an ALPHABET | L’analfabetismo nell’era dell’Homo videns

Posted on 23 giugno 2013

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bannerwebdi Giuseppe Maggiore

 

Asino chi legge.  

lucignolo1webNegli ultimi decenni vari studi e ricerche si sono occupati di analizzare il livello di alfabetizzazione della popolazione mondiale. I risultati emersi descrivono una situazione poco lusinghiera che denuncia alti indici di analfabetismo un po’ ovunque. Questi risultati ci dicono anche che, accanto al cosiddetto analfabetismo “di base”, ossia quello relativo alla capacità minima di leggere, scrivere e far di conto, tipico dei paesi in via di sviluppo (soprattutto India, Cina, Bangladesh, Pakistan, Nigeria, Etiopia, Indonesia e Egitto), dove riguarda circa due milioni di persone, c’è un analfabetismo cosiddetto “funzionale”, tipico di chi, pur avendo le competenze di base, non riesce ad andare oltre l’uso di un vocabolario limitato, non è in grado di svolgere autonomamente operazioni relativamente complesse, come la richiesta di un prestito o la gestione del proprio conto in banca, ma non riesce neppure a comprendere un articolo di giornale o il foglietto delle istruzioni di un farmaco. Questo tipo di analfabetismo rappresenta un fenomeno vario e articolato, con caratteristiche diverse in base al paese e al contesto socio-culturale degli individui presi in esame, nel determinarlo occorre quindi tenere presenti i differenti livelli di competenze richiesti dalle situazioni sociali o professionali dei soggetti interessati all’indagine. Ad esempio, un contadino con competenze minime può, in una zona rurale di un paese in via di sviluppo, essere considerato alfabetizzato, mentre in un’area urbana di un paese a tecnologia avanzata può risultare un analfabetizzato funzionale. Detto questo, i dati che riguardano questa forma di analfabetismo riservano non poche sorprese, poiché a esserne coinvolti sono anche, e soprattutto, paesi economicamente ricchi, i quali in misura più o meno maggiore molto hanno investito sull’istruzione di massa. Basti pensare ad esempio gli Stati Uniti, dove il livello di analfabetismo funzionale raggiunge sorprendentemente circa il 23%, che tradotto in numeri significa ben quaranta milioni di persone. Per quanto riguarda l’Italia, la recente pubblicazione delle prove OCSE-PISA del 2010, segnala un ben 21,3% dei giovani italiani non in grado di svolgere attività di lettura complesse, dato che la colloca tra gli ultimi posti dei paesi dell’Unione Europea; per trovare una situazione peggiore bisogna andare nello Stato di Nuevo León, in Messico. Questi dati confermano un andamento della situazione che già la ricercatrice Vittoria Gallina aveva esposto in due distinti saggi (“La competenza alfabetica in Italia. Una ricerca sulla cultura della popolazione”, Franco Angeli, 2000 e “Letteratismo e abilità per la vita. Indagine nazionale sulla popolazione italiana 16-65 anni”, Armando editore, 2006), che si rifanno agli esiti di due recenti indagini internazionali. Nel dettaglio, questi studi ci forniscono cifre davvero preoccupanti: il 5% degli italiani di età compresa tra i 16 e i 65 anni è analfabeta totale, poiché incapace di distinguere una lettera da un’altra o una cifra dall’altra; 38% lo sa fare, ma riesce a malapena a leggere un testo elementare e a decifrare qualche cifra; 33% supera questa soglia, ma non riesce ad andare oltre un livello minimo di complessità, pronto a bloccarsi di fronte a un testo di poco più elaborato che tratti temi di attualità, o ad un grafico elementare recante una qualche percentuale. In definitiva l’80% della popolazione adulta italiana non possiede gli strumenti minimi indispensabili di lettura, scrittura e calcolo necessari per orientarsi nella società contemporanea. Dati, questi, che non riguardano soltanto pensionati, casalinghe, o cittadini aventi un basso profilo di istruzione scolastica, ma che vedono figurare anche un buon 12% di laureati.

