L’ALFABETO DELLA SPECIE URBANA | Il trionfo della città, un saggio di Edward Glaeser

Posted on 23 giugno 2013

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bannervicenziwebSenza la città non potremmo perseguire la sostenibilità: parola di Sergio Los, uno dei padri della bioarchitettura italiana. Secondo l’architetto bassanese, la sostenibilità – questo obiettivo insieme avventuroso e del tutto urbano che ci impone con perentorietà il nostro tempo – glaeser1webpresuppone passione, cooperazione e quelle reti di pensiero fertile che solo la città, con il suo sistema di comunicazione, ha sempre fornito. Di recente, Los ha progettato per Jacopo Fo e Banca Etica un eco-villaggio solare che è stato realizzato tra Gubbio e Perugia. Si tratta di un piccolo centro e di un insediamento nuovo. Ma queste iniziative fanno scuola: pensare di rimodellare qualche città o una sua parte seguendo con fede i principi della bioarchitettura, non è una fantasia da visionari, somiglia forse di più a un sogno fabbricato a occhi aperti. A chi è meno artigiano e può solo ipotizzare una qualunque messa in opera tesa a migliorare la qualità dei luoghi che abitiamo – un professore di Economia di Harvard, ad esempio, che tende lo sguardo al paesaggio mondiale con gli strumenti che gli sono propri, usando principalmente i dispositivi ottici dei numeri, della statistica, e anche quello del marketing per sondare le ragioni del successo o del declino delle città – è dato di poterne parlare da sognatore, mantenendo al centro del suo interesse sull’abitare la ricerca della felicità? Sembra di sì, letto il saggio scritto da Edward Glaeser (il padre era tedesco): il libro si intitola Il trionfo della città (Bompiani, Milano, collana Overlook, 2013, traduzione di Giuseppe Bernardi). Le città, coi loro edifici cresciuti in epoche diverse collegati da strade sempre più malate di congestione, anche se proiettate solo come sfondo muto, come apparirebbero in scenari alla Fritz Lang o in un fermo immagine che sospenda ogni animazione preso a prestito dalla science fiction, o da una foto di Gabriele Basilico, comunicano sempre qualcosa di profondamente umano, e lo fanno utilizzando un codice cristallizzato, sincronico, che spesso fa capo a una memoria profonda, che si connette col passato e che è analogo al linguaggio verbale. Le nostre città raccontano avventure, storie di possesso, flirt, procreazioni e abbandoni annessi allo stare insieme. Il primo capitolo del saggio di Glaeser apre così:

glaeser2web«Sono 243 milioni gli Americani che si concentrano nel 3% dei territori urbani del Paese. A Tokyo e nel suo circondario, l’area metropolitana più produttiva del mondo, vivono 36 milioni di persone, 12 milioni vivono nel cuore di Mumbai (Bombay fino al 1995, N.d.R.) e Shanghai è altrettanto vasta. Su un pianeta dai grandi spazi (l’umanità intera potrebbe stare dentro al Texas, ciascun individuo con la sua villetta a schiera) noi scegliamo le città. È diventato molto economico viaggiare tra luoghi molto distanti tra loro e lavorare in rete, eppure una moltitudine sempre crescente di persone si raggruppa sempre più strettamente in aree metropolitane». Per cercare le ragioni di questa propensione evidente del genere umano alla densità, Glaeser ripercorre la storia di alcune importanti metropoli, compie un viaggio che attraversa secoli e continenti e analizza luoghi diventati nel tempo loghi. Se la progettazione di una somma di edifici in un dato territorio genera un’energia dinamica, un impulso al movimento noti, per questo prevedibili, diventa una necessità studiare e imparare le lezioni che le città hanno lasciato scritte nel corso della storia – in lingue diverse, certo, ma con grammatica e costrutto dalle regole spesso universali: «Le città sono state i motori dell’innovazione dai tempi di Socrate e di Platone. Le vie di Firenze ci hanno dato il Rinascimento e quelle di Birmingham la rivoluzione industriale. La grande prosperità di Londra contemporanea, di Bangalore, di Tokyo viene dalla loro capacità di produrre pensiero». La costante che determina il trionfo delle città è facilmente individuabile: nell’Atene del V secolo come nella New York del XX, tanti pensatori indipendenti hanno creato cose nuove competendo tra loro o collaborando a un mercato libero delle idee. La prossimità tra gli individui favorita dai centri urbani determina con facilità la propagazione del noto e dell’inedito – per gettare uno sguardo ai dintorni di casa nostra, Venezia servì da porta di accesso per le idee come per le spezie lungo tutto il Medioevo – ed è interessante verificare in questa lettura documentata che in tanta parte del mondo le opportunità offerte dai sistemi di comunicazione e di trasporto moderni non hanno vanificato il potenziale del contatto umano, della relazione vis-à-vis, e del linguaggio, che continuano ad affermare il loro dominio sulla nostra evoluzione. Glaeser ribadisce questo aspetto in più punti, prove alla mano: il modello urbano e quasi paradossale dell’agglomerato della Silicon Valley ne è forse l’esempio più eclatante.

