UN INSULTO DI BELLEZZA | Gli angeli di Cocteau, le lettere tra Umberto Saba e Sergio Ferrero

Posted on 23 giugno 2013

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bannersabawebdi Massimiliano Sardina

 Vorrei non essere così stupido e saperle dire che le voglio bene,

 e che questo le servisse e le facesse piacere. Stia bene. A presto.

 Suo Sergio.

saba1coverCaro Sergio… Carissimo Saba… sono voci che sembrano appartenere a un altro mondo, eppure non sono trascorsi che settant’anni scarsi. Sergio Ferrero, poeta alle prime armi e commesso di libreria, ha solo diciannove anni mentre Umberto Saba (che nel ’46 ha compiuto sessantatré anni) già lenisce con la morfina gli strali della malattia e della vecchiaia. Le lettere (circa cinquanta, sia scritte a mano sia dattiloscritte) coprono quasi un decennio e testimoniano i reciproci spostamenti tra Trieste, Milano, Sanremo e Como. L’allievo (il termine è improprio ma coglie in certa misura la natura del rapporto) conobbe il Maestro per il tramite di Federico Almansi, il celeste scolaro protagonista dell’ultima stagione della poesia sabiana. In tutto l’arco della corrispondenza la figura controversa di Federico emergerà a più riprese, nelle righe e tra le righe. I toni, dicevamo, sono quelli dell’allievo e del maestro ma è il non-detto, il sottinteso che lascia trapelare la più delicata chiave di lettura, un ché di impronunciabile che il Poeta, padre delle sue parole, sa accomodare nell’affettuosità e nell’umiltà della gentilezza. Sergio si nutre della poesia di Saba: <<Carissimo Saba, ho avuto stamattina Mediterranee. Grazie! Mi sento umile, a parlargliene, come di un dono troppo bello e non meritato. Ho letto tante volte, ormai, tutto il volume e non c’è un verso che non m’abbia colmato di gioia. Perdoni queste parole così sciocche ma oggi sono troppo felice per cercarne delle altre e domani mi sembrerebbe già tardi per dirle: grazie. Ogni verso mi è venuto incontro paurosamente bello. A ritrovarne alcuni che conoscevo già ne ho avuto una tenerezza vicina al pianto.>> Il Poeta, sofferente e squattrinato, si nutre invece di quella giovanezza che Sergio, con quel suo incedere sospeso come un angelo di Cocteau, incarna alla perfezione: <<Sergio carissimo, la tua lettera mi ha fatto molto piacere, perché anch’io ti ricordo sempre con affetto. Ma… difficile è rispondere. Sto molto male, Sergio; non sono più altro che un povero vecchio che passa le sue tristi giornate a letto, facendosi delle iniezioni di morfina. Tutto quello che era il mio mondo è crollato sopra di me; tanto che mi sembra di avere non 67, ma 670 anni. Il crollo è incominciato dopo la fine dell’altra guerra, e poi continuò, d’anno in anno, con moto uniformemente accelerato, fino a lasciarmi sepolto vivo. (…) Tutto questo perché tu non te ne abbia a male se ti scrivo breve, e con la preghiera di NON DIRLO a Federico.>>

Questi otto anni postbellici di corrispondenza si offrono al lettore d’oggi come un vero e proprio romanzo; il profilo del terzo protagonista, il giovane amato da Saba (poeta anch’egli, ma purtroppo affetto da schizofrenia), emerge non solo indirettamente (nominato dall’uno o dall’altro) ma anche di proprio pugno in allegato alle lettere sabiane: <<Sergio caro, Trieste mi riconcilia con gli amici lontani, e adesso, a parte la gioia di pensare a te e di scriverti, mi prende il rimorso di aver lasciato passare tanto tempo senza rispondere alla tua carissima lettera. (…) Averti visto era stato per me una felicità, come sono felice al pensiero del tuo ritorno a settembre. Sei il più caro ragazzo che ho incontrato in quest’ultimo anno, e con te mi si calma quella diffidenza continua che ho per i miei coetanei. (…) Certo viverti vicino, ascoltare i tuoi sogni, seguire i fili dei tuoi pensieri è molto bello, anche se qualche volta mi nasce dentro una strana inquietudine. Trieste, Sergio, è il sogno più vivo della vita (…) Sarebbe meraviglioso se tu potessi essere qui, cadresti immediatamente innamorato. (…) Non essere cattivo e non lasciarmi adesso tutto il mio tempo senza una risposta. Ti sono molto molto amico, e vorrei essere certo di essere perdonato. Affettuosamente. Federico.>> Nella stessa lettera Saba aggiunge: <<Gentile Sergio. Come vedi, Federico è stato tanto buono da venire a Trieste (…) Ieri sera abbiamo riletto con piacere le tue poesie. Quando rivedrai Federico a Milano egli ti racconterà le ragioni profonde della mia mortale malinconia. (…)>> Il rapporto epistolare è intervallato dagli incontri veri e propri. Come rievoca lo stesso Ferrero nella prefazione all’epistolario: <<…Ogni volta che Saba era a Milano, da Como correvo a vederlo. Mi accoglieva con grande simpatia, mi invitava insieme a Federico alle cineteche che proiettavano i film stranieri proibiti durante gli anni di guerra; (…) Altre volte, nella cameretta di casa Almansi, mi chiedeva di cantargli delle antiche canzoni francesi e in quelle occasioni Federico era sollecitato a lasciare il lavoro per venire ad ascoltarle. Una volta toccò anche a Carletto, il fedele aiutante di Saba nella libreria di via San Nicolò, appena arrivato anche lui da Trieste (…) Stava per uscire da Einaudi la seconda edizione del Canzoniere e Saba mi convocò da Como perché ne leggessi le bozze con lui.>> Gli angeli di Cocteau (edito da Archinto e curato da Basilio Luoni e Andrea Rossetti) va ben al di là del mero assemblaggio di un carteggio, è una storia che ha vita propria e che prende vita da quell’insulto di bellezza incarnato dalla grande poesia di Saba.

Massimiliano Sardina

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Cover Amedit n. 15 - Giugno 2013. "an Alphabet" by Iano.

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Questo articolo è stato pubblicato sulla versione cartacea di Amedit n. 15 – Giugno 2013

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