lucignolo3webSebbene, dunque, il fenomeno dell’analfabetismo riguardi molti paesi, l’Italia sembra esserne tra quelli maggiormente afflitti, e benché i risultati definitivi dell’indagine Ocse saranno resi noti a breve, c’è ben poco da sperare in un loro sostanziale ribaltamento. I numeri, d’altra parte, servono solo a rendere meglio quantificabile qualcosa di cui si ha sentore, di uno stato dell’arte che appare già evidente nell’osservazione critica dei nostri costumi nazionali. Basterebbe riflettere un tantino sulle nostre abitudini quotidiane, sui nostri comportamenti collettivi, sull’esercizio dei nostri diritti-doveri, e via via fino al gettare uno sguardo sulla classe politica che ci rappresenta. È già scritto tutto lì, e non occorrerebbero ulteriori indici di misurazione a darci il quadro concreto della situazione. Su questo punto torneremo più avanti. Per ora poniamoci la domanda: Gli italiani, popolo di analfabeti? Prendendo in prestito il titolo di un saggio di Federica Cornali, verrebbe da rispondere “Proprio analfabeti no, ma quasi!”. E ciò che è peggio, un popolo di analfabeti che non sa di esserlo, o che si rifiuta persino di saperlo. Siamo a un nuovo tipo di analfabetismo, che poco ha a che fare con quello vecchio stampo di chi, privo d’una pur minima formazione scolastica non sapeva né leggere né scrivere (per intenderci, il nonnino che firmava tracciando una croce). Il moderno analfabeta, salvo rare eccezioni, a scuola c’è andato, ha completato tutto il percorso dell’obbligo, talvolta si è spinto anche oltre, fino a conquistarsi un qualche dottorato all’università; può trattarsi dell’umile operaio o della commessa d’un supermercato, come di un dirigente d’azienda con diversi dipendenti a carico.

Quello dell’analfabetismo contemporaneo è un panorama che racchiude in buona sostanza soggetti di diversa formazione e estrazione, arrivando a includere anche categorie che godono di uno status sociale piuttosto elevato. Il bagaglio culturale acquisito lungo il percorso di studi, si traduce spesso in un insieme di nozioni che col tempo è destinato a dissolversi, poiché una volta smessi gli studi, esso non viene più esercitato. Col tempo le varie competenze intellettive tendono ad affievolirsi, generando quel progressivo regresso culturale altrimenti detto “analfabetismo di ritorno”. Il termine “analfabeta” può suscitare oggigiorno una sensazione simile a quella che si prova scoprendo di avere in testa una colonia di pidocchi. È un termine che sembra ai più fuori tempo e fuori luogo, specie se riferito a società con un grado di evoluzione civile e industriale come quello del nostro paese; sembrerebbe oltretutto un incubo ormai esorcizzato da diversi decenni che hanno visto intere generazioni passare per i banchi di scuola. Si rimane sorpresi, sbigottiti, persino increduli di fronte al riaffiorare di questo spettro. E la ragione di queste reazioni sta tutta nella peculiarità che ha l’analfabetismo di nuovo conio, in quella inconsapevolezza che spesso lo accompagna in chi ne è colpito, ma anche in quelle cifre che pongono il nuovo analfabeta in compagnia di un buon 80% della popolazione, quindi non distinguibile, quindi socialmente accettato.

lucignolo2webIL CASO ITALIA – Se, come abbiamo detto, questa regressione nelle capacità e nelle competenze culturali basilari è un fenomeno che coinvolge con indici diversi un po’ tutti i paesi dell’occidente industrializzato, in Italia tale fenomeno ha dei connotati specifici, determinati da fattori storico-culturali propri. Il processo di alfabetizzazione in Italia è stato fortemente sfavorito dal tardivo conseguimento dell’unificazione nazionale e dal non facile processo di italianizzazione dei suoi abitanti. Nell’0ttocento l’Italia era una Babele di dialetti diversissimi e incomprensibili  tra loro; soltanto il 2% della popolazione aveva una qualche familiarità con l’italiano, che per la stragrande maggioranza restava ancora una sorta di lingua straniera.

All’indomani dell’unificazione nazionale il nostro paese si trovava a dover fronteggiare indici di analfabetismo ancora molto elevati. L’istruzione era stata fino allora ancora appannaggio di pochi, caratterizzata da disomogeneità geografica tra nord, centro e sud, notevole disparità tra i diversi ceti della popolazione e da un netto svantaggio da parte della popolazione femminile rispetto a quella maschile. Era stata fatta l’Italia, ora restava da fare gli italiani. L’istruzione fu dunque una delle prime preoccupazioni dello Stato unitario, sebbene le prime iniziative in tal senso furono principalmente tese alla formazione di una classe artigiana e operaia specializzata, dando maggiore impulso a scuole di indirizzo tecnico-professionale. Questo primo incipit agiva sullo sfondo di uno sviluppo industriale che si andava progressivamente imponendo sul vecchio mondo rurale, il quale richiedeva livelli di preparazione tecnica più qualificati e omogenei, ma servì anche a formare i nuovi quadri dell’amministrazione pubblica, dando quindi un primo assetto formale al sistema nazionale. Si dovrà tuttavia attendere gli inizi del XX secolo per il passaggio dalle vecchie scuole comunali a quelle statali; sarà proprio sullo sfondo della Prima Guerra Mondiale, e dell’esigenza per molte famiglie di poter comunicare con i propri cari al fronte attraverso la scrittura, che si andrà favorendo il processo di alfabetizzazione di massa. L’importanza della scuola conferisce prestigio e autorevolezza alla figura dell’insegnante che assurge quasi a simbolo della nazione. L’aula non è soltanto il luogo in cui si acquisiscono le necessarie abilità del saper leggere, scrivere e far di conto, ma anche e soprattutto uno spazio dalla forte valenza simbolica per l’identità nazionale, in cui assieme all’apprendimento della storia si stabilisce un sentimento di affezione e d’identificazione con i simboli del proprio Paese. L’insegnante, il più delle volte donna, è una figura autorevole e autoritaria i cui metodi d’insegnamento erano spesso all’insegna del rigore e talvolta anche molto duri; tra quanti hanno frequentato la scuola primaria negli anni Cinquanta, e anche oltre, in molti si ricorderanno certe pratiche punitive che venivano perpetrate agli scolari da parte dell’insegnante. Un errore ortografico, un calcolo errato, per non parlare di un comportamento indisciplinato, bastavano per incorrere in una delle punizioni allora in voga: quelle più indolore potevano consistere nel dover scrivere ripetutamente una parola, o ricopiare svariate volte una pagina di quaderno sulla lavagna; nell’essere messo dietro la lavagna con la faccia rivolta al muro, oppure nell’essere fatto accomodare nel cosiddetto “banco degli asini”, generalmente posto in fondo all’aula.  Ma c’erano anche quelle dolorose, e non di rado venivano applicate anche per motivi tutto sommato poco gravi: si andava da un semplice e sonoro ceffone, a un’energica tiratina d’orecchie; dall’essere costretto a inginocchiarsi su uno strato di legumi secchi, come ceci e fagioli, a una bruciante e perentoria bacchettata nelle mani o sui glutei. Se la bacchetta era per l’appunto il simbolo di una scuola autoritaria, che nella famiglia non solo non trovava opposizione, ma veniva persino giustificata e legittimata, l’altro simbolo di quella scuola vecchia maniera era senza dubbio rappresentato dalle famigerate “orecchie d’asino” (due imbuti di carta che venivano applicati alle orecchie). Tra le forme punitive questa era senza dubbio la più mortificante, poiché comportava l’umiliazione davanti a tutta la scolaresca, cui il soggetto veniva additato come esempio da non seguire. Il malcapitato, con attaccate alle orecchie questi grandi cartocci, doveva compiere il giro delle varie classi, tra lo scherno e la derisione dei coetanei. Uno scenario ben diverso da quello della scuola al presente, con sistemi educativi e formativi molto più raffinati e articolati. Oggi sarebbe impensabile assistere a simili metodi disciplinari; l’insegnante non solo non deve osare mettere un dito addosso all’alunno, ma anche stare attento a non alzare troppo i toni. Egli ha ormai perso quell’autorevolezza che un tempo lo investiva e che ne legittimava le azioni correttive nei confronti dei propri alunni, così come è mutato il rapporto tra l’istituzione scolastica e la famiglia; quest’ultima sembra vedere nella scuola più una sorta di parcheggio per i propri figli, intanto che si è occupati a svolgere le proprie attività lavorative. Tranne rare eccezioni, i genitori d’oggi hanno nei confronti della scuola e dell’educazione dei propri figli, un approccio che oscilla tra il disinteresse assoluto e un atteggiamento guardingo e iperprotettivo pronto a intercettare, e a intervenire con veemenza, a ogni pur minimo accenno di severità da parte dell’insegnante. Un atteggiamento che lascia il più delle volte sottintendere un “a prescindere” e che si risolve sempre e comunque con il prendere le difese del proprio figlioletto da qualsivoglia atto di abuso – vero o presunto – da parte del docente. Dal canto suo, l’insegnante sembra oggi dover recitare un ruolo assimilabile a quello che Arturo Marcello Allega chiama emblematicamente il “Fattore di Pierrot”, combattuto tra il sorriso del clown e la desolante tristezza di un pubblico sempre più retrivo ai suoi insegnamenti. Nell’arco di mezzo secolo si è in definitiva passati da un estremo all’altro, da una pedagogia del rigore a una pedagogia dell’intrattenimento, e del laissez faire, laissez passer . Un lasso di tempo che se da una parte ha visto l’affermarsi di un’istruzione pubblica di base nazionalizzata e sempre più inclusiva delle varie componenti sociali, in special modo come luogo in cui si realizza quell’integrazione interculturale frutto della massiccia presenza di immigrati nel territorio nazionale, dall’altra ha visto un progressivo svilimento del suo ruolo. Alla base di questo fenomeno, sta la mutata percezione che si ha dell’importanza della scuola e del bagaglio conoscitivo acquisito attraverso essa, il cui valore simbolico, come dice Roger Girod nel 1997, un tempo molto elevato presso i ceti popolari che vedevano in ciò uno strumento di libertà e di riscatto, oggi è venuto meno. Le conoscenze di base (come leggere, scrivere, far di conto) sono sostituite da altri valori o superate da ambizioni di studi superiori, e non godono più di quel prestigio che un tempo gli si accordava. Fatto ne prova, continua Girod, che ciò si traduce in un’istituzione preposta alla trasmissione dei saperi, in cui i controlli sulle acquisizioni sono spesso più teorici che pratici, in cui continuano a procedere negli studi persone incapaci di leggere, scrivere e calcolare correttamente e in cui si diplomano e laureano regolarmente persone sotto-istruite.

