SANDRO LUPORINI | Soprattutto un pittore / Intervista

Posted on 23 giugno 2013

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bannerluporiniwebdi Luca Bardaro

luporini3webDopo un silenzio lungo dieci anni, alla fine ha ceduto. Lui, che più e meglio di chiunque altro poteva avere qualcosa da dire, rompe finalmente il suo proverbiale riserbo che lo aveva visto restarsene nell’ombra, in quel “dietro le quinte” in cui del resto era stato durante tutto quel suo magico sodalizio con il Signor G.. Un sodalizio professionale, ma soprattutto d’amicizia, di felice e rara simbiosi artistica, durato oltre trent’anni, fino agli ultimi dolorosi momenti che, come recita un verso della loro prima canzone, il 1° gennaio del 2003 portarono a quel “…ci separammo io, tu e i fili di chitarra”. Sandro Luporini, autore e pittore viareggino, racconta in un libro la sua vicenda artistica che lo ha visto in qualità di coautore di canzoni e testi teatrali al fianco di Giorgio Gaber, svelando aneddoti e curiosità legati alla genesi delle loro opere. Su Gaber e sulla sua opera in molti, tra critici e giornalisti, si sono espressi, generando una fitta coltre di speculazioni ideologiche, di interpretazioni non sempre azzeccate, di fraintendimenti, e finendo il più delle volte con il voler attribuire significati e intenzioni che tanto Gaber stesso, quanto Luporini, non avevano nemmeno lontanamente sospettato. Ecco allora che questo libro-racconto da parte di Luporini, può servire non solo a riportare le cose al loro giusto posto, ma anche a sgomberare il campo da tutto quanto risulta estraneo ai sentimenti, alle riflessioni, alle circostanze in cui maturarono realmente quei testi su cui tanto si è detto. Il racconto procede sullo sfondo dei fatti che hanno caratterizzato la storia del nostro Paese, in quel trentennio in cui le pagine di cronaca registravano eventi di una certa portata, destinati a segnare per sempre la nostra storia e il nostro costume. Avvenimenti, quelli lì, lontani dai fatterelli di spicciola cronaca quotidiana cui siamo ormai abituati, lontani dagli odierni salottini chiacchiericci e dal gossip di bassa lega che affollano le prime pagine degli odierni giornali e i palinsesti televisivi. Puro intrattenimento, oggi; malcelato stato di cronica staticità.

Quei testi intrisi d’ironia, di apparente leggerezza raccontano di un’epoca densa di umori e di contraddizioni. Un’epoca che il racconto di Luporini ci restituisce, passando in rassegna i testi delle varie canzoni, dei monologhi di quel Teatro Canzone, o come lo definivano loro di quel teatro “Bastardone”; testi figli di quei tempi, di quei fermenti, perché da quei fatti, da quegli avvenimenti importanti, loro due traevano gli spunti che avrebbero ispirato tante loro memorabili opere. Un racconto lungo trent’anni, anzi, trenta estati, trascorse in quel di Viareggio, tra un susseguirsi di domande, posaceneri traboccanti di cicche di sigarette e, a conti fatti, ben poche risposte. Sono quelli i tempi dei governi di centrosinistra, di democristiani, di socialisti e repubblicani; sono i tempi dei vari movimenti (femminista, studentesco, operaio) che riempiono le piazze; sono i tempi degli estremismi di destra e di sinistra, delle Brigate rosse, del Fronte nazionale, di Lotta continua, dei neofascisti di Ordine nuovo; sono i tempi delle stragi terroristiche, delle stragi di mafia, delle stragi di Stato; sono tempi di belli ideali, grandi aspirazioni, tenaci rivendicazioni; tempi in cui l’Italia è stata capace, nonostante tutto (e nonostante la DC) di suggellare alcune tra le più importanti conquiste civili e democratiche, come le leggi sul divorzio, sull’aborto, sulla parità civile e politica tra uomini e donne, sui quei diritti che davano dignità e tutela ai lavoratori. Quel trentennio è stato in definitiva, per l’Italia – che intanto traghettava dalla Prima alla Seconda Repubblica – il tempo del movimento, del fermento, di tanti, forse troppi ismi, sì, ma comunque un tempo in cui poteva capitare che un sogno, un ideale, sia pure utopici, potessero mettere insieme tante persone e vederle scendere in piazza, dar luogo a un fermento, a un’azione collettiva, a una comune rivendicazione. Magari questi movimenti sussultori agivano solo sulla superficie delle cose, o non sono stati in grado, come avrebbero voluto, di cambiare lo stato delle cose fino in fondo, magari molti di quei sogni, di quelle utopie, si sono autodeflagrate, lasciando ai posteri, cioè noi, lo scenario desolante che sta sotto i nostri occhi. Sì, d’accordo. Ma quanto meno si compiva un tentativo, ci si permetteva anche solo il lusso di accarezzare un’illusione. La coppia Luporini-Gaber ha vissuto la sua meravigliosa avventura immersa in questi umori e tutto confluiva in quel connubio di musica e poesia destinata a suscitare ancora per molto, ancora oggi, a distanza di un decennio dall’ultima parola, dall’ultima nota vibrata da quei fili di chitarra, lampi di giovani ardori, di aneliti mai del tutto sopiti, di ideali non ancora del tutto debellati dalle coscienze di nuovi giovani dissidenti, quelli di oggi, che non avendo vissuto quelle lotte, non possono accettarne le sconfitte.

luporini1webLui stesso, Sandro, oggi “giovane vintage”, si sorprende nel doversi trovare a raccontare quella storia; si stupisce del fatto che oggigiorno vi sia ancora qualcuno a cui possa interessare. Al giovane intervistatore del libro dice: “La verità è che io e Giorgio non avremmo neppure mai immaginato che, a dieci anni dalla sua morte, ci sarebbero stati ancora ragazzi della tua età interessati alle nostre cose”. Più volte, nel corso del suo racconto, ribadisce come tutto sia stato frutto del caso, al punto da definire il loro come un percorso di “esploratori del caso”.  Questo non certo per dire che il loro approccio alle cose fosse superficiale o buttato lì a casaccio. Tutt’altro. Il loro lavoro era fatto di rigore, di puntigliosità, di forte senso di responsabilità e di rispetto nei confronti del pubblico. Ma in quel ricorrente riferimento al caso, Luporini intende solo sgomberare l’area dalle tante presunte intenzioni, responsabilità, meriti e demeriti che certa critica ha voluto intessere intorno alla loro opera, attribuendogli dei ruoli che loro per primi non hanno mai preteso o anche lontanamente immaginato di rivestire. Nel libro che suggella il ricordo di quegli anni il racconto procede, tra una canzone e l’altra, tra uno spettacolo e l’altro, toccando temi, ripercorrendo fatti e dando spazio a riflessioni scaturite dal senno di ieri e dal senno di poi. Tutto ci è narrato e restituito con quel pizzico di agrodolce ironia, la stessa che ha caratterizzato tutta l’arte della coppia Luporini-Gaber. Sandro attinge a piene mani da quella “cantina” in cui amava lasciar sedimentare le idee; idee che oggi, forse più di ieri, hanno il sapore e il valore di un puro distillato, idee che resistono alla prova del tempo nonostante, oggi come ieri, si collochino in un versante diametralmente opposto a quello che segue la corrente.

È per queste ragioni che noi di Amedit abbiamo voluto cogliere l’occasione dell’uscita di questo bellissimo libro per incontrare Sandro Luporini e fare con lui una piccola chiacchierata. Lo abbiamo fatto quando, giunti all’ultima pagina, ci siamo visti un po’ nei panni di quel giovane intervistatore del libro, e come lui avremmo ancora voluto continuare a passeggiare lungo la spiaggia, fianco a fianco con Sandro, e continuare ad ascoltare quella straordinaria storia. Dai, Sandro, racconta ancora…!

Dopo una lunga gestazione è nato il suo libro: G. vi racconto Gaber, edito da Mondadori. Immaginiamo che scrivere un libro a dieci anni dalla scomparsa del Signor G. non sia stato per niente facile.  Da dove e come nasce questo progetto?

Il progetto nasce dalla Fondazione Gaber e più che altro da Dalia, la figlia di Giorgio. Suo marito, mio nipote Roberto Luporini, con cui poi avrei scritto il libro, mi presentò il progetto e io all’inizio ebbi molte riserve. Ne parlammo a lungo, ma io non mi convincevo. Io e Roberto ci vedevamo a cena. Ha cominciato a farmi riascoltare le registrazioni degli spettacoli e a farmene parlare. Un giorno lui si è presentato con un piccolo registratorino che dopo un po’ ho tollerato chiamandolo galeotto.

Luporini-Gaber: un sodalizio più che trentennale. Cos’è che ha cementato così tenacemente il vostro rapporto?

A parte l’affetto, a parte la stima reciproca, credo che alla base ci sia stata subito una certa sintonia di pensiero. Ma la vera ragione della durata del nostro rapporto penso sia stata il nostro modo di discutere, anche se io preferisco il termine conversare. Anche partendo a volte da posizioni diverse, c’era in noi il desiderio di convergere, quasi di uniformarci a un pensiero comune.

