LA DOMENICA DEL VILLAGGIO | Conciati per le feste

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banner domenicadi Giuseppe Maggiore

domenica1A oltre un anno dall’entrata in vigore della deregulation messa in atto dal Governo Monti, che apre alla liberalizzazione degli orari e delle aperture domenicali per le attività commerciali, è opportuno tracciare un bilancio della situazione e verificare quali risultati ha prodotto. Gli intenti dichiarati dal governo attraverso questa normativa contenuta nel decreto “Salva Italia” erano quelli di favorire le dinamiche di concorrenza tra le imprese attraverso la rimozione di vincoli burocratici, nella convinzione che un minor numero di regole portasse a una ottimizzazione dei costi e della produttività per le stesse e, conseguentemente, prezzi più bassi anche nei confronti dei consumatori. Abbattimento dei costi aziendali e sensibile aumento del potere di acquisto dei consumatori, quindi aumento dei consumi, sarebbero andati di pari passo a un positivo impatto occupazionale, poiché l’ampliamento degli orari di apertura e la possibilità di restare aperti sette giorni su sette, avrebbe necessariamente richiesto l’incremento del personale addetto alla vendita e al servizio, tale da consentire un’opportuna turnazione dei lavoratori. Salutato con grande entusiasmo da tutta la componente politica italiana, che gli accordò piena e unanime fiducia, il “genio dell’economia” Mario Monti ha ritenuto poter risolvere così il problema della crisi dei consumi e dell’occupazione.

DOMENICA APERTI – Il via libera alle aperture indiscriminate tutti i giorni, domeniche e festivi compresi,èuna concessione che piace molto agli esercenti delle attività commerciali. Taluni (soprattutto da parte degli esponenti della grande distribuzione organizzata, che in Italia è per lo più in mano straniera) hanno salutato con entusiasmo questo provvedimento, ritenendolo come un importante elemento di modernizzazione che pone l’Italia in linea con quanto è già una norma nel resto d’Europa. Su questo punto occorre subito fare un’annotazione: in molti paesi esteri le aperture domenicali costituiscono un’eccezione non una regola come è avvenuto adesso in Italia. In Austria, Germania e Francia la domenica i negozi sono regolarmente chiusi, e le aperture domenicali si verificano solo in casi eccezionali (per un totale di 10 all’anno); in Olanda e in Spagna si arriva ad un massimo di 12; in Belgio è fatto obbligo, per ogni attività, almeno un giorno di riposo settimanale, che può essere feriale o festivo, da concordare con gli enti competenti locali; nei Paesi Bassi i festivi e le domeniche sono giorni di chiusura e il governo autorizza fino a un massimo di dodici aperture domenicali all’anno, purché non siano più di una al mese. Persino in un paese come la Grecia, che in fatto di crisi ne sa certamente più e meglio di altri, vige l’obbligo di chiusura domenicale, senza distinzioni per le aree turistiche. Un più ampio margine di liberalizzazione vige in Inghilterra dove però l’apertura domenicale è limitata alle 6 ore per la grande distribuzione, mentre le piccole imprese hanno la facoltà di raggiungere le 24 ore di apertura, in un’ottica, quindi, che mira a incentivare più la piccola che non la grande distribuzione. Per trovare un modello simile a quello instaurato da Monti occorre dunque guardare agli USA dove in effetti tutte le attività commerciali hanno piena facoltà di apertura anche 24h al giorno per almeno 362 giorni l’anno.

