IL SESSO DELLE PAROLE

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BANNERSESSOWords and eggs must be handled with care.
Once broken they are impossible

things to repair.

(Anne Sexton)

di Giancarlo Zaffaroni

SESSO1Come mai in italiano, come in quasi tutte le lingue neolatine, non esiste il genere neutro? Il genere delle parole influenza il nostro modo di pensare? Il pensiero ha bisogno delle parole o si svolge in modo magmatico e inconscio, e le parole ne catturano solo lo strato superficiale comunicabile? Il linguaggio è uno strumento che si adatta ai cambiamenti sociali o in qualche modo li determina? Domande troppo grandi, sfuggenti, inutili? Giocheremo con alcuni aspetti delle parole, del genere e del sesso delle parole, per conoscerle, per usarle un po’ meglio, forse per trovare nuovi spazi linguistici.

In italiano non esiste una regola esaustiva per dedurre il genere dall’ultima vocale dei nomi, come mostrano gli stranieri e i bambini che usano articoli, aggettivi o verbi falsamente concordanti. Vediamo qualche esempio. Nomi maschili in -a: assioma, boia, cinema, dogma, emblema, fantasma, gorgonzola (checché ne dicano i piemontesi), idioma, messia, papà e papa, sistema, stigma, sosia, trauma, voltafaccia. Nomi femminili in -o: auto (che una volta era maschile), dinamo, eco, libido, mano, moto, pallavolo, radio, virago. Nomi maschili e femminili in -i, -u, -e: alibi, brindisi, ieri, oggi, domani, giorni della settimana, crisi, tesi, diagnosi. Blu, ragù, tabù, gru, tribù, virtù. Signore, infermiere, animale, fiore, colore, piede, sole, padre, madre, arte, lettrice, neve, sete, televisione.

Alcune particolarità hanno origini storico-etimologiche nel passaggio dal latino all’italiano. Luca Lorenzetti rintraccia residui del genere neutro nei plurali in -a divenuti femminili singolari, come foglia o pecora. Folia, indicava l’insieme delle foglie, per noi è la foglia singola e si adegua alle regole con il plurale in -e. La sistemazione grammaticale introduce cambiamenti di significato: foglio viene da folium (foglia) e ora indica la carta. Curiosamente pagina indica anche i due lati della foglia, forse confermando l’origine comune. Altri residui del genere neutro si trovano nei plurali femminili di nomi maschili come braccia, dita, mura, uova. Più raro il contrario, come la eco/gli echi. La ragione della difformità è che, per esempio, braccio/braccia viene da brachium/brachia. È curioso che la conoscenza di una lingua si misuri, più che dall’applicazione delle regole generali, dall’uso proprio delle forme idiomatiche, delle eccezioni, delle stranezze.

Esistono anche relazioni insolite fra maschile/femminile e singolare/plurale. I nomi di albero sono in genere maschili, il frutto femminile: pesco/pesca, melo/mela e così via, con eccezioni come noce, cedro, fico, vite/uva, quercia/ghianda. Nomi di un solo genere legato al ruolo famigliare, come padre/madre, fratello/sorella, marito/moglie, ma anche uomo/donna. Nomi ambigeneri come cantante, insegnante, nipote, giornalista, dove il sesso sta nell’articolo. Nomi dove il genere cambia significato alla parola: pasto/pasta, banco/banca, soffitto/soffitta, torto/torta. Nomi dai doppi plurali con significati diversi: muro/muri/mura, cervello/cervelli/cervella, braccio/braccia/bracci, grido/gridi/grida, corno/corni/corna. Braccio è davvero polimorfo. Nomi che cambiano genere per diminutivo (da maschile a femminile) e accrescitivo (da femminile a maschile): gallo/gallina, eroe/eroina, zar/zarina, strega/stregone, capra/caprone. Stupisce l’approccio maschilista di questo metodo linguistico.

Poeta e ministro sono nomi maschili, nonostante il primo finisca in -a. Non sarebbe più bello dire “la poeta” anziché “la poetessa” abbattendo la differenza di genere? Nomi maschili come guardia, sentinella, recluta, capitano, sono usati per le donne militari, senza distinzione di genere: una vera parità? Ministra si va affermando e segue le regole canoniche. Buffi i nomi maschili delle cantanti liriche (il soprano, il contralto) che generano indecisioni nel concordare il verbo al genere del nome o al sesso della persona: il soprano era accompagnato dal marito oppure era accompagnata dal marito. In alcuni paesi si può dire anche il soprano era accompagnata dalla moglie, o anche il tenore era accompagnato dal marito.

