TINA MODOTTI | Una fotografa e niente altro

Posted on 23 giugno 2013

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modottibannerwebdi Mauro Carosio e Pierluigi Pinto

Ogni volta che si usano le parole arte o artista in relazione ai miei lavori fotografici,

avverto una sensazione sgradevole dovuta senza dubbio al cattivo impiego che si fa di tali termini.

Mi considero una fotografa, e niente altro.

(Tina Modotti, Sulla fotografia)

modotti1webLa notte del 5 gennaio 1942 a Città del Messico una signora dallo sguardo un po’ malinconico rientra a casa in taxi. Ha lasciato la casa dell’amico architetto Hannes Meyer dove ha trascorso la serata cenando con amici. Fra questi c’era anche il compagno, amato e odiato, Vittorio Vidali che frettolosamente è andato via poco prima di lei. Il tassista si accorge che la cliente sul sedile posteriore ha lo sguardo perso nel vuoto. Non risponde alle sue domande. Arresta l’automobile, scende e apre la portiera. La signora si rovescia a terra esanime. Il referto medico parlerà di infarto, ma non viene eseguita l’autopsia e il caso viene chiuso frettolosamente. Immediatamente sorgono dubbi su un presunto avvelenamento. Era forse stata una vendetta trasversale nei confronti di un personaggio diventato troppo pesante? C’è chi insinua che fosse implicata nello spionaggio. La curiosità e lo sciacallaggio mediatici sovrastano la portata dell’essere umano. Ancora oggi questa morte suscita polemiche. Tina Modotti viene sepolta nel cimitero del Pantheon De los Dolores nella sua amata Città del Messico.

Assunta Adelaide Luigia Modotti Mondini, Tina, nasce a Udine il 17 agosto 1896 da una famiglia molto povera che emigra in Austria poco dopo la sua nascita per poi tornare in Italia dieci anni dopo. Al rientro, adolescente, inizia a lavorare in una filanda ma si interessa alla fotografia frequentando lo studio dello zio Pietro, fotografo di mestiere. La ragazza non sapeva che sarebbe diventata una delle più grandi fotografe al mondo e che la sua breve vita sarebbe stata avventurosa, difficile, travagliata e allo stesso tempo ricca di incontri stimolanti. C’è chi ha giustamente detto che nella sua vita difficoltà, intensità ed eccezionalità si siano contemporaneamente incontrate in una forte trama. Come lei stessa dirà con una carica di ironia “quello che non mi uccide mi fortifica”.  L’amicizia con Frida Kahlo e Diego Rivera, come il grande amore per il fotografo Edward Weston segneranno a fondo la sua storia personale e artistica.

La mostra organizzata dalla fondazione Casa America di Genova, che ha avuto luogo al Palazzo Ducale, è un’occasione per ripercorrere le tappe più significative della vita di questa grande donna. Alcune delle sue opere più significative e un bel video ci trasportano immediatamente nel mondo che la Modotti ha costruito.

La sua vita è segnata dal movimento inarrestabile che la farà sentire sempre un po’ nomade e pur sempre straniera ma fortemente radicata con grande amore a quei luoghi che la ospiteranno. A diciassette anni affronta il viaggio in nave da Genova a New York per poi continuare in treno verso San Francisco dove il padre e la sorella maggiore si sono già stabiliti da qualche anno.  Ma non si fermerà a San Francisco.  Qui inizia a lavorare come operaia tessile e sarta ma conoscendo e sposando Robo, un giovane pittore canadese un po’ bizzarro, va a vivere a Los Angeles dove ha inizio un approccio nuovo con la vita colta nel suo aspetto estetico, la quotidianità vissuta nella bellezza. Lui realizza batik e lei disegna costumi. La loro casa  è  frequentata da artisti e intellettuali tra i quali il già noto fotografo Edward Weston. Intorno al 1920 recita in qualche film a Hollywood affermandosi in personaggi esotici che esaltavano la sua bellezza, ma ben presto il ruolo di “attrice” e il modello di femme fatale non le sono più congeniali. L’amore per la vita liberata dagli schemi della middle class americana la spingeranno ad oltrepassare la frontiera come già altri intellettuali e artisti stavano facendo in quel momento. Scavalcare, attraversare il vicino confine che separa California e Messico  per andare a  vivere quel mondo di luce, forme e colori in un paesaggio sociale più arcaico ed umanamente più pregnante dove stava maturando una profonda rivoluzione politica e culturale.

modotti2webÈ il momento della grande svolta: Robo era andato in avanscoperta ma il vaiolo lo stronca. Weston decide di andare a vivere per un periodo in Messico con il figlio Chandler e lei lo segue in qualità di aiutante e apprendista. Qui trova un ambiente stimolante: il clima rivoluzionario, ricco di fermenti artistici dovuti al “rinascimento messicano” la coinvolgono interamente. Ben presto mostra di essere un’eccellente fotografa riuscendo a coniugare a una grande passione artistica l’impegno sociale e politico che non abbandonerà più. Alla fine degli anni ’20 inizia la sua attività politica come militante di spicco nel Partito Comunista, fino a quando, nel 1930, lo stesso partito viene dichiarato fuori legge in Messico e lei, coinvolta in una campagna denigratoria, deve abbandonare il Paese. Respinta dalle autorità a New York, sosta prima a Berlino, si rifugia a Mosca e successivamente inizia a vagare per l’Europa aiutando nel Soccorso Rosso profughi ed esiliati in Polonia, Francia e Spagna: è a Madrid quando scoppia la Guerra Civile spagnola. Torna in Messico nel 1941 con il triestino Vittorio Vidali, funzionario del Partito Comunista, quando le accuse rivolte contro di lei vengono ritirate dal nuovo presidente. Morirà pochi mesi dopo. Della sua personalità inquieta e prorompente ci restano, con le lettere, le opere fotografiche.

