ZOOICONE | Le immagini degli animali tra scienza, arte e simbolismo

Posted on 23 giugno 2013

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bannerzoowebdi Massimiliano Sardina

zoo1webLe prime raffigurazioni animali risalgono alla notte dei tempi o, se possibile, ancora più indietro visto che le datazioni sono destinate a riformularsi alla luce di ogni nuovo ritrovamento. All’indomani del segno e dell’impronta ecco subito affiorare la sagoma dell’animale, in quella raffinata bidimensionalità sintetica che fa da cifra inconfondibile allo stile cosiddetto preistorico. Tutto il repertorio zoomorfo inciso o tracciato sulla roccia può essere letto come una sorta di proto-alfabeto tramandato in una lingua, già allora, universale; all’alba della comunicazione, in piena era pre-linguistica, i primi messaggi visivi sono stati veicolati dall’iconografia animale. Ma perché proprio l’animale e non, ad esempio, il vegetale? Le ragioni sono molteplici e sono tutte riconducibili a necessità primarie. Si escluda innanzitutto l’istanza decorativa e quella meramente compilativa. Cominciamo col considerare che l’animale si muove, non è staticamente disponibile al vaglio visivo come un albero, un corso d’acqua o una grotta. L’animale è schivo, tendenzialmente prudente o mimetico, ben consapevole della sua natura di preda o predatore, non è insomma alla portata come qualsivoglia altro elemento del paesaggio. Di qui l’esigenza di fissarne i contorni, tanto nella forma quanto nei colori, a beneficio dell’uomo-cacciatore per il quale quell’animale sta a simboleggiare in primo luogo il nutrimento e la sopravvivenza. Un promemoria a vantaggio di tutti i membri del gruppo (soprattutto di quelli più giovani e inesperti), e nient’affatto didascalico, utile altresì a discriminare tra le specie quelle “buone”, affinché la battuta di caccia vada a buon fine e affinché venga garantito il buon auspicio dell’abbondanza e della sopravvivenza.

zoo2webÈ singolare che le prime forme di scrittura (di zooscrittura) abbiano a che fare con la sopravvivenza (ci penserà in seguito la Letteratura a eternare il linguaggio). Dall’essenzialità delle grotte di Lascaux all’asetticità delle vasche di formaldeide di Damien Hirst e delle plastinazioni di Gunther von Hagens – passando per i bestiari medievali, le incisioni calcografiche sempre più realistiche e minuziose dal XV al XIX secolo, fino alle fotografie documentaristiche dell’era digitale – le zooicone hanno galoppato la storia modificandosi attraverso i processi evolutivi e la selezione artificiale e imprimendosi nell’immaginario collettivo tramite la visione diretta e, soprattutto, indiretta. Se la visione diretta implica il faccia a faccia con l’animale, quella indiretta ne fa a meno per definizione: questo è un aspetto fondamentale per comprendere la natura di determinate alterazioni (o approssimazioni) morfologiche che hanno interessato, nei secoli, diverse specie animali. Prima della diffusione della stampa le zooicone viaggiavano per lo più nei racconti orali, verosimili o fantastici, e spesso venivano arbitrariamente ricostruite solo sulla base di questi, con l’aggiunta magari di caratteri accessori, a capriccio del compilatore. Le miniature erano rarissime e pochi avevano la fortuna di poterle visionare. Una prima discreta circolazione la si ebbe con l’invenzione della xilografia; di lì in avanti, parallelamente al consolidamento crescente dell’editoria e dell’illustrazione calcografica, le zooicone finirono per abbandonare definitivamente i territori della leggenda per entrare più prepotentemente in quelli dell’oggettività naturalistica. Un viaggio lungo e faticoso, una vera e propria migrazione. Nel corso della traversata ogni animale (tutti, nessuno escluso) si è caricato, suo malgrado, di una valenza simbolica, segno che l’uomo non se ne è stato semplicemente lì a guardare con le mani in mano ma, al contrario, si è dato da fare lavorando di immaginazione e di creatività. Da un lato l’uomo scienziato, attento osservatore, dall’altro l’uomo magico sempre preda delle sue chimere, dai medievali draghi alati sputa fuoco ai Lochness lacustri del secolo scorso, fino ai più recenti Chupacapra.