domenica2IMPATTO OCCUPAZIONALEE SITUAZIONE DEI LAVORATORI – Insieme alla modifica dell’art. 18 dello Statuto dei Lavoratori, la normativa sulle liberalizzazioni degli orari e giorni d’apertura, stando ai dati, non ha prodotto nessun effetto positivo nello scenario economico nazionale, salvo averne beneficiato solo le aziende più forti, o più furbe. Sono per lo più i colossi della Grande Distribuzione ad approfittarne, grazie alla possibilità di poter gestire il proprio personale con la turnazione; più penalizzati invece risultano essere i tradizionali negozi, in gran parte a conduzione familiare o con un numero di commessi tale da non riuscire a coprire l’intero arco temporale di apertura. Per i piccoli negozianti, che già annaspano tra il calo delle vendite e una pressione fiscale molto gravosa, quindi, quella che veniva presentata come una forma di incentivazione si è rivelato un nuovo contraccolpo. La deregulation si prefiggeva, tra l’altro, attraverso la promozione della concorrenza, l’obiettivo di favorire un mercato più dinamico e più aperto all’ingresso di nuovi operatori. La dinamica concorrenziale in atto sta invece andando in tutt’altra direzione, e appare essere, oggi più che mai, quella del pesce più grande che mangia il pesce più piccolo, producendo effetti devastanti a causa della progressiva polverizzazione di migliaia di piccole attività che un tempo costituivano lo zoccolo duro dell’economia nazionale. Sparisce così il commercio tradizionale e con esso la libera imprenditoria, poiché l’assetto che si sta venendo a creare configura uno scenario in cui c’è spazio solo per i più forti, e piuttosto che favorirlo renderà man mano sempre più difficile l’accesso a quei giovani che volessero intraprendere una nuova attività o soltanto proseguire nell’impresa familiare. Quel che è certo al momento è un peggioramento nello stile di vita dei lavoratori del settore, i quali hanno visto venir meno l’equilibrio tra il tempo del lavoro e quello del riposo, problema maggiormente avvertito da quanti hanno una famiglia alle spalle. A molti lavoratori il turno di lavoro della settimana successiva viene comunicato soltanto il sabato o la domenica, con frequenti cambiamenti di turno nel corso della settimana, trovandosi così impossibilitati a programmare i propri impegni al di fuori della sfera lavorativa. Inoltre, se un tempo lavorare la domenica e i festivi costituiva per i lavoratori l’opportunità di trovarsi in busta paga qualche soldino in più, oggi anche questo incentivo è venuto meno. Infatti, a fronte di questo regalo fatto a loro, alcune aziende della grande distribuzione per arginare i costi degli straordinari, hanno disdetto i contratti integrativi che prevedono maggiorazioni aggiuntive e domenicali, evitano di far lavorare nei giorni festivi i dipendenti assunti con i vecchi contratti che obbligano alla corresponsione di questi trattamenti, e nelle nuove assunzioni è già fatto obbligo di lavorare la domenica. Quindi, all’interno di una stessa azienda si vengono di fatto a creare disuguaglianze e discriminazioni, essendoci lavoratori di serie A, ossia vecchi assunti che non hanno turni di domenica, e lavoratori di serie B, ovvero nuovi assunti che tra feriali, domeniche e festivi lavorano sempre, spesso senza nemmeno riposo compensativo. Il peggioramento delle condizioni lavorative si accompagna al falso abbaglio di nuove assunzioni. Non si è avuto l’impatto occupazionale che la normativa prevedeva, in quanto la maggior parte delle aziende della grande distribuzione organizzata non ha fatto nuove assunzioni, ma si è limitata a far fronte al surplus di lavoro attraverso la rimodulazione dei turni con i dipendenti già in servizio, mentre le piccole attività hanno semplicemente aumentato l’orario di lavoro dei propri familiari o dipendenti. Il bassissimo indice di nuove assunzioni avviene spesso imponendo la rinuncia ai propri diritti a fronte di un lavoro poco retribuito e ritmi insostenibili: molte aziende stanno facendo sempre più ricorso a contratti atipici, il più delle volte assumendo stagisti che vengono pagati a 250,00 euro al mese o studenti a 100,00 euro a domenica; cresce vorticosamente anche il lavoro “a chiamata”, un escamotage per arginare la normale contribuzione e che spesso nasconde il lavoro a nero. Giovani che accedono a un mondo del lavoro contrassegnato dalla precarietà, che non prevede affermazione o crescita professionale, e che vede in loro soltanto una sorta di pezzi intercambiabili “usa e getta”. Questa viene fatta passare presso l’opinione pubblica per creazione di posti di lavoro, quando invece di vero e proprio sfruttamento si tratta. In definitiva, ci troviamo di fronte a un triste scenario in cui si assiste alla perdita progressiva di tutti quei diritti che andavano a tutela dei lavoratori e che erano stati una conquista di civiltà.

