CITTADINI E PERSONE | Sull’estensione dei diritti di cittadinanza agli immigrati

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L’insediamento del governo Letta ha portato una nuova, opportuna, discussione sui diritti di cittadinanza. È utile un riepilogo storico per inquadrare la questione.

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Il Codice civile del Regno d’Italia del 1865 inizia affermando che la capacità giuridica si acquisisce per nascita, ma subito dopo dice che “lo straniero è ammesso a godere dei diritti civili attribuiti ai cittadini”. La reciprocità della cittadinanza è un approccio rivoluzionario per l’epoca, con una logica stringente: uno Stato può veder riconosciuti i diritti per i suoi cittadini all’estero solo se fa lo stesso con gli immigrati. Pisanelli, il guardasigilli dell’epoca, sostiene che questo fosse “un principio destinato a fare in breve il giro del mondo perché la tendenza dei tempi nuovi altamente invoca la solidarietà dell’umana famiglia”. Ottimismo, generosità e senso d’uguaglianza non portarono a un’applicazione conseguente del principio, ma fu una rivoluzione culturale e politica ancora attuale.

Nella discussione sulla cittadinanza è fondamentale la dialettica fra uomo e cittadino, presente fin dal titolo nella Dichiarazione del 1789 con riferimento al diritto naturale: ogni essere umano ha un patrimonio di diritti che vanno in ogni caso riconosciuti e sostenuti dalle istituzioni e dalle leggi. Nel codice del 1865 si abbandona la dimensione nazionale come orizzonte della cittadinanza e dei diritti, che diventano legati all’uomo, alla persona. I diritti sono attribuiti ai cittadini in una visione cosmopolitica e solidaristica che determina universalità, uguaglianza e una strategia inclusiva: lo straniero è un ospite gradito. Il primo libro del Codice civile italiano del 1939 inizia esattamente come quello del 1865, ma il secondo comma non solo afferma che lo straniero rimane tale per l’Italia, ma che “le limitazioni alla capacità giuridica derivanti dall’appartenenza a determinate razze sono stabilite da leggi speciali”. La negazione della capacità giuridica per alcune persone contrasta alla radice con l’idea del diritto naturale. La codifica della discriminazione razziale è l’opposto della generosità ottocentesca. La discriminazione è basata sulla razza, sul sangue. Nel dopoguerra si recupera la visione precedente, si libera la cittadinanza dall’appartenenza a uno Stato: quasi tutti i diritti fondamentali sono attribuiti, a livello statale e internazionale, non ai cittadini ma a tutte le persone. Nella Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea (2004) la persona è posta al centro dell’azione delle istituzioni, ad essa si attribuiscono i diritti sociali, mentre la cittadinanza definisce i soli diritti politici.

zaffaroni3webUn’altra dialettica interessante è quella fra soggetto astratto al quale si attribuiscono diritti e persona che li detiene, che rappresenta con corposità fisica un aspetto che il primo mette sullo sfondo. Il soggetto astratto è un importante strumento teorico di uguaglianza, di non-discriminazione in base alle condizioni personali e materiali, ma è un concetto debole rispetto ai possibili arbitrî della politica, come mostra il Codice del 1939.Nel passaggio alla persona si deve tener fermo il principio di uguaglianza, come fa l’articolo 3 della Costituzione italiana: “È compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese”. L’uguaglianza dei cittadini si fonda sullo sviluppo libero della persona e del suo lavoro, con il supporto delle istituzioni dello Stato.

La cittadinanza, in una visione universale e globale che ricompone e supera i conflitti fra uomo e cittadino, fra soggetto di diritto e persona, non può che avere una dimensione globale e universale, indipendente dal luogo di nascita (ius soli) o dalla nazionalità dei genitori (ius sanguinis). Già la cittadinanza europea si sovrappone senza sostituire quella degli stati nazionali e i diritti riconosciuti dalla Costituzione europea si integrano e sostengono quelli locali. La discussione sulla proposta di Cécile Kyenge rischia di essere di retroguardia, con argomenti ideologici a favore o contro lo ius soli, di porre male una questione che ormai dev’essere inquadrata in un’altra ottica, per quanto parlare di cittadinanza anziché di clandestinità sembra già un passo positivo.

Giovanni Sartori, il 26 Gennaio scorso, proponeva una sua via d’uscita fra i due principi: “Chiunque entri in un Paese legalmente, con le carte in regola e un posto di lavoro […] credibile, diventa residente a vita […]. In attesa di scoprire quanti saremo, se li possiamo assorbire o meno, questa formula dà tempo e non fa danno. Certo, se un residente viene pizzicato per strada a vendere droga, a rubare, e simili, la residenza viene cancellata e l’espulsione è automatica (senza entrare nel ginepraio, spesso allucinante, della nostra giurisprudenza). Insisto: l’inestimabile vantaggio di questa formula è che dà tempo. Quanti saremo? Quale sarà il punto di saturazione invalicabile? L’unica privazione di questo status è il diritto di voto; il che non mi sembra terribile a meno che i residenti in questione vogliano condizionare e controllare un Paese creando il loro partito (islamico o altro). Se così fosse, è proprio quel che io raccomanderei di impedire.”

Un argomento contrario allo ius soli è quello che saremmo invasi da puerpere che partorirebbero nuovi italiani con genitori clandestini. Sembra veramente un paradosso, e questo può indicare che discutere della cittadinanza per nascita è il punto di partenza sbagliato riguardo ai diritti degli immigrati, diritti umani universali che oggi sono penalizzati dal reato di clandestinità.

Si interpreta lo ius soli come concessione senza riserve agli immigrati. Gli Stati Uniti sono un esempio di paese che ha rigide politiche sul permesso di soggiorno mentre chi nasce là è (anche) cittadino americano. L’adozione dello ius soli non è necessariamente una capitolazione riguardo al controllo dei flussi migratori. Molto è questione delle norme concrete di applicazione e del contesto normativo e pratico di gestione del fenomeno dell’immigrazione adottato dal paese o dalle comunità sovranazionali, dal livello generale di rispetto della legalità presente nel paese.

Sono senza dubbio più urgenti interventi di modifica alle norme vigenti sull’immigrazione, principalmente la legge 189/2002 Bossi-Fini e legge 94/2009 attuata dal ministro Maroni, che istituisce il reato di immigrazione clandestina: i Radicali hanno recentemente proposto, tra gli altri, due referendum abrogativi delle parti del Testo unico sull’immigrazione che riguardano i CIE (centri di identificazione ed espulsione), che applicano un’inutile logica detentiva degli immigrati in attesa di identificazione, con costi enormi per lo Stato, e del legame fra permesso di soggiorno e contratto di lavoro, che costringe centinaia di migliaia di migranti al ricatto dei datori di lavoro, creando una concorrenza sleale con i lavoratori italiani e confinandoli nel lavoro nero o della microcriminalità in caso di perdita del contratto.

È necessario evitare discussioni sterili e mistificanti che sono solo mezzi dilatori e trovare modi e strumenti  concreti adatti al contesto e alla situazione attuale per rendere effettivo il principio universale dei diritti della persona ed ottenere risultati efficaci nel breve periodo.

Giancarlo Zaffaroni

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Cover Amedit n. 15 - Giugno 2013. "an Alphabet" by Iano.
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Questo articolo è stato pubblicato sulla versione cartacea di Amedit n. 15 – Giugno 2013

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