OBSOLESCENZA PROGRAMMATA | La fine di tutte le cose

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bannerobsolescenzadi Giuseppe Maggiore

obsolescenza1piccolaLavora e consuma. Il diktat della più grande religione al mondo consta di questi due precetti, da ripetere come un mantra quotidiano. Attendi diligentemente a queste due semplici pratiche virtuose, con quella stessa operosità che anima l’esistenza di un’ape o di una formichina operaia, ma stai attento a non emulare di questi formidabili esseri anche la propensione alla parsimonia, cosa disdicevole e altamente nociva nella società degli umani. La nostra è una società che promette sogno ed ebbrezza alimentati dal fuoco ardente e inestinguibile del desiderio. Il tuo desiderio…qualunque esso sia. Conosciamo bene la natura dei tuoi appetiti, sappiamo bene quanto essi siano insaziabili e di come una volta appagati ne generino a loro volta altri. La tua volubilità non conosce limiti, ecco perché abbiamo a lungo lavorato affinché tu fossi parte di un sistema che sa porsi in ascolto dei tuoi desideri, li sa talvolta anticipare, e quando questi minacciano di venir meno, col rischio per te d’un’esistenza grigia e priva di stimoli, ecco che questo formidabile meccanismo viene in tuo soccorso, riuscendo a solleticarti con un qualche nuovo desiderio che ti spinge ad alzarti, a industriarti per soddisfarlo, ad esigere di più da te stesso.

Tu sei parte di questo sistema, poiché esso è fatto della natura stessa dei tuoi desideri. Non puoi pensare di esserne escluso, o di tirartene fuori. Smettere di desiderare sarebbe da parte tua un’inerzia imperdonabile, una pericolosa forma di ozio, e faresti con ciò un grave torto all’umanità intera. Fare, poi, di quanto è in tuo possesso, il tuo piccolo tesoro patrimoniale, di cui prenderti cura per preservarlo dal dissipamento e dall’usura, è solo un’insensata e peccaminosa vanità che contraddice le regole del sistema di cui sei parte. Guardati perciò bene dal conservare, dal mettere da parte, dall’assegnare alle cose che man mano possiedi un eccessivo valore. È bene che tu ti eserciti nella virtù del distacco dai beni materiali: devi aspirare al loro possesso per poi abbandonarli e passare ad altro, il più rapidamente possibile, senza indugiare troppo. Non lasciare mai che certe idee di falsi benpensanti abbiano il sopravvento su te instillandoti degli ingiusti sensi di colpa: a tutti coloro i quali ti accusano di stare facendo spreco di risorse o di starti circondando di tante cose superflue, sappi opporre una superiore saggezza che nasce dalla contemplazione di tutto ciò che è in natura. La natura ci è infatti maestra nel mostrarci tanta sovrabbondanza di materie, di elementi e di ornamenti, e insieme a tanta opulenza ci mostra pure l’ineluttabile fine di tutte le cose. Ecco perché coloro i quali vorrebbero convincerti che le cose debbano essere fatte per durare il più a lungo possibile, magari per accompagnarti lungo tutta la tua esistenza, sono proclamatori di un’empia dottrina contro natura.

obsolescenza3Noi fautori del grande sistema economico mondiale, secondo Natura abbiamo pensato per te una società votata alla crescita, alla ri-produzione continua, e tutto ciò affinché tu possa ogni giorno godere di tanta messe, consumare i frutti appetibili di questo grande processo produttivo al servizio dell’uomo. Guarda quante cose ti si offrono, a portata di mano, nello sfavillio di vetrine e in scaffali sempre stracolmi di ogni merce: guarda quanti prodotti studiati per soddisfare la tua gola, alleviare le tue fatiche, regalarti comfort e benessere, crearti uno stile tutto tuo, aiutarti ad avere un’immagine vincente e sempre al passo coi tempi! Tutto è concepito per stimolare i tuoi più reconditi desideri, ma anche per travalicarli, superandone gli angusti limiti. Tutto ti si offre, a portata di mano, per ricordarti che puoi essere “come tu vuoi” molteplici volte. Per questo, ogni giorno, progettisti, designer, grafici e pubblicitari di tutto il mondo lavorano affinché tu possa avere non uno, ma infiniti mondi possibili. E tu non devi fare altro che stare al gioco, lasciandoti condurre come una sorta di Alice nel paese delle meraviglie. Non fermarti, non precluderti la possibilità di compiere altre scelte, di poterti regalare altre emozioni! Il viaggio continua e la scelta è ampia: nuovi sapori, nuove gamme di colori, nuove prestazioni, tecnologie più avanzate…