domenica3FLESSIBILITA’ – Il negozio sempre aperto, che fa tanto la gioia del consumatore; le patinate confezioni delle celebri merendine che evocano un modello familiare che non c’è più (o non c’è mai stato), sempre a portata di mano nello scaffale, in qualunque momento ne venga voglia, sono solo l’aspetto più comodo e accattivante prodotto dalla deregulation. Ciò che a molti inconsapevoli consumatori non viene palesato è il prezzo pesante che questo comporta per chi nelle attività commerciali ci lavora. Gli interventi legislativi degli ultimi anni hanno finito con il modificare, se non sgretolare del tutto, le fondamenta dei diritti dei lavoratori, in questo come in altri settori, introducendo regole fatte su misura della grande imprenditoria e del mercato del lavoro globalizzato. Ciò dà luogo a un sistema governato dalle spietate leggi del mercato, i cui denominatori sono fatturato, velocità, massimo risparmio dei costi di produzione, flessibilità contrattuale (leggi sfruttamento selvaggio dei lavoratori). La flessibilità viene proposta come la chiave d’oro per accedere al mondo del lavoro o, per chi c’è già, un necessario nuovo adeguamento per continuare a restarci. La flessibilità viene data come ricetta da chi un posto sicuro ce l’ha. Ma questa formula magica intesa come parola chiave del progresso e della modernità si traduce per i suoi destinatari in sinonimo di precarietà e ricattabilità, a totale detrimento della dignità e dei diritti del lavoratore. Essa è frutto di un modello economico disumanizzante e foriero di forti squilibri, un modello che segue le logiche del consumismo più sfrenato e malsano, e che conseguentemente imposta la società solo sul bisogno di consumare, sul raggiungimento del profitto, sulla velocità e sull’usa e getta. Quella che viene presentata come un requisito virtuoso che il lavoratore deve possedere, alimenta il nuovo motore dell’economia mirante al consolidamento di una classe di lavoratori de-professionalizzati, declassati, sottopagati che comporti costi minimi per le aziende utilizzatrici, secondo una politica di ottimizzazione dei costi e massificazione del profitto e che consente di spremere e gettare in qualsiasi momento i lavoratori. In questo scenario non val più la pena parlare di dignità del lavoratore, tanto meno del “lavoro che nobilita l’uomo”, poiché di fatto vengono a mancare proprio quegli elementi di tutela e di valorizzazione della persona umana un tempo alla base di una società che nel lavoro vedeva un più alto fondamento etico e civile di promozione umana. In una società in cui avere un lavoro è diventato un privilegio, non può più parlarsi di un Paese fondato sul lavoro, bensì di un Paese sfruttato dal lavoro. Il lavoratore viene considerato alla stregua di un qualunque bene di consumo, soggetto a diventare presto obsoleto, e quindi oggetto indifferenziato e intercambiabile. Il soggetto unico e irripetibile viene spiazzato da una massa omologata di pezzi di ricambio utili a tenere acceso il processo produttivo, in fabbrica come nel centro commerciale, perseguendo ovunque un modello professionale standardizzato. Stando così le cose, ogni altra istanza che voglia tenere in considerazione il valore della persona, le sue peculiarità, i suoi ritmi, le sue vicissitudini, il suo reale benessere derivante da un equilibrio armonico tra la sfera lavorativa e quella privata fatta di affetti, relazioni e interessi, appare persino perniciosa; per non parlare poi di avere una qualche prospettiva di accrescimento personale o di concreta crescita professionale: sono velleità, ormai! Da qui la tendenza, diffusa presso molti imprenditori, a preferire lavoratori privi di vincoli, autonomi, flessibili, tutto-fare, disposti ad assumersi compiti e mansioni diversificati e non necessariamente attinenti al loro inquadramento, sempre pronti a richieste urgenti e all’occorrenza a trasferirsi presso altre sedi aziendali. Va da sé che una siffatta tipologia di lavoratore difficilmente collima con chi ha una famiglia la quale necessita pure dei propri tempi e delle proprie attenzioni. A meno che non si trovi alle spalle una famiglia disposta a tollerare tutto pur di avere un’entrata economica stabile (finché dura, ovviamente), il lavoratore ideale del più immediato futuro è un single che lavora a testa bassa, sempre pronto ad assolvere qualsiasi compito, a riadattarsi a nuove regole e a nuove priorità, perciò docile ai cambiamenti in un ambiente lavorativo dove “fare l’abitudine” è malvisto; sarà una persona senza vincoli, impegni o legami affettivi – né con aspirazione a crearsene – e perciò preferibilmente uomo. In questo scenario, la donna risulta infatti già un elemento più problematico: cicli mestruali che comportano un calo della produttività, maggiore attenzione alla cura dei figli o aspirazioni di maternità che sottraggono tempo e spazio al lavoro. Il lavoratore ideale dovrà essere in ultima analisi uno che non ha prospettive di lungo termine, che disdegna ogni forma di stabilità e che nel momento in cui non serve più esca dall’azienda senza lagne o contenziosi.