lucignolo4web“In Italia – ci dice Federica Cornali nel già citato Proprio analfabeti no, ma quasi, 2004 -, più del boom economico-demografico e delle riforme, fattore decisivo per l’espansione del sistema scolastico fu il diffondersi di un nuovo atteggiamento verso la scuola. Le famiglie e i ragazzi cominciarono ad attribuire al diploma scolastico un valore di investimento. La domanda d’istruzione si legò ad aspirazioni di mobilità sociale: attraverso il conseguimento di certificazioni scolastiche, i ceti medi e operai auspicavano per i propri figli l’accesso a posizioni professionali migliori e ben remunerate.” Ma in un paese come il nostro, in cui l’economia si fonda in gran parte su una piccola-media impresa, spesso a conduzione familiare, in cui è richiesto tutto sommato un basso profilo d’istruzione, e dove vi è anche un settore dell’alta tecnologia piuttosto languido, accompagnato da scarsi investimenti nella ricerca sia da  parte del pubblico sia da parte del privato, queste attese saranno destinate molto presto a essere deluse. Il prodigioso “pezzo di carta” che sembrava dovesse fare da lasciapassare nel mondo del lavoro, perde ben presto il suo valore. Con l’affermarsi di un valore puramente formale e utilitaristico del titolo di studio, si sviluppa sempre più un approccio allo studio superficiale che darà conto della fin troppo evidente caduta libera degli effettivi livelli culturali della popolazione.

Lo studio delle varie discipline, quando non motivato da passione e da un reale interesse che vada al di là dei fini utilitaristici, è vissuto come un impegno a tempo determinato, avente come esclusivo obiettivo il superamento di un esame, il conseguimento di un titolo. Ma cosa, alla fine, certifica quel titolo? Le nozioni acquisite hanno un effetto post-it destinato a volatilizzarsi nell’arco di un breve tempo. Nella maggior parte dei casi, si passa dallo studio al totale disinteresse verso la lettura (secondo una recente indagine Istat, il 23-24% dei laureati non legge nemmeno un libro non scolastico l’anno; percentuale che sale al 54% dell’intera popolazione italiana nel primo Rapporto sulla promozione della lettura in Italia), e più in generale, viene meno ogni forma di interesse culturale. Di conseguenza, come ci dice ancora Girod: “Anche se ben assimilata, una qualsiasi conoscenza ha ben poche possibilità di conservarsi se non è usata spesso”. Siamo a quanto rilevato da vari autori che si sono occupati del cosiddetto analfabetismo di ritorno (in Italia, oltre ai già citati Vittoria Gallina e Arturo M. Allega, anche Carlo M. Cipolla, Tullio De Mauro, Saverio Avveduto), ovverosia della progressiva perdita delle abilità di lettura, scrittura, elaborazione di dati, calcolo, comprensione di un testo etc., e di un più generale regresso culturale che informa di sé persino soggetti dotati di studi superiori e universitari.