È il nuovo che avanza per imprimere alla tua esistenza quella perenne impronta di freschezza e di vitalità che fa di te una persona sempre giovane e dinamica. Fai sempre spazio al nuovo, sbarazzandoti di qualunque oggetto possa avere il sapore di cosa superata, desueta o priva ormai di ogni relazione con la contemporaneità; non lasciare che qualcosa, in ciò che ti circonda, possa essere indizio di una fase di arresto nella tua ammirevole capacità di sperimentazione. Ciò che indossi, la macchina che guidi, il telefono cellulare che sfili dalla tasca, l’elettrodomestico che possiedi in casa… tutto parla di te agli altri, ogni cosa denuncia il tuo status, la tua capacità di stare al passo con i tempi. Ciascuna di queste cose ha in sé un proprio imprinting che la colloca in un dato tempo, in un determinato gusto o stile e in una data funzione, superati i quali la qual cosa diventa obsoleta. È una legge inscritta nella natura stessa di tutte le cose – e noi operiamo secondo natura – ricordalo. Almeno che tu non voglia apparire una persona obsoleta è bene che presti attenzione a questi dettagli fondamentali, non lasciandoti sopraffare da sentimentalismi deleteri che pretenderebbero di legarti oltre un dato tempo a certe cose. Il cambiamento è necessario; sostituire il nuovo al vecchio è la regola ineludibile – e al contempo esaltante – del gioco in atto. Crescita e consumo sono perciò i due anelli inestricabili, la spina dorsale di questo meccanismo che fa di te il suo eccellente fautore-cooperatore. Il consumare fa di te un protagonista attivo del sistema produttivo, il referente primo e ultimo d’ogni nostro sforzo. Non lagnarti quindi se, molto semplicemente, la nostra è, in ultima analisi, una società retta da un sistema che per funzionare ha bisogno di fagocitare tutto quanto produce il più in fretta possibile, e di distruggere l’eccedente per fare ancora spazio ad altro. Tu lavora, e soprattutto consuma. Al resto pensiamo noi.

Che cosa resterà di quest’epoca governata dall’isteria della crescita e del consumo? Il capitalismo industriale ha trasformato la società umana in un efficiente laboratorio di produzione; milioni d’individui costituiscono gli ingranaggi interdipendenti di un imponente macchinario deputato alla produzione di merci d’ogni sorta. Il ciclo produttivo deve procedere inarrestabile, senza cedimento alcuno, accrescendo sempre più il suo rendimento e la sua velocità. Da oltre un secolo il genere umano è così protagonista d’una nuova era, comunemente chiamata “civiltà dei consumi”, in cui come uno sciame di adepti vive e si conforma alle leggi dettate dal sistema produttivo: vive l’ebbrezza d’una illimitata libertà – nelle scelte, negli stili di vita, nei gusti – tanto gli è dato credere affinché, grato, ciascuno assolvi al proprio pio esercizio di cooperazione.

obsolescenza1Ciclicamente il sistema vive le sue fasi di criticità; l’attuale grande crisi che investe tutto l’Occidente non è che l’ennesimo sintomo di un processo forsennato e compulsivo portato alle sue estreme conseguenze e oggi il capitalismo industriale sta assaporando uno dei suoi più acuti spasmi. Alla perdurante e dilagante recessione viene opposta la classica ricetta di sempre: il consumo. Negli anni Cinquanta del secolo scorso, ai cittadini che gli chiedevano cosa fare per combattere la recessione, il prof. Eisenhower rispondeva: “Comprare!” “Ma che cosa?” chiedevano a loro volta “Qualsiasi cosa!” rispose lui. Oggi come allora “Comprare” è un imperativo proclamato da più parti al fine di scongiurare gli effetti devastanti della crisi e il conseguente incalzare della disoccupazione. Comprare! È continuar a lavorare. Comprare! È l’avvenire assicurato. Comprate, comprate quello che oggi desiderate. Era questo un motivetto cantato in quegli anni e che impazzava nelle radio e televisioni di Detroit. Già negli anni Trenta, in America, l’imprenditore Bernard London tentò di far rendere obbligatoria l’obsolescenza pianificata pubblicando il saggio Uscire dalla depressione attraverso l’obsolescenza pianificata, in cui sosteneva che l’unica via per rivitalizzare l’economia piegata dal crollo del 1929 era incentivare i consumi. Ancora negli anni Cinquanta gli faceva eco l’analista del mercato americano Victor Lebow dicendo: “La nostra economia, immensamente produttiva, esige che facciamo del consumo il nostro stile di vita… abbiamo bisogno che i nostri oggetti si logorino, si brucino, e siano sostituiti a un ritmo sempre più rapido.”. Ecco sintetizzato in quest’ultima frase il principio che sta alla base di una precisa strategia produttiva: l’obsolescenza programmata. Un’espressione forse ancora non molto familiare a molti consumatori, sebbene tutti ne facciano le spese, e taluni fra essi ne abbiano in qualche modo sentore. Non è un luogo comune la frase “Le cose di una volta duravano più a lungo”, è pura e semplice verità che soltanto quanti ancora serbano il ricordo di determinati prodotti realizzati alcuni decenni fa possono constatare. Tutti, volenti o nolenti, siamo parte di un sistema economico che per reggersi richiede di stimolare costantemente i nostri bisogni di consumatori affinché acquistiamo con ritmi sempre crescenti. Occorre sempre che vi sia da parte nostra una pronta risposta ai continui input all’acquisto, e affinché ciò sia possibile, bisogna per l’appunto mettere in atto anche delle opportune strategie che in modo coatto ci costringono a farlo.

obsolescenzacompositNei casi in cui non è possibile indurre la sostituzione di un bene attraverso mode, pubblicità e strategie di marketing mirate, si fa in modo che sia il prodotto stesso a scadere, rompendosi e diventando inutilizzabile. Stuoli di ingegneri, ricercatori, progettisti, designer, pubblicitari cooperano stabilendo a priori il ciclo di vita di un prodotto, e questo affinché siano ben determinati i tempi di immissione sul mercato di nuovi prodotti sostitutivi. Ogni nuova cosa venga immessa sul mercato reca in sé una garanzia di autodistruzione che agisce in modo subdolo e invisibile. Dai prodotti tecnologici (automobili, motocicli, televisori, radio, lavabiancheria, ferri da stiro, telefoni cellulari, computer, stampanti, macchine fotografiche, lampadine, ecc.) a quelli tessili (capi d’abbigliamento, tessuti per l’arredamento, rivestimenti, tappezzerie ecc.); dai beni alimentari a ogni sorta di prodotto di grande consumo, non esiste tipologia di merce che possa sottrarsi a questa ineluttabile legge di mercato, in questa che può a tutti gli effetti essere definita come l’età della falsificazione. Tutto è accomunato da una comune predestinazione di brevità. Materiali sempre più fragili o dispositivi studiati ad hoc garantiscono il termine ultimo d’ogni cosa, così come stabilito all’atto della sua creazione. Risulterà inutile ogni tentativo da parte nostra di riparazione e ammesso che sia possibile farlo ciò comporterebbe tempi lunghi e costi troppo esosi. Una fine perentoria e improrogabile che non ci lascia altra scelta se non la sostituzione immediata con un nuovo articolo. Per addolcirci la pillola, saremo in compenso appagati da un design più accattivante, da prestazioni più elevate, da nuove funzionalità, e tutto concorrerà a convincerci che in fondo quella rottura o quel guasto sia stato tutto sommato un evento provvidenziale per passare a qualcosa di migliore.

