo dire ancora una volta: sei stata fantastica, ipnotica, trascinante. Una scelta coraggiosa però quel testo di Pinter…

Grazie, troppo gentili. In un debutto, e per giunta così impegnativo, è difficile per me trovare subito la scioltezza necessaria. Sono più soddisfatta della regia, fatta insieme a Gregori. Secondo me, e a detta di molti del pubblico, ha reso più comprensibile un testo non semplice. Una volta imparata la parte, abbiamo iniziato a pensare all’atmosfera da creare mediante gli arredi di scena, i movimenti, le musiche. Da un’idea semplice ma forte – la testa chiusa dentro una gabbia, simbolo della prigione in cui i protagonisti sono confinati – sono sorte spontaneamente tutte le altre. La scelta del testo è di Roberto Giglio, che mi ha proposto di interpretarlo.

Quali autori senti più affini alla tua sensibilità e al tuo stile?

Pirandello è stato il primo amore. L’ho letto tutto, narrativa e prosa. Trovo sempre geniale e divertente Oscar Wilde. Shakespeare è imprescindibile, pura musica per gli orecchi, sempre. Del resto, come ha scritto Harold Bloom, ci ha inventato lui. Leggo e rileggo anche Ibsen, Cechov. Sto riscoprendo Goldoni, talvolta rovinato da allestimenti che tendono a trasformate i suoi testi in farsa anche quando non lo sono. In questo senso ho trovato stimolante uno stage dedicato a Goldoni tenuto dall’attore Daniele Griggio. E ho molto apprezzato la riscrittura de La bancarotta ovvero il mercante fallito realizzata da Vitaliano Trevisan.

stefania4Qual è la tua idea di “teatro” e di “recitazione”? E cosa significa, oggi, “fare teatro”?

Come spettatrice, chiedo al teatro di prendermi e portarmi dentro una storia. Deve farmi dimenticare di me. Deve emozionarmi, divertirmi, oppure mettere in moto pensiero. Quando tutte queste cose accadono contemporaneamente, è il massimo. Mi ritengo soddisfatta se uno spettacolo, ma anche una mostra o un libro, riesce a modificare anche soltanto un po’ il mio sguardo e la prospettiva in cui tendo a mettere le cose. Non mi interessa l’immedesimazione, a meno che in scena non ci sia io. In tal caso, la ricerca di immedesimazione, per me, è fatta soprattutto di pura concentrazione sulla parte da recitare, e quindi di eliminazione di tutto il resto, soprattutto del giudizio che do di me stessa. Se, interpretando un ruolo, mi ascolto e mi guardo da fuori, il risultato di solito lascia a desiderare. È necessario lavorare molto in prima battuta, e poi sapersi abbandonare. Una cosa non sempre facile.

Possiamo dire che a Vicenza, e più in generale nel territorio veneto, il teatro di qualità gode di buona salute?

Il Veneto è, da sempre, una delle regioni d’Italia teatralmente più ricca di compagnie e il buon teatro non manca. Ci sono scuole, corsi. Secondo me, in questo campo il dilettantismo non paga. Eppure c’è chi tiene corsi di teatro solo perché, a sua volta, ne ha fatto uno da allievo. Io non ho mai tenuto corsi di teatro, anche se qualche volta mi è stato chiesto. Finora mi sono limitata alla dizione e alla espressiva ma non escludo di farlo in futuro, magari guidata da qualcuno con maggiore esperienza di me in questo campo.

Oltre a lavorare in teatro, tieni corsi di dizione nelle aziende e nelle scuole. Tutte le voci possono essere “educate”?

Educate, o anche semplicemente migliorate. È importante tenersi lontano da pericolose forzature, non cercare di trasformare la propria voce. Io insegno a correggere i difetti di pronuncia, suggerisco esercizi per eliminare la cantilena. Invito a porre attenzione alla respirazione, al volume, al ritmo, al tono che si adotta quando si parla o si legge ad alta voce. Col passare del tempo ho reso le mie lezioni sempre più interattive e spero piacevoli, oltre che utili, piccoli viaggi dentro la nostra lingua, o meglio, dentro la cultura che si esprime attraverso la nostra lingua.

Presti la tua voce a documentari, audiolibri e perfino a videogiochi. Ti viene mai il fiato corto?          

Il fiato corto, per quanto mi riguarda, non è mai la conseguenza di un impegno particolarmente gravoso. Il mio è fiato corto da ansia di prestazione, è paura di non riuscire a fare bene il mio lavoro.

Con il gruppo di “Itinerari Letterari” hai ideato e curato alcuni percorsi dedicati a Palladio voluti dall’Assessorato alla Cultura del Comune di Vicenza. È davvero un legame molto forte quello con la tua città.

stefania3Con Vicenza sento di avere un legame soprattutto estetico. Mi piace guardarla, sempre. Tutte le volte che mi trovo in centro osservo palazzi, viuzze, balconi, come se fosse la prima volta. È sempre stato così. Vicenza è di una bellezza raffinata che non ti stanchi mai di guardare. In più, da qualche anno, si è risvegliata, palpita. Oltre che bella, è più viva. L’esperienza dei percorsi “Vicenza Città Unesco”, dedicati a Palladio e curati con Giulia Basso, spero di ripeterla quanto prima. Mi ha consentito di passare giornate intere studiando Palladio, cercando un modo divertente, cioè teatrale, di raccontarlo. Il pubblico ci ha seguito, numeroso, partecipe, direi anche affezionato.

La domanda è d’obbligo: dove potremo applaudirti nei prossimi mesi? Cosa c’è in cantiere per il 2014?

Le collaborazioni in corso proseguono, con mia grande gioia. Altre dovrebbero dare a breve i loro primi frutti. Di carne al fuoco ce n’è parecchia. Ma si tratta di progetti di cui posso parlare con gli amici, niente di più. Per lo meno finché non sarà più vicina la loro attuazione. Chi vuole, può restare aggiornato sulle mie attività seguendomi su FB.

A cura di Redazione Amedit

Cover Amedit n° 17 – Dicembre 2013. “Ephebus dolorosus” by Iano
Cover Amedit n° 17 – Dicembre 2013. “Ephebus dolorosus” by Iano

Copyright 2013 © Amedit – Tutti i diritti riservati

logo-amedit-gravatar-ok

Questo articolo è stato pubblicato sulla versione cartacea di Amedit n. 17 – Dicembre 2013

VAI AGLI ALTRI ARTICOLI: Amedit n. 17 – Dicembre 2013

VAI ALLA VERSIONE SFOGLIABILE

Per richiedere una copia della rivista cartacea è sufficiente scrivere a: amedit@amedit.it

e versare un piccolo contributo per spese di spedizione. 

 

0 0

About Post Author

Rispondi

Next Post

IL CLASSICO MORRISSEY | L'Autobiografia di Morrissey nella Penguin Classics

Ven Dic 20 , 2013
Date le caratteristiche del personaggio, era inevitabile che l’Autobiography di Morrissey suscitasse, quantomeno in Gran Bretagna, pareri contrastanti e anche una piccola polemica culturale. L’ex cantante degli Smiths, uno dei gruppi rock inglesi più amati dell’ultimo mezzo secolo, si è nel tempo ritagliato un ruolo molto specifico e molto british, quello di paladino di tutti i ragazzi sensibili e pensosi […]
%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: