RELAZIONI E PREGIUDIZI | La psicologia è l’arte della relazione

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dedicato a Laura

È una verità universalmente riconosciuta che gli psicologi si occupano principalmente di risolvere i problemi di varia natura, personale e interpersonale, e in particolare quelli legati alla salute e al benessere mentale delle persone. Nei dieci anni di professione, come psicologo libero professionista, ho costatato che questa verità universale è condivisa, oltre che dai clienti degli psicologi, anche dagli stessi psicologi che si propongo nella loro pratica quotidiana attraverso questa immagine. Per tale ragione ho preso in prestito l’incipit del famosissimo romanzo della Austen per riflettere e smontare alcuni di questi giudizi pre-confezionati verso la figura dello psicologo, partendo dalla domanda: “Ma di cosa si occupa la psicologia?” E, quale significato ha per uno psicologo l’affermazione “risolvere i problemi delle persone” e, se è  in grado di farlo, in che modo. Per rispondere alla prima domanda ritorniamo indietro agli anni dell’università, quando, da studente, scegli di diventare psicologo o meglio di studiare psicologia. Per molti questa scelta è dettata dal fatto che si possa acquisire il potere di aiutare gli altri, e sconfiggere i problemi che affliggono l’umanità, in senso psicologico naturalmente, e il secondo, meno ambizioso e forse nobile, riuscire a risolvere i propri problemi rossitto2webpersonali. Nell’immaginario collettivo ha fatto breccia questa prima verità, tanto  che, un giorno a lezione, uno stimato professore paragonò la figura dello psicologo a quella del sacerdote, sfidandoci a coglierne le similitudini e le differenze. Allora mi sembrò un paragone azzardato, e solo adesso mi rendo conto quanto in realtà fosse plausibile. Dunque, perché non diventare medico o insegnante? In realtà, nella nostra figura è insito qualcosa di misterioso e sovrumano che può mutare il destino delle persone con cui veniamo in contatto, ed è con questa aspettativa che la gente si rivolge allo psicologo perché saprà fare quello che ” io non sono riuscito a compiere con le mie forze e la mia volontà”. Accanto a queste verità, se ne aggiunge una terza: la smisurata curiosità verso l’animo umano e la complessità delle relazioni, percepite come legami e scambi, che imbastiscono “l’universo umano”. Pertanto, alcuni di noi, e chi scrive per inciso, sono giunti alla consapevolezza del proprio ruolo, non per spirito samaritano, verso gli altri o se stessi, ma per la meravigliosa  e innata passione verso i romanzi e la letteratura in genere, specchio fedele, molte volte più della realtà stessa, delle vicende umane. Attraverso la narrazione, lo scrittore riesce a contemplare, ricostruire,  vivisezionare i legami, le trame che tengono uniti i personaggi, declinandoli nella storia. Gli scrittori sono gli psicologi ante litteram: essi riescono a cogliere l’essere umano attraverso la loro arte intrecciando i fili di molteplici storie e vicende personali. Dove ha il suo cuore un romanzo?  Cos’è che gli scrittori descrivono magistralmente attraverso le parole dei loro personaggi? Un’opera letteraria descrive un universo di relazioni: la relazione con se stessi  e con i propri ricordi, come nel romanzo autobiografico; la relazione di coppia nei romanzi d’amore; le relazioni genitori e figli e il conflitto generazionale in molti romanzi di protesta  o di formazione; le relazioni sociali nei grandi romanzi dove le vicende personali dei protagonisti vengono vissute in un preciso momento storico e culturale; la ricerca della relazione con Dio nei romanzi di connotazione mistico- religiosa. Spesso il narrare si concentra su una di questo tipo di relazioni, anche se, spesso, tutte sono presenti nelle grandi opere letterarie. La scrittura ci comunica, con l’arte della parola, la natura più profonda di ognuna di queste relazioni. Pertanto, lo scrittore ci mostra di “cosa siamo fatti” attraverso la sua capacità di entrare in relazione con il lettore. “La comunicazione è relazione”. Questa frase ha un significato palindromo, leggendola all’indietro, la relazione è comunicazione, il significato non cambia, nonostante i due termini abbiano un significato proprio, essi si rincorrono e si stringono. La relazione è, inoltre, la leva del cambiamento e della trasformazione personale e sociale perché non vi è trasformazione senza la consapevolezza e la comunicazione a noi stessi e agli altri di questo cambiamento. La psicologia narrativa concentra la sua attenzione proprio sulla competenza narrativa cioè la capacità dell’essere umano di raccontare una storia o di ascoltarla. La narrazione ha a che fare con la singolarità unica e irripetibile dice Federico Batini. L’orientamento narrativo nasce in risposta alla ricerca di senso dei propri vissuti personali perché ognuno di noi è il risultato della propria storia. La narrazione, secondo Batini, agisce a tre livelli: come costruzione di significati, come strutturante dell’identità e come narrazione di sé. Lo psicologo è coinvolto in queste tre livelli perché il processo cognitivo del narrare può essere sostenuto e incentivato. Ognuno di noi si ritrova imbrigliato in ogni sorta di legame: si pensi a due persone legate da profondi vincoli affettivi ed emotivi in una  relazione di coppia. Spesso lo psicologo è chiamato a intervenire “per salvare la loro storia”, mentre la malattia e il disagio psicologico caratterizzano quelle relazioni disfunzionali tra l’individuo e il proprio sé, dove la relazione tra lo psicologo e il paziente favorisce il recupero del rapporto con se stessi e il riappropriarsi della propria storia. Lo psicologo deve favorire il benessere attraverso la costruzione di relazioni funzionali che favoriscono una maggiore consapevolezza di sé e della propria storia personale, modificando quelle relazioni disfunzionali che compromettono l’equilibrio psicofisico della persona.  Con quali strumenti può operare questa trasformazione?