lucignolo5webL’HOMO VIDENS – Accanto a questi fattori, l’altro, non meno importante da considerare è quello relativo alla diffusione di nuovi canali atti alla trasmissione culturale, come la radio e la televisione prima, e internet poi, che in una certa misura hanno determinato parimenti la progressiva perdita, da parte della scuola, di quel monopolio esclusivo della cultura e della formazione. Tuttavia, anche sul fronte delle abilità tecnologiche legate all’uso dei moderni strumenti, si rileva ciò che viene definito il “digital divide” (divario digitale), altra forma di analfabetismo tipico del XXI secolo. Qui il discorso si fa interessante proprio per la sua ambivalenza. Se infatti viene generalmente definito “digital divide” quel divario esistente tra chi ha accesso effettivo alle tecnologie dell’informazione (in particolare personal computer e internet) e ne sa sfruttare al meglio le potenzialità, e chi, per svariate ragioni (condizioni economiche, livello d’istruzione, differenze di età o di sesso), ne è in parzialmente o totalmente escluso, ancora più interessante è notare come per molti “nativi digitali” questi strumenti (tra cui gli ultimi arrivati iPhone, iPad, Tablet, etc.) costituiscono ormai gli unici canali di trasmissione e acquisizione di contenuti culturali, perdendo ogni rapporto con i tradizionali supporti fisici, che vanno dal libro al disco musicale. Fenomeno certamente globale anche questo, ma che in Italia sta avendo un’incidenza superiore rispetto agli altri paesi dell’Unione Europea. Gli italiani sono tra gli ultimi posti in Europa per lettura di libri e giornali, e tra i primi in classifica nell’uso del telefonino. Secondo i dati incrociati dell’Istat e della Banca Mondiale, soltanto nel 20% delle famiglie c’è l’abitudine alla lettura, mentre l’80% degli italiani si informa esclusivamente attraverso la televisione. La tecnologia, in questi casi, se non favorisce quantomeno può venire in soccorso ai deficit culturali, e può in qualche modo colmare le grandi lacune degli italiani.  Se si è raggiunto un grado di relativo benessere che ci consente di poter disporre degli strumenti e dei vari servizi che la modernità ci mette a disposizione, tutto diventa più semplice nel riuscire a cavarsela anche in una società complessa come quella attuale, che richiederebbe sempre nuove abilità e conoscenze. Soldi alla mano, possiamo disporre d’ogni sorta di supporto tecnologico pronto a sopperire ai nostri deficit. Non siamo più in grado di leggere una mappa stradale o di fare un calcolo? Navigatore e calcolatrice sono lì per aiutarci. Arturo Marcello Allega nel suo saggio Analfabetismo. Il punto di non ritorno (Herald Editore) offre una sintesi efficace dell’analfabeta del Terzo Millennio: <<L’adulto illetterato non può ammettere di non avere dignità e lo manifesta assumendo una cultura “virtuale”, fatta di espedienti, che funziona perché mirata. (…) Il benessere economico ti risolve ogni problema. Se devo far dei conti, vado dal commercialista. Se devo evadere il fisco, mi consulto con il mio notaio. E per i documenti mi rivolgo a un’agenzia di servizi. Questo è il nuovo modello di adulto e di felicità. (…) Il cerchio si chiude quando si scopre che i nuovi alfabeti, la globalizzazione dell’informazione ed il benessere sono tenuti fortemente insieme dalla tecnologia>>.