SESSO2Siamo circondati da frasi fatte e stereotipi, intercalari vuoti di senso, parole e locuzioni tematiche ripetute da politici e giornalisti, dalla televisione e quindi da tutti. Il linguaggio comune induce una visione del mondo socialmente accettata, il bambino forma il suo modo di pensare apprendendo la lingua dell’ambiente che lo circonda. Se questa è povera o cattiva si avrà un pensiero asfittico che rumina banalità, precario e facilmente manipolabile, il contrario dell’intelligenza critica, insegnanti e genitori hanno grandi responsabilità. L’opposizione maschile/femminile è un elemento fondante della nostra lingua e cultura sociale, basata su un’educazione chiaramente distinta per genere fin dall’età più tenera, inclusi i luoghi comuni sulle diversità fra i generi e gli orientamenti sessuali. La lingua, anche quella politicamente corretta, diventa confusa e faticosa di fronte alla molteplicità di generi e identità sessuali che si collocano fra l’uomo e la donna eterosessuali, nello spiegare i percorsi di chi decide di cambiare sesso, nel riferirsi all’intersessualità, persone che nascono con cromosomi sessuali, apparato genitale e caratteri secondari che variano rispetto a quanto è considerato femminile e maschile. Tutte queste realtà umane, più che essere etichettate e corrette, dovrebbero essere raccontate, comprese e accolte come espressioni di diverse nature della persona, senza pregiudizi e ostacoli, senza essere visti come minacce alla morale o alla società, poiché non lo sono per niente. Uno strumento che facilita l’inclusione può essere uno spazio linguistico neutro che superi la dicotomia di genere senza strappi, contrapposizioni o concessioni, che permetta di considerare le persone con le proprie caratteristiche individuali e di comportamento sociale tenendo presente l’uguaglianza della dignità personale e dei diritti individuali fondamentali, che includono il matrimonio e la genitorialità, biologica o adottiva. Sarebbe un passo avanti se persona fosse una parola che non è né maschile né femminile, se recuperasse, in astratto ma concretamente, la libertà del genere neutro.

Qualche anno fa l’Australia ha adottato un terzo sesso sul passaporto, per le persone intersessuali e per chi non vuole specificare il suo genere, oltre ad accettare l’indicazione di maschio o femmina come genere di elezione, indipendente dal sesso biologico. Al solito si discuterà sull’opportunità dell’indicazione e sui problemi che una persona segnata come X (la terza lettera in aggiunta a F e M) può avere in un paese con legislazioni e costumi meno avanzati, ma questa piccola lettera è un segno linguistico nella giusta direzione. È una lettera alla quale non corrisponde ancora alcuna parola, sesso indeterminato sembra generico e prolisso. La differenza di genere percorre il linguaggio umano in modo poderoso e pregnante, pur con eccezioni, e influenza l’espressione linguistica del nostro pensiero. Eppure conoscere non è semplicemente pronunciare una parola, nominare un concetto, un luogo, una persona. Nel brillante Diario di Adamo ed Eva di Mark Twain, la specie umana nasce dotata della capacità di inventare le parole. Eva si occupa principalmente di dare nome ad animali, luoghi e persone:

Quando per la prima volta fece la sua comparsa il dodo lui pensò che si trattasse di una lince. Glielo lessi negli occhi. Ma gli venni in aiuto. E fui molto attenta nel farlo in modo che il suo orgoglio non ne fosse ferito. Con grande semplicità, e come se fossi piacevolmente sorpresa, cominciai a parlare e, senza nemmeno avere l’aria di chi gli stesse fornendo un’importante informazione, dissi: “Guarda, guarda, sembra impossibile, ma quello è un dodo!” E senza avere per niente l’aria di farlo gli spiegai come ero riuscita a capire che era di un dodo che si trattava. Fu chiaro che era pieno di ammirazione, anche se mi venne il sospetto che si fosse un po’ risentito del fatto che io ne conoscessi il nome e lui no.

La versione di Adamo:

Non ho alcuna possibilità di dare un nome alle cose: il nuovo essere dà il nome a qualunque cosa passi prima che io possa oppormi. E dà sempre la stessa spiegazione – ha proprio l’aspetto del nome che le ha dato. C’è il dodo, ad esempio. Dice che quando uno lo guarda vede immediatamente che “somiglia a un dodo”. E lui dovrà tenersi quel nome, senza dubbio. Mi scoccia irritarmi per questa cosa, comunque non importa. Dodo! Non somiglia a un dodo più di quanto non ci somigli io.

È straordinario come il genere umano riesca a mettersi d’accordo, in vaste aree geografiche, sul significato delle parole. Come farà un bambino a sapere che il rosso è rosso (red, rouge, rot, rojo, vermelho, …)? Eppure lo capiamo tutti che somiglia al rosso. È anche sconcertante il livello di fraintendimento che esiste normalmente fra due persone, pur animate da sincera volontà di comprensione reciproca.

Saranno le parole a cambiare la società oppure il linguaggio ne assorbirà i progressi verso una visione più equilibrata e pluralista dei generi e dei sessi? Saranno le parole delle leggi a mutare linguaggi e comportamenti sociali verso una maggiore civiltà oppure le norme recepiranno, sempre troppo tardi, l’evoluzione sociale quando questa maturerà?

Fortunato chi scopre e dice i suoi veri nomi, i nomi dei suoi veri amori.

Giancarlo Zaffaroni
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Cover Amedit n° 16 - Settembre 2013. "Obsolescenza programmata" by Iano
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Questo articolo è stato pubblicato sulla versione cartacea di Amedit n. 16 – Settembre 2013

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