obsolescenzapiccolaCostretti o meno dalle circostanze, i dati dell’ultimo rapporto dell’Agenzia per l’ambiente (agosto 2012) ci dicono che gli acquisti di apparecchi elettronici sono aumentati di sei volte tra il 1990 e il 2007, mentre nello stesso periodo la spesa per le riparazioni è scesa del 40%. Un buon 44% degli oggetti elettronici finisce in discarica senza neanche un tentativo di riparazione. La mission dell’industria capitalistica ha in definitiva raggiunto il suo obiettivo. “Con l’obsolescenza programmata – dice Serge Latouche – la società della crescita ha in mano l’arma assoluta del consumismo. Si può resistere alla pubblicità, rifiutarsi di contrarre un prestito, ma si è disarmati di fronte al deperimento tecnico dei prodotti. In capo a periodi sempre più brevi, macchine e attrezzature diventate protesi indispensabili del nostro corpo, dalle lampadine agli occhiali, si guastano per la rottura intenzionale di un elemento.” La fine programmata di tutte le cose, tesa a supportare questa sorta di libidine produttiva e consumistica non manca però di presentare il suo conto: Dove va a finire l’immane quantità di relitti che necessariamente essa produce? All’immagine sfavillante dei grandi templi del consumismo, e a quella rassicurante delle nostre città così linde e ordinate, che non si fanno mancare i cassonetti per la raccolta differenziata dei rifiuti, disposti con cura ad ogni isolato, fanno da contraltare immense discariche di rifiuti dannosi per l’ambiente e per la stessa salute dell’uomo. I cittadini italiani di talune regioni cosiddette virtuose, ritengono di potersi sentire dispensati da questo problema, o da qualunque forma di responsabilità a esso riconducibile. Costoro, in virtù di un consolidato senso civico (come quello di osservare diligentemente la raccolta differenziata per ciascun tipo di rifiuto, partecipare alle giornate ecologiche annualmente indette rinunciando per qualche ora all’utilizzo della propria automobile, ecc.), certo più sviluppato rispetto ad altri loro connazionali, sono portati ad associare l’idea delle discariche a cielo aperto con le regioni del sud, come ad esempio le città campane. Ciò ha un suo riscontro nella realtà: è un dato di fatto che le città della Campania detengono un triste primato italiano, per quanto riguarda la gestione e lo smaltimento dei rifiuti. Ma è pur vero che tali rifiuti, per lo più tossici, sono in gran parte prodotti dalle industrie del nord, le quali per sbarazzarsi del problema semplicemente lo “insabbiano” il più lontano possibile dal proprio territorio, giù al sud, appunto. Si fa presto, così, a darsi un’immagine linda e senza macchia. Allargando la prospettiva fuori dal campo visivo nazionale, ecco montagne di televisori, frigoriferi, lavastoviglie, lettori DVD, telefoni cellulari e ogni altro relitto tecnologico fare la loro apparizione nelle regioni del cosiddetto Terzo Mondo, nelle cui discariche, per prendere una cifra a caso, ogni anno finiscono ben 150 milioni di computer (500 navi al mese partono alla volta del Ghana e della Nigeria). I due casi appena menzionati bastano da soli a sfatare l’immagine eco-friendly che molti paesi o aziende intendono ostentare nei confronti dell’opinione pubblica. Se nel caso dei rifiuti campani è in gioco il malaffare che vede coinvolti organizzazioni camorristiche, politici e imprenditori, nel caso dell’Africa sono alcune tra le più prestigiose aziende occidentali che, aggirando il divieto di esportazione dei RAEE, riescono a esportarvi tonnellate di carcasse ormai inutilizzabili spacciandole per macchinari usati ancora funzionanti. Un impatto ambientale di colossali proporzioni, che in un modo o nell’altro – attraverso l’aria che respiriamo o i cibi che ingeriamo – finisce con il nuocere tutti, al di là dei confini territoriali entro cui viviamo. Una responsabilità morale che chiama in causa tutti noi in virtù della sconsiderata smania consumistica in preda alla quale agiamo quotidianamente.

obsolescenza2La politica dell’usa e getta investe ormai ogni settore merceologico, e quand’anche non fosse dettata da un oggettivo deperimento delle merci resta ormai un ben radicato fenomeno di costume, che non mostra segni di attenuazione nemmeno in una fase di austerity come quella attualmente in corso. Anni di costante esercizio nei territori del superfluo, la costante tensione al nuovo, l’identificazione della propria persona con l’armamentario di oggetti sempre all’ultimo grido, hanno ormai forgiato le nostre coscienze, disabituandoci alla sobrietà e alla capacità di saper resistere alle molteplici seduzioni con cui il mercato solletica continuamente i nostri sensi. Inseguiamo la chimera di sogni a buon mercato, ogni volta dietro la falsa promessa di conseguire attraverso questo o quell’altro oggetto la felicità, effimera quanto le cose di cui entriamo in possesso. Agiti dalla pubblicità, che “ci fa desiderare ciò che non abbiamo, disprezzando ciò di cui disponiamo” (S. Latouche), siamo preda dei nostri desideri puntualmente frustrati. Inseguiamo un’eterna giovinezza, affidandoci ai miracoli della chirurgia estetica, e al contempo consideriamo presto morte le cose di cui ci circondiamo. È come se, ossessionati dal debellare la vecchiaia e la morte da noi stessi, la proiettassimo sulle cose inanimate, che quindi devono rapidamente essere allontanate da noi, affinché ciò che ci circonda s’intoni perfettamente all’involucro sempre giovane che ci siamo fatti del nostro corpo.

Giuseppe Maggiore
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Cover Amedit n° 16 - Settembre 2013. "Obsolescenza programmata" by Iano
Cover Amedit n° 16 – Settembre 2013. “Obsolescenza programmata” by Iano

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