CARO ESTORTORE TI SCRIVO… Viaggio all’interno del fenomeno racket a 22 anni dalla morte del pioniere della lotta contro il “pizzo”

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Il 29 agosto 1991 venne assassinato a Palermo Libero Grassi, un imprenditore siciliano, la cui unica colpa fu quella di denunciare le richieste estorsive da parte della criminalità organizzata. Portò alla ribalta il fenomeno del racket, attraverso una campagna mediatica, ma in maniera particolare, con un’opera di sensibilizzare nei confronti di chi come lui aveva pagato e purtroppo continuava a farlo. Abbandonato a se stesso, causa il clima omertoso che regnava in quel periodo storico, anche nelle fila dei suoi colleghi imprenditori, ma soprattutto l’assenza delle istituzioni, dovette purtroppo arrendersi alla compagine mafiosa. Famosa la lettera che pubblicò sul Giornale di Sicilia, dove denunciò i suoi estortori e che forse segnò la sua condanna:  “Caro estortore… Volevo avvertire il nostro ignoto estortore di risparmiare le telefonate dal tono minaccioso e le spese per l’acquisto di micce, bombe e proiettili, in quanto non siamo disponibili a dare contributi e ci siamo messi sotto la protezione della polizia. Ho costruito questa fabbrica con le mie mani, lavoro da una vita e non intendo chiudere… Se paghiamo i 50 milioni, torneranno poi alla carica chiedendoci altri soldi, una retta mensile, saremo destinati a chiudere bottega in poco tempo. Per questo abbiamo detto no al Geometra Anzalone e diremo no a tutti quelli come lui”. Cos’è cambiato da quel “NO” pronunciato da Libero Grassi? Cosa rappresenta ancora oggi il racket per l’Italia? Il fenomeno meglio noto come “pizzo”, rappresenta una delle fonti più prolifiche dell’azione mafiosa sul territorio italiano. I dati relativi a tale attività esprimono un quadro che testimonia la portata imponente del fenomeno. In Italia, infatti, i commercianti coinvolti sono circa 300.000, maglia nera risulta la Sicilia con circa 50.000 imprenditori coinvolti, il 70% su scala regionale. Gli introiti derivanti solo dall’estorsione, portano nelle casse della mafia denaro contante per un valore di 10 miliardi di euro. I dati non sono di certo entusiasmanti, ma oltre i numeri c’è qualcosa che ha un valore immenso, sono le storie di chi ogni giorno, in ogni momento della propria vita, attraverso associazioni, battaglie personali, alza la testa e lotta silenziosamente onorando il nome di chi, per certe battaglie, ha perso la propria vita.

