IL GRANDE CANCELLATORE | Emilio Isgrò / Galleria Nazionale d’Arte Moderna, Roma (20 Giugno – 6 Ottobre 2013)

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bannerisgrowebL’arte è la rappresentazione della realtà, diceva il vecchio Aristotele.

Io non rappresento la realtà, io rappresento solo la distanza che mi divide da essa.

Emilio Isgrò, Autointervista, Università di Parma, 1975

di Massimiliano Sardina

isgro1webIsgrò cancella dalla fine degli anni Sessanta. Per comprendere a pieno la sua operazione sarà utile innanzitutto indagare l’etimologia del verbo “cancellare”, così intimamente connesso alla scrittura e, più in generale, al linguaggio. Al “cancellare” compete sia la sottrazione sia la schermatura, e in entrambi i casi a intervenire e a interporsi è una censura (che copre o che toglie). Cancellare deriva da Cancellus (cancello): cassare una scrittura e propriamente tirandovi sopra freghi per lungo e per traverso, in modo da render figura di un cancello. Sul Devoto-Oli della lingua italiana: annullare con tratti di penna o in altro modo (anche cercando di farla scomparire) una scrittura o una parte di essa, generalmente a fini di correzione; e ancora: cassare una parola errata, rendere illeggibile, sbarrare, eliminare, annientare. Una cancellatura è quindi un annullamento, una correzione, un frego tirato su una scrittura o una traccia lasciata da una gomma.

La cancellatura di Isgrò si è imposta fin da subito come un segno-icona, una sorta di equivalente del modulo di Capogrossi; la riga di testo barrata di nero (di volta in volta accostata ad altre righe barrate o semi-barrate, o a leggibili o semi-leggibili parole isolate) è cifra identificativa di Isgrò, una linea continua che dalla fine degli anni Sessanta corre dritta fino all’ultima grande retrospettiva romana Modello Italia 2013-1964. La censura del testo si riallaccia idealmente alla tradizione alchemica, a quella necessità di preservare le parole, di tacerle, di non renderle accessibili. Il Cancellus è dunque anche Silentium, omissione, nascondimento. <<Cancellare – scrive Roberto Andò nel testo critico Gioco a nascondere – è un verbo che rimanda alla scrittura e che non potendo fare a meno di lasciare tracce, le cancellature, si presta a una sorta di gioco a nascondere, svelando così il proprio sotterraneo refrain filosofico: lasciare che le cose non scompaiano del tutto, o meglio, lasciare una traccia delle cose che sono state cancellate, esibendo i segni, gli strati, le materie che le hanno coperte. Le cose, le parole, le immagini ci sono ancora, ma cancellate. Resta vivo, attivo, il residuo morale dell’azione che le ha rese invisibili, una sorta di grumo, il segno della cancellazione: misfatto o gesto liberatorio, censura o rimedio?>>

isgro2webNell’azione isgroiana la cancellazione non è mai correzione: la parola corretta non si sovrappone mai a quella sbagliata, e nessun segno rosso spicca per segnalare un’imprecisione; Isgrò non corregge, non toglie, non aggiunge: semplicemente copre (nero su bianco, ma anche bianco su nero), un coprire che è soprattutto un velare (nel rituale ambiguo tra segreto e disvelamento). <<Annullando ogni eventuale illusione di messaggio trasmissibile attraverso la parola, – scrive Vittoria Coen in Minimalia (a cura di A. Bonito Oliva, 1997) – concettualizzando un avvio che appariva nell’ordine del concreto, e uscendo dall’impasse della priorità degli elementi da usare, ha manipolato liberamente i codici della trasmissione.

Ha scandalizzato gli idolatri del prodotto letterario come feticcio affrontando al contrario il senso forte e duro della necessaria sottrazione del falso significato e dei suoi inganni in un’apparente iconoclastia che è invece una sostanziale ecologia della mente che non distrugge ma soltanto cancella le bucce rugose del conformismo. (…) Restano certo le righe lugubremente nere, resta il senso della proibizione, ma anche un cenno all’inutilità dell’eccesso di messaggi, della pleonasticità di comunicazioni inflazionate.>> Nello scongiurare l’univocità di senso la cancellatura amplifica e gonfia i contenuti potenziali di ogni singola parola, traslando incisivamente il significato in significante. Se un messaggio c’è va quindi ricercato ben al di là del didascalico, in una grammatica invisibile che scorre parallela alle righe di testo annerite. Nell’eludere simboli e metafore Isgrò rivolta il linguaggio come un guanto mostrando cuciture, rattoppi e insospettate strutture. Accade così che i testi censurati parlino a gran voce più di tante frasi organizzate, come solo sa fare la grande letteratura (o, se si preferisce, la grande poesia).