zoo3webNella mitologia greca, alle origini stesse della cultura occidentale, la natura animale in tutte le sue declinazioni è emblematicamente connessa all’istintualità umana. Tutto il campionario filtrato nelle Metamorfosi di Ovidio testimonia quell’antichissima contaminazione tra il razionale-spirituale e la misteriosa dimensione ferina. Terrestri, aeree, subacquee, reali o leggendarie, le creature animali hanno popolato per millenni le fantasie e le paure degli uomini, prestandosi fin da subito a incarnarne gli archetipi, e non c’è praticamente animale che abbia potuto sottrarsi alla dinamica dell’associazione. Assimilato ora alla virtù ora al vizio (ora a entrambi: sono numerosi i casi di simbologia ambivalente, si pensi al serpente che è associato sia alla tentazione sia alla rigenerazione), l’animale ha prestato il fianco a ogni proiezione della mente umana, tanto nel sacro quanto nel profano in un’unica soluzione di continuità. Adorato come incarnazione di entità religiose o temuto perché ascrivibile al male, l’animale ha veicolato messaggi visivi in tutte le epoche e in tutte le culture. La sua morfologia (unitamente alle specifiche caratteristiche variabili da specie a specie) lo ha connotato significativamente, e spesso con sostanziali differenze tra una cultura e l’altra. Nell’Antico Testamento (nel Levitico) compare addirittura una distinzione tra animali puri e animali impuri: “(…) Tra i volatili che avrete in orrore e non mangerete, questi saranno per voi in abominio: l’aquila, l’ossifraga, la strige, il nibbio e tutti gli uccelli rapaci, tutte le specie di corvi, lo struzzo, la civetta, il gabbiano, tutti gli sparvieri, il gufo, il martin pescatore, l’ibis, il cigno, il pellicano, la folaga, la cicogna, le varie specie di aironi, l’upupa, il pipistrello. Ogni bestiola alata che cammina su quattro zampe, sarà per voi in abominio. Ma, tra le bestiole alate che camminano su quattro zampe, potrete mangiare quelle che hanno due zampe sopra i piedi per saltare sulla terra e cioè potrete mangiare le varie specie di locuste, di cavallette, di acridi, di grilli. Ogni altra bestiola alata che cammina su quattro zampe, sarà per voi in abominio. Da esse contrarrete impurità: chiunque tocca la loro carogna diventa impuro fino a sera e chiunque trasporta la loro carogna laverà le proprie vesti e diventerà impuro fino a sera.” Nel medioevo, nel grande calderone delle superstizioni popolari e religiose, la zooicona del gatto (nero, preferibilmente) si palesa quale emblema stesso del male, incarnazione zoomorfa del diavolo biblico. Basti solo citare l’inquietante bolla Vox in rama emanata nel 1233 da papa Gregorio IX, con la quale si dava inizio allo sterminio (nel nome del Dio cristiano, naturalmente) di tutti i gatti, in particolar modo quelli dal manto nero. Migliaia di gatti finirono arsi vivi, scorticati, torturati, crocefissi oppure lanciati dai campanili in occasione di determinate ricorrenze religiose. Venerato e idolatrato dagli egizi, il gatto non conobbe egual fortuna in seno al cristianesimo, ma non fu il solo; tra le tante zooicone maledette si annoverano le altre incarnazioni zoomorfe del demonio: in primis il caprone (protagonista di tante xilografie), a seguire la mosca (attributo di Belzebù, il Signore delle mosche), il rospo, il serpente, e in generale tutto ciò che è associato all’oscurità della notte e alla profondità degli abissi. Alle zooicone maledette si contrappongono quelle sacre, in particolare la colomba e l’agnello, simboli della purezza e dell’innocenza. Il rapporto tra uomo e animale si è modificato significativamente nel corso dei secoli (una modificazione che è ancora in atto), dispiegando un territorio d’indagine antropologica davvero sterminato, al quale oggi anche la zooiconologia può offrire un importante contributo. Le zooicone, dalle più antiche alle più recenti, si profilano quali documenti imprescindibili della storia dell’uomo, testi visivi di straordinaria complessità sempre suscettibili di nuove decifrazioni. Graffiti, affreschi, tempere, oli, miniature, incisioni, sculture, bassorilievi, gioielli, araldi, manufatti artigianali, esemplari impagliati, cere, fotografie, fumetti, installazioni, proiezioni video… La zooicona non ha medium preferenziali e prende forma indifferentemente attraverso le tecniche e i supporti più svariati. Non necessariamente una zooicona deve manifestarsi iconograficamente poiché anche una descrizione scritta può fungere, all’occorrenza, alla sua delineazione.