Lo strumento fondamentale del nostro operare è mettersi in relazione con l’altro perché è semplicemente attraverso il confronto e il rapporto con l’altro che ci è offerta la possibilità di cambiare e crescere. Proprio come lo scrittore confrontandosi con i suoi personaggi, nel dar voce alle loro storie, nello stesso istante dà voce alla propria. Molti scrittori esprimono apertamente questo tipo di relazione verso le loro opere, e infondono al raccontare valenza terapeutica. Narrare per se stessi, prima ancora che per i propri lettori, è una formidabile relazione di rimandi e di riflessi che comprende, sostiene e cura. Pertanto, non vi è nulla di sovrannaturale o misterioso nel rapporto tra psicologo e utente, soltanto qualcosa di squisitamente umano. Il nostro operare ci rimette continuamente in discussione e confronto con le nostre idee e il nostro modo di sentire: è certamente una ricchezza enorme, ma allo stesso tempo ci costa tanta fatica.  A volte, molti di noi rinunciano a questa enorme ricchezza per inseguire certezze, per dispensare consigli, ricette per sentirsi più felici o trucchi per comunicare più efficacemente, trincerandosi dietro tecniche e teorie psicologiche, che naturalmente devono guidare il professionista, perché è innegabile che esistono delle tecniche per incentivare e sostenere la relazione. Lo psicologo non è semplicemente l’amico che ti ascolta. È un esperto di relazioni che adopera come strumento la relazione stessa, e le proprie teorie come opportunità di riflessione e approfondimento. Abbandonando i pregiudizi, uscendo da se stessi, e offrendo uno sguardo nuovo, si ha la forza e la possibilità di favorire il cambiamento come succede ai protagonisti del romanzo della scrittrice inglese che raccontava di storie del suo tempo nelle quali molte generazioni avvenire si sarebbero riconosciute.

Domenica Rossitto

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Cover Amedit n. 15 - Giugno 2013. "an Alphabet" by Iano.
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Questo articolo è stato pubblicato sulla versione cartacea di Amedit n. 15 – Giugno 2013

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