isgro3webDalle prime chine su libri tipografici fino ai più recenti acrilici su tela – e più precisamente da opere come L’attacco isterico (Freud) del 1967 fino a I come Italia del 2010 – è come se Isgrò avesse tracciato una sola linea continua, una scia scandita da interruzioni e riprese. La cancellatura (Gillo Dorfles è uno dei primi ad accorgersene) è sicuramente una risposta alla crisi delle avanguardie storiche, e non necessariamente deve essere inquadrata nell’alveo delle inazioni minimaliste volte alla negazione dell’opera. Isgrò ne ha sempre fatto un uso politico e civile, senza nulla sacrificare al compiacimento tautologico e all’ambiguità che la cancellatura vanta come qualità intrinseca. L’artista si fa Cristo cancellatore (parafrasando il romanzo cancellato di Isgrò, ed. Apollinaire, 1968), un demiurgo alla rovescia e ingaggia un’interazione problematica col linguaggio (se italiano, latino, tedesco o arabo non importa).

Nessun rebus, nessun codice da decriptare, nessun gioco ottico (Isgrò non è mai inciampato nella facile enigmistica). Più che una cancellazione quella di Isgrò è una riscrittura, una misteriosa amplificazione innestata tra le maglie del linguaggio. Davide Bondì la configura quale gesto penultimo: <<un modo possibile di nominare nuovamente le cose, di conservarle per il futuro.>> Nel testo critico Calligrafia delle nevrosi Ferruccio de Bortoli definisce le cancellature di Isgrò: <<sottolineature del nostro essere o, meglio, del nostro non essere italiani, cittadini, o semplicemente membri di una isgrò4webcontemporaneità che sembra affollata di segni, alluvionata di particolari, ma povera di molti dettagli identitari, come le verità mancate o taciute.>> E per dirla con le parole dello stesso Isgrò: <<C’è un tempo per cancellare le parole e un tempo per recuperarle.>> L’intento non è quello di mortificare la scrittura, al contrario, la barratura equivale a un’evidenziazione, a una sottolineatura, a una rimarcazione. Scrive Roberto Andò (op. cit.): <<La cancellatura di Isgrò raddoppia il prestigio della scrittura, ne moltiplica la vertigine, assumendosi la responsabilità paradossale di rendere tangibile quel prestigio nel momento stesso in cui ne sta celebrando la dissoluzione.>> Agli interventi sulla parola scritta Isgrò ha da sempre affiancato quelli sull’immagine, e a questo proposito come non menzionare i due interessantissimi cicli seriali realizzati con le cartine geografiche e con i giornali quotidiani. In Sicilia e Italia (1970, china su carta geografica), e Altri continenti (1974), fino ai dodici elementi di Weltanschauung (2007, acrilico su tela), Isgrò traccia dei segni neri sui nomi dei luoghi e sulle rotte nautiche, rendendo la mappatura pressoché illeggibile (inconsultabile); il risultato non sono carte geografiche scolastiche cosiddette mute (appositamente senza diciture riportate, per esercitare la memoria) ma, come le definisce de Bortoli (op. cit.): <<azzittite, piene di identità compresse che scompaiono sotto una pioggia di segni neri. Senza annullarsi del tutto, però. Ed è come se potessimo ancora guardare le opere in controluce e scoprire la toponomastica perduta.>>