“Torniamo alla fotografia, non puoi immaginare con quale frequenza mi viene alla mente  quanto ti devo per essere stata tu quella persona importante in un certo momento della mia vita quando non sapevo bene in che direzione andare, l’unica guida e influenza vitale che mi ha iniziato a questo lavoro che non è solo un mezzo di sostentamento ma un lavoro per il quale provo una vera passione e che offre tante possibilità di espressione. Davvero Edward, nel mio cuore c’è un profondo senso di gratitudine verso di te.” Nel 1928, quando Tina scrive queste righe a Weston cariche di un sincero sentimento di riconoscenza, il suo sguardo fotografico ha raggiunto una maturità espressiva che si contraddistingue nel quadro della sua forte personalità di donna dal comportamento poco stereotipato.

Ma cosa rende così particolare il suo modo di fare fotografia? Prima di tutto la sua aspirazione a conoscere il mondo senza risparmiarsi. Le particolarità del momento storico in cui di volta in volta si imbatte  la spingono a ricreare sempre nuovamente la sua vita tra adattamento e trasformazione, tra previsione ed esplorazione. La fotografia diventa uno strumento personale che coniuga la sua sensibilità con l’azione, le permette di aprire gli occhi al paesaggio che le viene incontro per cogliere l’unico dettaglio veramente significativo. Quando Weston decide di partire per il Messico, lei viene ingaggiata come “apprendista” e gli accordi sono che Tina lo accompagnerà nelle sue battute e nella camera oscura seguendolo dallo scatto in piena luce solare  allo sviluppo e stampa nella camera oscura. La pesante Graphlex professionale, con ottica Zeiss, posizionata su cavalletto è la macchina fotografica che stanno usando altri grandi occhi: Lewis Heine, Margaret Bourke-White, Dorothea Lange e tanti altri che in quel momento stanno esprimendo una nuova visione non naturalista dell’impiego della fotografia e mirata alla visibilità chiara e netta della messa a fuoco.

Il rigore formale di Edward si impone sempre e nel suo percorso formativo Tina non esita a riprende a volte lo stesso soggetto inquadrato dal maestro, aggiungendo qualcosa di personale. Tina tende a inserire nella sua inquadratura le persone del posto, dà spazio alla vita sociale. L’interesse per la costruzione dinamica delle geometrie che si fissano sulla pellicola la portano a interessarsi al materiale che proviene dall’Europa e che documenta il movimento del Costruttivismo. Quel guardare attraverso l’obiettivo è focalizzare lo sguardo, separando la parte dal tutto per estrarla e presentarla al pubblico nell’astrazione drammatica della gamma di grigi compresi tra i neri e i bianchi assoluti. Tina deve affrontare quel dilemma che la fotografia pone sempre nel momento cruciale dello scatto in cui l’otturatore si chiude sigillando l’attimo, la frazione di secondo che vale: l’insanabile contrasto della percezione della vita che cambia nel flusso continuo degli eventi e la forma creata che rimane immobile a fissare. Weston nel 1924 decide di ritornare alla quiete della California dando spazio a un formalismo intriso di equilibrio classico. Tina sarà più che mai catturata dalla vita del Messico. Più tardi gli dirà in una lettera: “Metto troppa arte nella mia vita” rilevando il punto nevralgico del suo essere alla ricerca della ricomposizione dell’equilibrio precario tra arte e vita. I suoi occhi vedono e la sua passione per la vita non può arrestarsi di fronte alla percezione della forma sublimata nell’atto fotografico, dematerializzata nell’impalpabile scrittura con la luce e l’ossido d’argento sul foglio di carta bianca. Su questo foglio candido i drammi di mani ruvide e callose, di rose aperte nel loro trascorrere, di sguardi intensi drammatici o rassegnati, di movimento di folla per le strade saranno sempre puntualmente poi restituiti a quei soggetti che nel flusso quotidiano sovrastato dalle ristrettezze e dalla fatica dello sfruttamento non possono soffermarsi ad esaminare, guardare, fissare lo sguardo e contemplare. La fotografia diventa uno strumento di denuncia della mortificazione della dignità umana e della disparità dei diritti sociali.

Al culmine della sua produzione e del suo riconoscimento l’impegno nel sociale la metterà di fronte a un aut aut e suo malgrado Tina abbandonerà la fotografia in nome di una rivoluzione di cui vuole essere ormai protagonista e non solo spettatrice.

Mauro Carosio / Pierluigi Pinto

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Cover Amedit n. 15 - Giugno 2013. "an Alphabet" by Iano.

Cover Amedit n. 15 – Giugno 2013. “an Alphabet” by Iano.

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Questo articolo è stato pubblicato sulla versione cartacea di Amedit n. 15 – Giugno 2013

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