racket1webC’è chi dice NO! – Affrontare il tema dell’estorsione è un compito arduo, solo chi davvero si trova a vivere quelle sensazioni, in ogni circostanza della propria vita, può dare il senso e il significato di tutto questo. Esistono migliaia di storie radicate nella cultura territoriale di ogni comunità che raccontano di uomini che lottano per essere liberi e dignitosi. Quella dell’associazione “Nicola D’Antrassi” di Scordia, nella persona del suo presidente Rosario Barchitta, è una di queste storie e rappresenta un esempio di legalità e giustizia adatto per rappresentare il fenomeno del racket. Nicola D’Antrassi, originario del Lazio, si trasferisce in Sicilia per intraprendere l’attività di imprenditore agrumicolo, costretto anche lui alla legge del pizzo, si ribella e per questo l’11 marzo del 1989, verso le 19 viene assassinato davanti a un bar del paese. Proprio qui inizia la storia di Rosario Barchitta, che davanti a una tazzina di caffè ci racconta la sua battaglia.  Rosario è un imprenditore del movimento terra, attività dove lui stesso conferma, la mafia è fortemente radicata. Rosario ci racconta i primi passi dell’associazione e ci dice: << anche io pagavo, non economicamente ma in natura, venivano nella mia cava prendevano i materiali e non pagavano>>. I soprusi subiti successivamente alla richiesta dei pagamenti che giustamente rivendicava  (nell’88 subiste la prima ritorsione mafiosa, con la distruzione di un mezzo della propria azienda) e  l’assassinio di D’Antrassi scuotono profondamente l’animo di Rosario che trova così la spinta decisiva a lottare; decide quindi di proporre ad altri imprenditori della zona di unirsi e creare un’associazione. Ma la strada è lunga, l’omertà tanta e la paura forse troppa. Viene nominato un direttivo, i nomi dei partecipanti restano ignoti per volere degli stessi; Rosario viene nominato presidente, subisce diverse ritorsioni, ma non si arrende. Finalmente si organizza la prima riunione al cinema Metropolitan di Scordia, sulla scia di Rosario anche gli altri partecipanti trovano il coraggio di esporsi. Quando gli chiediamo cos’è la mafia, ci risponde così: << Cedere la prima volta è come dare le chiavi di casa tua a questi individui, significa perdere la propria libertà, chi si ribella al pizzo è un uomo libero, chi paga non può definirsi come tale. Io ho pagato, ma il problema non erano i soldi, questi sì, sono importanti, ma oggi purtroppo si ha la falsa credenza che il denaro sia fonte di felicità e di onnipotenza. Purtroppo, quello che la mafia ti toglie non sono solo soldi, quando paghi il pizzo perdi due cose che hanno un valore totalmente differente rispetto al denaro, pagando perdi la tua dignità e la libertà,  che sono di gran lunga superiori ed inqualificabili economicamente. Quando pagavo il pizzo mi sentivo niente, quando ho smesso invece sono rinato mi sembrava d’esser un superuomo. Il mafioso ha paura di chi denuncia, io l’ho provato sulla mia stessa pelle >>. Poi continua: << La morte? Non mi spaventa, tutti prima o poi moriremo, è questo il destino di ogni uomo; se ognuno di noi non avesse paura della morte, avrebbe il coraggio di ribellarsi e forse di vivere una vita migliore. Lo stato siamo noi; vedi amico mio, le forze dell’ordine sono uomini come te, tuoi fratelli, quando denunci devi farlo chiaramente senza paura, vedrai che loro non saranno sordi alla tua richiesta d’aiuto>>. Con gli occhi lucidi infine ci racconta un aneddoto: << Una delle tante ripercussioni mafiose da me subite, fu la distruzione di un mezzo importantissimo per il mio lavoro un escavatore che aveva in quel momento un valore di circa 10.000 euro. Gli imprenditori, gli associati, i miei concittadini, quasi a mia insaputa, riacquistarono il mezzo e mi permisero di ricominciare a lavorare; grazie alla legge 44 del 1999, che  prevede aiuti economici per chi denunci in maniera chiara e schietta i propri estorsori, ho avuto la restituzione della somma di 54.000 euro, la stessa somma che era stata necessaria per riacquistare un mezzo nuovo che mi permettesse di svolgere la mia attività>>. Infine, prima di concludere la nostra conversazione, gli chiediamo quanto fosse migliorata la sua vita a seguito della sua ribellione: <<L’altra settimana sono stato a correre la maratona di Parigi, amo la vita e l’essermi ribellato ha fatto rinascere l’uomo che era in me e che degli individui meschini avevano provato ad oscurare. Quest’esperienza, l’essermi ribellato, mi ha restituito una cosa fondamentale, la libertà>>. Ecco, solo attraverso queste storie è possibile comprendere a fondo, alcuni valori, ormai persi, che forse crediamo banali, scontati; purtroppo però, c’è chi ancora oggi deve lottare per aver riconosciuto un diritto fondamentale come lo è la libertà, che appartiene all’uomo per il solo fatto di essere tale. La storia di Rosario rappresenta un esempio, ma in particolare un monito per chi ancora è succube di soprusi, ingiustizie, per chi ha paura, per chi non può o non vuole ribellarsi alle richieste meschine di uomini che non meritano di essere definiti tali. Queste sono le storie che vanno raccontate all’interno delle istituzioni scolastiche poiché la scuola ha il compito di formare il cittadino di domani, di diffondere attraverso questi esempi un messaggio di responsabilità civile. È un passo fondamentale per creare uno Stato del futuro, che si basi su principi sani, sicuramente diversi da quelli che hanno portato alla creazione di una società, come quella attuale, per molti versi malata di un cancro che si è espanso a macchia d’olio e che la corrode dal di dentro. “La mafia ha più paura della scuola che della giustizia” dicono; non esiste forse frase più azzeccata. La cultura imprime dei principi inviolabili, un modo diverso di pensare, un modo più sano; la cultura rappresenta la giusta medicina per combattere quei tanto consolidati e meschini dogmi mafiosi di chi prospera sulle angherie e sui soprusi perpetrati ai danni di onesti lavoratori. Un’utopia, questa, che potrebbe diventare realtà …