glaeser3webAssodato che le città realizzino di più di quanto fanno i singoli umani favorendo la collaborazione e la congiunzione di conoscenze, il flusso di informazioni e la capacità di imparare gli uni dagli altri, meno chiaro è il motivo che spinge tanta gente ricca e povera a vivere fianco a fianco. Da economista, l’autore si preoccupa di fornire spiegazioni logiche a questo fenomeno in apparenza irragionevole, Glaeser ne dà una lettura basata sulla statistica e lascia poco spazio a una rappresentazione chiaroscurale: le grandi città sono formate da masse fluide e attraggono la povera gente perché l’indigente sta meglio in città che in un centro rurale dove l’unica prospettiva è la dannazione eterna di condizioni di vita immutabili. Le prospettive di miglioramento sono meno piatte nelle città, la molteplicità e la mescolanza dei datori di lavoro è già una garanzia di aumento delle opportunità innegabile. “La percentuale di poveri che abitano le metropoli è un indicatore del loro successo”, scrive Glaeser. Un’affermazione vera e impopolare, e più avanti precisa che il compito di chi governa un Paese è quello di aiutare le persone povere, non i poveri luoghi e le attività gestite miseramente. Lo studioso sottostima il problema della diseguaglianza? Per Glaeser è il modo apparentemente egualitario del sobborgo residenziale a rappresentare un problema, soprattutto per quelle persone che non si possono permettere la sua piacevolezza. In parte refrattario allo “scenario da giardino” prospettato da Lewis Mumford (noto urbanista e sociologo statunitense) tradotto malamente da tanti ambientalisti-poeti in “sobborgo residenziale immerso nel verde” senza alcuna consecutio che enunci la necessità di abbinare alla trasferta un cambiamento netto delle regole, dello stile di vita e dei consumi, Glaeser afferma che un buon ambientalismo richiede una prospettiva globale e un’azione globale, non la ristretta visione di un singolo territorio, e invita a pensare in scala planetaria alla piaga del pendolarismo e alle conseguenze per l’ambiente della sua propagazione (chi si trasferisce in campagna deve compiere ogni giorno lunghi tragitti in auto se continua a lavorare in città). E aggiunge: «Buon ambientalismo è collocare gli edifici dove faranno minor danno ecologico… bisogna essere tolleranti verso l’abbattimento di vecchi edifici per costruire le cose giuste, quelle che determinano il nostro futuro collettivo». Spesso il verbo preservare nell’urbanistica e nell’amministrazione cittadina è traducibile con “imbalsamare nell’ambra”, e non si tratta sempre di salvaguardare, per la sua rinascita, un patrimonio d’arte e di storia come quello difeso da Baldassarre Castiglione e da Raffaello nel Cinquecento. Indubbiamente molte città antiche godono del lascito architettonico di secoli di genio, ma in tanti no, nein, niet che vengono pronunciati dai consigli di quartiere sono facilmente riconoscibili i singulti provocati da attacchi di nimbysmo (dall’acronimo di not in my back yard, non nel mio cortile), afferma Glaeser, che canta sicuro le lodi dell’elevazione, delle grandiose torri gratta-cielo che consentono di risparmiare spazio in terra, le pronipoti moderne della torre di Babele.

glaeser4webL’autore, in un discorso articolato e fitto di agganci storico-economici, si interroga anche sui motivi della decadenza di alcuni grandi centri, Detroit, per esempio, e in Europa Liverpool, Glasgow, Rotterdam, Brema, Vilnius. L’ABC del declino? Alcuni indici da guardare con sospetto sono l’eccesso di edilizia abitativa e di infrastrutture rispetto alla forza economica, alla domanda; la carenza di tante piccole aziende diversificate e di cittadini specializzati; la mancanza di attrattive per il capitale umano, per i talenti; l’intolleranza verso gli stili di vita alternativi. Le luci delle città sono destinate a brillare di meno, o a spegnersi, se viene a mancare l’alimentatore dell’energia umana. “Cos’è la città, se non la gente?”, scrisse Shakespeare nel Coriolano. Nel saggio, le citazioni e gli approfondimenti importati soprattutto dai libri di storia, ma anche dalla letteratura, dal mondo dell’arte, dal cinema, sono numerose e molto interessanti; l’elenco delle note stilato dall’autore con Kristina Tobio è generoso. Edward Glaeser conclude il volume con un grazie condivisibile, doveroso: “La nostra natura, la nostra prosperità, la nostra libertà sono fondamentalmente doni delle persone che vivono, lavorano, pensano stando insieme”. Ma richiudendo il libro non si può non leggere con maggiore consapevolezza il sottotitolo che recita in copertina Come la nostra più grande invenzione ci rende più ricchi e felici: è sulla ricchezza, sulla produzione, e quindi sul capitalismo che si fondano le premesse del trionfo della città, il linguaggio urbano è generato da un alfabeto formale automatico che non riesce a produrre né lessico né suoni tanto diversi da quelli che già conosciamo. Resta forse un’avventura da urbanisti e da architetti pieni di lumi creare un testo inedito, che sia un eco-villaggio o una Défence d’importazione parigina, grazie al quale qualche cittadino-pensatore concepisca una grammatica adeguata e una nuova enciclopedia urbana.

Laura Vicenzi

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Cover Amedit n. 15 - Giugno 2013. "an Alphabet" by Iano.

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Questo articolo è stato pubblicato sulla versione cartacea di Amedit n. 15 – Giugno 2013

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