lucignolopiccolowebUn habitat ideale in cui prospera l’inconsapevole e gaudente analfabeta dei tempi nostri; l’Homo videns, come lo definisce il politologo Giovanni Sartori nel suo ormai celebre saggio Homo videns. Televisione e post-pensiero (Roma-Bari, Laterza, 1997). All’Homo Sapiens, dotato di un pensiero simbolico, capace di astrazione, di elaborazione concettuale che nasce dall’osservazione attiva della realtà che lo circonda, in grado di giungere alla formulazione d’un proprio pensiero per stadi, attraverso un esercizio che coinvolge attivamente la sua sfera cerebrale nella creazione di collegamenti logici, deduttivi e riflessivi, si contrappone ora l’Homo videns, intriso di una cultura virtuale ed effimera, intellettualmente atrofizzato, incapace di distinguere il virtuale dal reale. Raffaele Simone, autore del saggio La terza fase. Forme di sapere che stiamo perdendo (Laterza, 2000), descrive questa contrapposizione come il passaggio da un’intelligenza di tipo simultanea (capace di trattare nello stesso tempo più informazioni, senza però essere in grado di stabilire una successione, una gerarchia e quindi un ordine) tipica dell’era pre-avvento della scrittura, a un’intelligenza di tipo sequenziale (come quella che usiamo per leggere e che necessita di una successione rigorosa e rigida che articola e analizza i codici grafici disposti in linea) sulla quale si fonda tutto il patrimonio culturale dell’uomo occidentale. Secondo Simone, oggi stiamo assistendo a un ritorno dell’intelligenza simultanea, che poggia più sull’immagine che non sull’alfabeto. L’Homo videns, che ingurgita notizie e immagini con un ritmo che gli viene imposto dai vari medium, precludendosi la possibilità di attivare adeguatamente i meccanismi del pensiero analitico, dell’elaborazione e della riflessione, è sempre più esposto a un ozio mentale, a una ipertrofia informativa che riduce anche la sua capacità di formularsi uno spirito critico proprio. Appare a questo punto evidente l’altro rischio che questa forma di analfabetismo, qui esaminato nelle sue varie componenti, costituisce per la società contemporanea: esso rappresenta uno dei poteri invisibili che corrodono e minacciano dal di dentro le moderne democrazie. L’uomo sprovvisto di adeguati strumenti culturali, felicemente adagiato nella bambagia dell’autosufficienza, dell’acquisizione facile e pressappochista delle proprie conoscenze, è molto spesso un soggetto addomesticato, agito da modelli culturali prefabbricati e da opinioni massificanti, portatore sano di pregiudizi che legittimano un’ideologia dominante.

Quest’uomo è lo stesso che esercita il suo diritto al voto, attraverso il quale sceglie i propri rappresentanti al governo, è lo stesso chiamato a esprimere un’opinione su questioni democratiche fondamentali, come ad esempio il riconoscimento dei diritti civili; lo stesso uomo cui, una volta alienato il diritto al lavoro (e la dignità umana che con questo non dovrebbe venir meno), viene chiesto di dover scegliere se dare priorità alla salvaguardia di una fabbrica che gli dà il pane, sì, ma allo stesso tempo toglie a lui e alla sua terra la salute, e un investimento più generoso in scuola, ricerca, cultura, salvaguardia dell’ambiente. È un uomo che vive di un relativo benessere, con tanto di televisore gigante (magari uno in ogni stanza) e telefonino d’ultima generazione, che si fa salire l’adrenalina davanti a una partita di calcio e che tenta di accrescere la sua fortuna al gioco, ma al quale manca ogni rapporto di prossimità con quanto potrebbe arricchirlo culturalmente. Nella sua casa, odorante di pappe e pannolini, non c’è ombra di un libro, di un disco, un cd o un dvd che parlino dei suoi interessi, dei suoi gusti letterari, musicali, cinematografici. Tutto è contingente, tutto parla di bisogni primari e dell’urgenza dell’essere al passo coi tempi. Case anonime e intercambiabili, come quante se ne possono vedere in trasmissioni televisive tipo “SOS Tata” (in onda su La7), o “Cerco Casa…disperatamente” (in onda su Real Time). La stessa povertà e anonimato cui si vuole condannare le nostre città, sempre più prive di luoghi deputati alla cultura (biblioteche, cinema, teatri, musei), e di attività legate all’industria culturale (librerie, negozi di dischi e di dvd). Parafrasando l’aforista Giovanni Soriano, potremmo concludere dicendo dell’Homo videns, abitatore di questi non luoghi: “Tutto il suo bagaglio culturale occupa suppergiù lo spazio di un file”. Tutto, in ultima analisi, è riconducibile a un’assenza pressoché totale di curiosità: un insano disinteresse verso l’altro, quell’altro dal quale si crede di non aver proprio nulla da imparare; o chissà, magari quest’assenza di curiosità dipende da fattori genetici, quegli stessi fattori che fanno nascere più erbacce che papaveri.

Giuseppe Maggiore

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