zoo4webSull’argomento, su quanto le zooicone abbiano ancora da svelarci, il biologo Francesco Mezzalira ha redatto l’interessantissimo saggio Le immagini degli animali tra scienza, arte e simbolismo (edito da Angelo Colla), una monografia interdisciplinare sulla storia delle immagini animali che si muove disinvoltamente dalla mitologia alla scienza, dall’analisi estetica all’interpretazione simbolica. Consapevole di muoversi su un territorio vastissimo Mezzalira appronta un primo manuale di zooiconologia, focalizzando oggetto e metodo di una nuova disciplina d’indagine comparata. <<Lo studio delle rappresentazioni degli animali nell’arte e nell’illustrazione – scrive Mezzalira – può fornire importanti contributi per vari aspetti della critica d’arte, della storia e delle scienze naturali. L’analisi iconologica può contribuire, attraverso una corretta identificazione degli animali raffigurati e del relativo simbolismo, ad una interpretazione più completa o convincente di un’opera. Dalla zooiconologia possono venire informazioni utili per la comprensione del rapporto uomo-animali nei diversi periodi storici, e per la ricostruzione degli sviluppi della zoologia del tempo. (…) Come la zoologia, anche la zooiconologia si avvale, innanzitutto, di collezione, classificazione e comparazione di esemplari. A differenza delle scienze naturali gli esemplari non sono animali reali, ma zooicone, rappresentazioni di animali, e l’obiettivo non è la ricostruzione dell’evoluzione biologica, ma quella dell’evoluzione zooiconografica.>> Il testo è corredato da circa centocinquanta illustrazioni (selezionate con criterio da un repertorio sterminato) e riporta esaustivi e affascinanti esempi di “zooiconologia applicata”, come nel caso del celebre dipinto Ritratto di giovane gentiluomo, 1530 di Lorenzo Lotto: la piccola lucertola presente nel dipinto ha indubitabilmente una valenza simbolica e, come tale, nasconderebbe la chiave per identificare correttamente il soggetto ritratto; potrebbe infatti trattarsi (molti storici sono concordi) del nobile Alvise Rovero che, da documentazione certa, sappiamo incappò in una controversia legale con la famiglia di sua moglie per questioni legate al di lei patrimonio; la lucertola, ecco svelato il mistero, farebbe riferimento allo “stellione” (una particolare specie di lucertola, un sauro per la precisione), animale simbolo di perfidia che a sua volta rimanda al termine stellionatus (termine che, nel diritto romano, indica la frode contro l’altrui patrimonio). Un riferimento forse molto chiaro per l’uomo colto del ‘500 ma pressoché invisibile allo sguardo contemporaneo. <<Lo zooiconologo ideale – specifica Mezzalira – dovrebbe quindi essere anche zoologo, perché solo l’esatta identificazione delle specie in alcuni casi può consentire di estrarre dalle opere le informazioni necessarie per una sua corretta valutazione e interpretazione complessiva. Inoltre le conoscenze zoologiche sono necessarie per valutare il grado di realismo della raffigurazione, e quindi comprendere, ad esempio, se la rappresentazione è frutto di una copia dal vero oppure no.>>

Una disciplina giovane, in fieri, certo ambiziosa ma ben articolata, con un campo d’indagine tanto ampio quanto circoscritto capace di comprendere, in una molteplicità di implicazioni, arte, scienza e natura.

Massimiliano Sardina

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Cover Amedit n. 15 - Giugno 2013. "an Alphabet" by Iano.

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Questo articolo è stato pubblicato sulla versione cartacea di Amedit n. 15 – Giugno 2013

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