GLASS IN THE WORK OF | Fragile? Venezia, 8 aprile – 28 luglio 2013

Posted on 23 giugno 2013

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 bannervetrowebdi Massimiliano Sardina

Tutte le cose sotto vetro sono preziose.

Janet Frame

paginavetrowebLa mostra Fragile?, curata da Mauro Codognato, è parte integrante del progetto “Le stanze del Vetro” (iniziativa congiunta di Fondazione Giorgio Cini e Pentagram Stiftung), il cui obiettivo è la valorizzazione dell’arte vetraria del XX secolo. L’itinerario espositivo sceglie deliberatamente di privilegiare le testimonianze di ventotto artisti, in un arco temporale che va da Marcel Duchamp a Damien Hirst. Comun denominatore l’utilizzo del vetro come medium espressivo. Nell’era della plastica e dei polimeri sintetici il vetro ha visto sempre più potenziarsi, specie sul piano simbolico, la sua connotazione di materia nobile, merito di quell’invisibilità intrinseca che ne fa anche una sorta di non-materia. Nell’opera concettuale di Joseph Kosuth Glass – One and three (1965), che costituisce una tappa chiave del percorso espositivo, compare la definizione del termine “vetro” riportata in un comune dizionario. Nell’installazione, accanto alla definizione, Kosuth inserisce una lastra di vetro e una riproduzione fotografica della stessa. Come nella celebre One and three Chairs anche qui compare l’oggetto reale in relazione alle sue rappresentazioni, rispettivamente iconica e verbale. Kosuth invita l’osservatore a riflettere sulla presenza e sull’assenza, destrutturando i meccanismi della comunicazione. L’impiego del vetro in qualità di oggetto dilata il concetto in una dimensione straniante; la lastra, infatti, fatica percettivamente a palesarsi quale ingombro concreto e lascia trasparire lo spazio espositivo che la ospita (in questo caso la parete a cui la lastra è appoggiata), e allo stesso modo anche la fotografia fatica a restituire immediatamente alla comprensione ciò che vi è rappresentato. Nel caso di una lastra, sono i bordi a rendere visibile il vetro, quindi esattamente nell’area in cui quello stesso vetro comincia a non esserci più. Glass – One and three introduce significativamente quel che ora tenteremo di sintetizzare sull’emblematicità del vetro. Dal punto di vista squisitamente chimico il vetro è un materiale solido amorfo che si genera attraverso la progressiva solidificazione di un liquido viscoso, ottenuto tramite fusione di minerali cristallini. A seconda della sua specifica composizione (unitamente a un altrettanto specifico processo termico) il vetro può presentarsi trasparente, opaco o translucido, colorato o incolore, con caratteristiche altrettanto variabili di resistenza, vetro1webimpermeabilità e lucentezza. Gli ingredienti principali del vetro comune sono le sabbie silicee miscelate al carbonato di calcio, potassa e soda (il tutto fuso ad altissime temperature). Oltre alle caratteristiche già menzionate, il vetro vanta un’ottima resistenza alla maggior parte dei reagenti chimici, nonché una pressoché scarsa conducibilità elettrotermica. I segreti più reconditi del vetro sembrano però risiedere nella sua stessa etimologia: dal latino vitrum, riconducibile a videre, letteralmente vetro è ciò che permette di vedere attraverso. Il vetro dissimula se stesso, è una sorta di anti-materia che si incorpora nella trasparenza, in una membrana che scherma, protegge e custodisce, in una superficie di diafana translucenza che ammicca più all’intravedere che al vedere. “Nemico del segreto”, come lo definì Walter Benjamin, il vetro vanta accanto alla qualità categoriale della trasparenza anche (e forse soprattutto) quella della fragilità (di qui il titolo della mostra). Certo oggi esiste il cosiddetto vetro infrangibile e antiproiettile, tuttavia la fragilità resta una condizione intrinseca al materiale, un destino interno, il contraltare della trasparenza. Al vetro non compete solo “la pura vetrità” – per usare la bella espressione adottata dal curatore della mostra Mauro Codognato – ma anche tutta la latenza, spesso deformante, propria del riflesso e del riverbero.

vetro2webAppannato, oscurato, smerigliato, incrinato… la simbolica vetraria oscilla tra la scintillanza e l’opacità, procedendo per brillii e per rifrangenze in ossequio alle sorgenti luminose. La qualità categoriale della fragilità rivela la natura giana del vetro; quando non è integro il vetro è in frantumi (o scheggiato o incrinato), una condizione che ne riformula inevitabilmente la valenza metaforica in una chiave più negativa: rotto, infranto in schegge o cocci, rimanda all’irreparabile, al caos che si sovrappone all’ordine, a un’interruzione, alla traccia di un’azione violenta; inoltre, quando è in pezzi il vetro diventa tagliente, offensivo, tutt’altro che una superficie liscia e omogenea. Al vetro competono anche la freddezza e la distanza. Le vetrine commerciali mostrano e valorizzano il prodotto esposto, lo traspongono in uno stato di disponibilità, ma al tempo stesso lo isolano, lo blindano, lo sottraggono al contatto reale; nella società dei consumi la “vetrina” è quel che si frappone tra la brama del possesso e il bene anelato, tra il desiderio e la cosa desiderata (la barriera consente la visione ma impedisce il passaggio). L’ambivalenza del vetro si allarga anche alla dimensione sonora, basti pensare alla limpida musicalità dei rintocchi sui bordi dei calici di cristallo e, sul versante opposto, al fragore del vetro che si infrange.