Quanto Luporini c’è in Gaber e quanto Gaber c’è in Luporini?

A questa domanda si potrebbe forse rispondere con una parola sola: simbiosi.

C’è un brano che più di tutti sintetizza il vostro percorso comune?

Un brano in particolare direi di no. Io divido la nostra produzione in due momenti distinti: il momento esistenziale e quello un po’ più socio-politico. Se è vero che quest’ultimo caratterizza maggiormente il nostro pensiero, io, a distanza di tempo, preferisco ricordare i brani che parlano della vita.

luporini2webParoliere, autore, ma soprattutto pittore. Si è trattato di percorsi paralleli o di ricerche su piani ben distinti?

Mi fa piacere che lei dica soprattutto pittore, perché è così che io mi sento. Ho vissuto vent’anni a Milano al tempo del Realismo Esistenziale appoggiato da alcuni critici e da mercanti come Bergamini e Roncaglia. Poi sono passato all’ADAC di Adriano Baldi col quale ho fatto moltissime mostre sul tema della cosiddetta Metacosa. Per quanto riguarda quello che lei chiama percorsi paralleli (teatro-pittura), credo che le due attività si intersechino poco, anche se certe canzoni risentono di quell’assenza di tempo, di quel bloccaggio un po’ metafisico tipico di certi quadri.

Sul piano della comunicazione, in base alla sua esperienza, cosa distingue un dipinto da una canzone?

Ovviamente sono linguaggi completamente diversi. Intanto la lettura di un quadro avviene nell’unità di tempo mentre quella della canzone si snoda in modo non così immediato. Infatti in una canzone si può raccontare una storia, articolare un pensiero, addirittura esprimere un’opinione; cose che vanno oltre l’immediatezza puramente evocativa del quadro. C’è una cosa però di cui questi due specifici hanno entrambi bisogno: un forte impatto emotivo.

C’è del materiale inedito della sua collaborazione con Gaber che aspetta di venire alla luce?

Materiale inedito direi proprio di no.

L’inizio della vostra collaborazione nasce creando il singolare “Teatro Canzone”. Con quale Italia vi trovavate a interagire? Chi erano gli italiani di allora e cosa sono diventati gli italiani di oggi? 

Non so se c’è un po’ di ironia nel chiamare singolare il nostro Teatro Canzone, dato che Jacques Brel aveva già fatto La canzone in teatro. Certamente il suo pubblico era diverso dal nostro, dato che il lavoro di Brel nasce una decina di anni prima. Il nostro pubblico, specialmente agli inizi, era quello del movimento del ’68: un pubblico molto attento, pieno di fermenti e di voglia di confrontarsi. Non ho la sensazione che sia la stessa cosa per quelli che lei chiama gli italiani di oggi.

“Io Se Fossi Dio” è una delle vostre canzoni più dure che ha suscitato non poche polemiche. Il maestro Luporini oggi se fosse “Dio” cosa farebbe?

Se non fosse che l’ho già detto, direi che me ne tornerei in campagna. Non è che oggi non ci siano cose contestabili, anzi ce ne sono anche troppe, ma mi pare che non meritino di essere trattate col linguaggio livoroso che abbiamo usato allora.

“La Libertà” è la canzone più usata dai partiti, ed è diventata quasi un invito a partecipare all’attività politica. È cosi o è una delle canzoni più fraintese  in assoluto?

Sì, è certamente una canzone molto fraintesa. Quello che nella sostanza volevamo dire è che non si riesce mai a incidere concretamente sulla realtà. Al posto di «libertà è partecipazione» avremmo dovuto scrivere  «libertà è spazio di incidenza» perché la parola partecipazione è abusata e si presta a un’infinità di malintesi.

Un’ultima domanda. È un’Illogica Utopia pensare che esista ancora l’Individuo? C’è ancora la Maledizione del Pensare e la vostra tanto acclamata “spinta utopistica” o è tutta una massificazione?

Credo che anche io e Giorgio, sotto la spinta dei filosofi di Francoforte, abbiamo un po’ esagerato a parlare della morte dell’individuo. Mi piace immaginare che si possa parlare ancora di soggetti e che la spinta utopistica sia innata, e dunque propria dell’uomo di oggi come di quello di domani.

Luca Bardaro

Si Ringrazia il prof. Adriano Primo Baldi, Presidente dell’Associazione Diffusione Arte e Cultura (ADAC).

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Cover Amedit n. 15 - Giugno 2013. "an Alphabet" by Iano.

Cover Amedit n. 15 – Giugno 2013. “an Alphabet” by Iano.

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Questo articolo è stato pubblicato sulla versione cartacea di Amedit n. 15 – Giugno 2013

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