racket3webE lo Stato? Uno Stato di diritto, come lo è quello italiano, ha l’obbligo di garantire, proteggere i cittadini e mantenere all’interno della comunità principi fondamentali tra i quali si posiziona uno dei diritti inviolabili dell’uomo, la libertà. Risulta chiaro e evidente come la sottomissione a certi poteri e all’estorsione, costituisce per tanti commercianti e imprenditori la perdita della stessa, poiché attraverso tali meccanismi si viene condizionati in ogni aspetto della propria vita, non solo professionale, in una forma di assoggettamento man mano sempre più gravosa alle richieste di organi illeciti, quali sono le associazioni di stampo mafioso. Lo Stato qualcosa ha fatto. In primo luogo ha istituito un numero verde (800.999.000) che, oltre al fornire supporto, ha lo scopo di illustrare ai soggetti vittime dell’usura gli strumenti che lo Stato mette a disposizione, in ordine di protezione e sicurezza. Altra iniziativa importante è il rafforzamento della normativa sul racket e sull’usura (legge 7 marzo 1996 n.108), “Disposizioni in materia di usura”. Le novità di maggior rilievo, riguardano i benefici economici statali a sostegno degli imprenditori e liberi professionisti che hanno subito danni in conseguenza ad atti di intimidazione estorsiva, ed abbiano denunziato gli autori di tali reati, attraverso l’istituzione di un fondo economico (“comitato di solidarietà vittime dell’estorsione e dell’usura”). Tuttavia, nonostante gli sforzi compiuti in questi anni da parte dello Stato, degli uffici territoriali, come la prefettura, delle varie associazioni autonome e statali che si occupano della lotta al racket, il tutto non risulta abbastanza efficace, in particolare per quanto riguarda sicurezza, protezione, salvaguardia dei beni e della stessa integrità fisica; ancora troppo spesso c’è un diffuso senso di abbandonato da parte delle istituzioni. <<Parlate della mafia, parlatene in televisione, in radio, sui giornali. Però parlatene.>> Così Paolo Borsellino lanciava il suo appello, in tempi bui, quando di mafia se ne parlava poco, forse niente. Ancora oggi, per molti, parlare di questi argomenti è tabù. Ma in questa sede vogliamo far nostro quell’appello; vogliamo rivolgerlo a tutta la collettività, poiché queste sono problematiche che riguardano l’intera società civile. Ecco, smettiamo di far finta che il problema non ci riguardi; parliamone, con qualsiasi mezzo, con quanta più gente possibile; in particolare parliamone alle nuove generazioni che si affacciano alla vita, poiché se la gioventù le negherà il consenso l’onnipresente mafia si vedrà pian piano perdere il terreno sotto i piedi. E forse, un domani, potremmo ricordarla come un incubo, lungo e doloroso, appartenente al passato.

Carlo Bellino

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Cover Amedit n. 15 - Giugno 2013. "an Alphabet" by Iano.
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Questo articolo è stato pubblicato sulla versione cartacea di Amedit n. 15 – Giugno 2013

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