La lavorazione del vetro risale a tempi antichissimi. I primi oggetti in vetro pieno risalgono all’antico Egitto (2500 a.C.). Il vetro soffiato si diffuse in Siria nel I sec. d.C., unitamente alla tecnica dell’intaglio decorativo, diffusissima poi in età romana. Il vetro a doppio strato (con quello sottostante in oro) fu invece la caratteristica lavorazione d’età cristiana. I bizantini rielaborarono il modello romano attraverso l’acceso cromatismo orientale; molto ricca fu anche la decorazione vetraria islamica, ispirata alla tradizione miniaturistica coeva. In età gotica la lavorazione del vetro conobbe una particolare fioritura nell’area del basso Reno; qui la produzione di vino ispirò un nutrito repertorio di fiaschi e calici. Per quel che concerne la fioritura vetraria veneziana, la prima traccia documentata risale al sec. X. I maestri vetrai risultano già raggruppati in corporazioni alla data del 1224, e nel 1291 tutte le maestranze si trasferiscono da Venezia a Murano. La raffinatezza della produzione muranese è storia nota. Per il cristallo (una miscela di silicato di calcio e potassio o ossido di piombo) si dovrà attendere l’età barocca. Ed è ancora attraverso il vetro, inteso come filtro o lente, che l’uomo ha visto schiudersi l’infinitamente grande e l’infinitamente piccolo, con l’invenzione rispettivamente del telescopio e del microscopio. Sposo della luce, il vitrum si fa protesi del cristallino oculare.

vetro3webAntichissimo, dunque, ma mai così contemporaneo come in questi ultimi decenni; al vetro, infatti, fa riferimento buona parte dell’architettura contemporanea, senza dimenticare la teoria di schermi e schermetti della pervasiva tecnologia digitale. Si direbbe che l’uomo non sa e non può rinunciare al vetro, in tutte le sue declinazioni. Né la ricerca artistica, sul piano formale o simbolico, poteva sottrarsi alla ghiotta occasione di un’indagine, di un’analisi, di una riflessione sul medium e con il medium. Nell’opera Dust to Dust (2009) del cinese Ai Weiwei il vetro è un comune barattolo industriale, ma all’interno compare, polverizzato, un altro vaso, un antichissimo vaso di terracotta risalente al neolitico. L’antico contenitore non è che polvere nel nuovo contenitore (e se vediamo questa polvere, questo residuo di ciò che siamo stati, è grazie alla trasparenza del vetro). Al di là della tautologia tra contenitore e contenuto, al travaso, e al di là del gesto dissacratorio di polverizzare un esemplare così raro e prezioso, c’è innanzitutto in quest’opera di Weiwei l’impiego del vetro come recipiente, come vaso, come oggetto che contiene (e che mostra ciò che contiene). Al vetro “contenitore” guardano molti artisti presenti in Fragile?: Giovanni Anselmo, Walead Beshty, Cyril de Commarque, Michael Craig-Martin, Matias Faldbakken, Gilbert & George, David Hammons, Mona Hatoum, Jannis Kounellis, Giuseppe Penone e, naturalmente, Marcel Duchamp con la sua Air de Paris (1919-’39), che è un po’ l’opera-mascotte della mostra. Al nulla contenuto nell’ampolla di Duchamp corrisponde il tutto conservato nell’urna di Weiwei. Laddove non è un contenitore (un barattolo, un bicchiere, un cubo, un parallelepipedo, una bottiglia…) il vetro allora è una lastra integra (Joseph Kosuth, Rachel Whiteread), o in frantumi (Barry Le Va, Monica Bonvicini), o una serie di lastre integre (Damien Hirst, Gerhard Richter, Mario Merz, Luciano Fabro), o schegge (David Batchelor), o cocci (Joseph Beuys). Lastra, scheggia, contenitore, teca, coccio… in ogni diversa condizione il vetro si fa veicolo di messaggi, sensazioni, rimandi. All’interazione per riflettenza (il vetro come superficie più o meno specchiante) fa riferimento l’opera di Luciano Fabro ½ specchiato – ½ trasparente (1965). Più narrativa è Drowning Sorrows, wine bottles (2004) di Mona Hatoum, dove il vetro è la bottiglia del naufrago, detentrice di un messaggio disperato, di una richiesta d’aiuto. Al vetro opaco delle bottiglie impolverate e vissute di Jannis Kounellis (1958) si contrappone il vetro lustro e mondano delle bottiglie da vernissage di Matia Faldbakken (2010). Il vetro di Joseph Beuys (Terremoto in palazzo, 1981) è invece quello deflagrato o sul punto di deflagrarsi, simbolo della transitorietà della condizione umana e della civiltà sempre in equilibrio precario. Ai vetri incrinati di Monica Bonvicini (VSG, 2004) si contrappongono quelli in frantumi di Barry Le Va (Set I A placed…, 1968), tracce-indizio di un’azione violenta che attende di essere giustificata. Tutta la leggerezza, la trasparenza, l’ambiguità e l’inconsistenza del vetro, tutta la complessità delle implicazioni riconducibili a questa materia non-materia, in altre parole tutto il vedo non-vedo che governa le regole di fruizione dell’opera d’arte, tutto finisce per concentrarsi nell’ampolla di Duchamp. E il pensiero corre a Il grande Vetro (1915-1923), alle due grandi lastre cui Duchamp affidò il compito di contenere e custodire l’incompiutezza sempiterna dell’opera d’arte.

Massimiliano Sardina

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Cover Amedit n. 15 - Giugno 2013. "an Alphabet" by Iano.

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Questo articolo è stato pubblicato sulla versione cartacea di Amedit n. 15 – Giugno 2013

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