paginaisgrowebSicilia, specie in virtù dei natali dell’artista (nativo di Barcellona Pozzo di Gotto, provincia di Messina), è particolarmente emblematica. È l’isola di Brancati, di Vittorini, di Tomasi di Lampedusa, di Pirandello, di Patti, di Bonaviri… un’isola nutrita di parola, di racconto, di storia, così come è anche l’isola del silenzio, della parola data e non mantenuta, territorio oltraggiato, da sempre assetato di giustizia, bersaglio di un’Italia distaccata nonché di una Sicilia non sempre solidale con se stessa. L’inchiostro di china si produce in un’infinità di segmenti, ma non c’è caos o scarabocchio: la censura è anzi metodica, ordinata, segue una sua logica procedurale. Dalla Sicilia all’Italia il passo è breve, e se qualcosa traspare lo si deve unicamente alla chimica della china in rapporto all’inclinazione della luce. Stesso procedimento anche nella serie Modello Italia (2013), prime pagine di giornale, un’installazione per numero variabile di elementi (tecniche miste su carta in box lignei e plexiglass). Qui le cancellature tradiscono una maggiore (e voluta) trasparenza; il tratto nero sbiadito lascia intravedere sprazzi di testo e porzioni di parole, creando e suggerendo percorsi di lettura e interpretazione. L’Avvenire, La Repubblica, Il Messaggero, Il Sole 24 ore, L’Unità, Il Manifesto, Il Corriere dello sport, L’Osservatore romano… ce n’è per tutti. La cancellatura si insinua indifferentemente tra cronache nere e cronache rosa, impregnante, oscurante, arbitrariamente selettiva per quel che concerne i brani o le immagini da occultare. Viraggi censori in nero o in bianco, a seconda, come nella Costituzione cancellata (2010), un’installazione che nella mostra romana Modello Italia 2013-1964 è stata significativamente accostata alla scultura L’Italia che dorme (alluminio, 2010). In queste opere l’impegno civile non dissimula l’indignazione: il testo costituzionale cancellato non è che una constatazione, una perfetta fotografia del nostro paese, una diagnosi impietosa dell’attuale avaria sociopolitica (mentre l’Italia dorme, sepolta sotto il sudario della sua complice indolenza, forze oscure preparano un risveglio da incubo). L’Italia contro la quale Isgrò punta il dito è quella delle burocrazie disumanizzanti, quella dello scarica barile, quella delle caste e delle logge, quella della parola al vento e della lettera morta.

Dalla cancellazione dell’enciclopedia Treccani (1970) a quella purtroppo simbolica del debito pubblico (realizzata nel 2011 per la Bocconi di Milano) è trascorso oltre un quarantennio. Decenni (e quest’ultima mostra lo dimostra) cavalcati da Isgrò con coerenza e misura, senza facili irriverenze, senza scandaletti da galleria. Ne emerge una personalità definita, pulita, a dispetto di tutte quelle macchie d’inchiostro. Isgrò è un poeta visivo, un compilatore di segni-parola, un cancellatore-evidenziatore. <<Se un tempo il poeta lavorava sulla parola, – dichiara Isgrò in un’autointervista del 1975 – il pittore sul colore, il musicista sul suono, l’operatore della nostra epoca può lavorare benissimo sul rapporto che i codici hanno tra loro… Oggi l’artista non è che un regista: il regista di tutti i segni che, dalle fonti più disparate, arrivano alla sua attenzione.>>

isgrocoverwebIn altre opere recenti (la madonna e la giara con formiche, il monumento a Garibaldi, fino a I come Italia) Isgrò sostituisce le cancellature con plotoni di blatte e formiche; alla fissità delle barrature subentra così la cancellatura mobile del Superorganismo (la natura si riappropria del linguaggio, ne indica l’imminente putrefazione). Come acutamente sintetizza Aldo Nove nel suo intervento critico su Isgrò Il gatto di Schrodinger: <<La questione è il limite, il limite delle parole, delle nostre parole.>> Forse il più grande merito di Isgrò risiede nella centralità che ha saputo assegnare all’iconicità della parola (cancellata o semi-cancellata). In certe opere sembra quasi di scorgere quelle righe di corrispondenza censurate in tempi di guerra o nelle carceri, comunicazioni mutilate di questo o di quel particolare, di questa o di quella informazione, perché il nemico è sempre in agguato e ci sono verità che è sempre prudente non rivelare. Isgrò in fondo sa bene che la comunicazione è un equilibrio arbitrario (e misterioso) di detto e non detto. Le parole ci sono, ma non si vedono. O meglio, si intravedono, se ne intuisce la presenza, l’ingombro fisico, quell’inconfondibile rivolo sul biancore della carta, ma non si leggono (o si leggono appena, o si leggono male). Isgrò vuole forse indurci a riflettere sull’indicibile e sull’inenarrabile, su quelle dimensioni di senso che scavalcano la referenzialità del razionale; parole bendate, come gli amanti di Magritte, parole blindate da quello stesso inchiostro che pure le ha impresse, parole che forse riaffioreranno. E tra le righe? È lì che è riposto il non detto? È lì la chiave di lettura? Quello di Isgrò non è inchiostro simpatico.

Massimiliano Sardina
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Cover Amedit n° 16 - Settembre 2013. "Obsolescenza programmata" by Iano
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