domenica5CRESCITA DEI CONSUMI? – Ma continuando ancora sugli obiettivi che si prefiggeva il decreto Salva Italia, negativo appare anche il bilancio sulla presunta crescita di consumi. Nei termini in cui è stato concepito e attuato, questo provvedimento dimostra soltanto di essere partito da premesse sbagliate, da una prospettiva molto limitata del problema della crisi e da una distorta visione del lavoro e della vita dei cittadini. Dimostra soprattutto di avere scarsa considerazione del benessere e della salute dei lavoratori, ricorrendo a emendamenti che tradiscono un approccio superficiale alle loro problematiche. È un decreto che manca di avere una corretta considerazione di quelle che sono le problematiche reali con le quali i cittadini si trovano a dover fare i conti, e che vede in loro soltanto dei consumatori senza peraltro tenere conto delle loro reali disponibilità economiche. Lo dicono le statistiche che i consumi non sono aumentati, ma anzi, come prevedibile, tendono sempre più a diminuire nel perdurare della situazione critica in cui versano milioni di cittadini. La crisi economica ha di fatto modificato le abitudini dei consumatori che oggi sono più accorti negli acquisti, con una particolare attenzione ai prezzi e alla qualità, cercando di evitare spese superflue e sprechi. Questo di per sé è un dato eticamente apprezzabile, ma che di certo non collima con quelle che sono le regole del consumismo. Se è vero che la domenica sempre più cittadini si recano a fare la spesa nei centri commerciali, è pur vero che sono gli stessi che prima lo facevano il sabato o in altri giorni della settimana, e se qualche incremento nelle vendite c’è stato, come sostenuto da qualche azienda, ciò è avvenuto a discapito di altre, sottraendo ad esempio lavoro al piccolo commercio, in quanto il portafoglio è sempre lo stesso, se non più alleggerito; a ciò si aggiunga che in mancanza di un reale aumento di fatturato, i costi di maggior utilizzo degli impianti per le aperture domenicali e festive viene trasferito sui prodotti e quindi a carico degli stessi consumatori.

SHOPPING NO STOP – In tempi in cui si godeva di un relativo benessere, con più lavoro e più potere di acquisto, le attività commerciali italiane osservavano la chiusura per la pausa pranzo, la chiusura infrasettimanale (il lunedì o il mercoledì) e la domenica era festa per tutti. Gli allegri consumatori trovavano comunque il tempo di fare i loro acquisti senza grossi traumi, riuscendo a non farsi mancare nulla di indispensabile per i propri fabbisogni. Oggi, in un paese che vede quotidianamente abbassarsi le saracinesche di attività che non ce la fanno più (oltre 100 mila dal 2008, e altre 80 mila se ne prevedono nei prossimi cinque anni, secondo i dati della Confesercenti), in un paese in cui i dati della disoccupazione crescono in modo allarmante (secondo l’Istat siamo già all’11,7 %, senza contare quelli in Cassa Integrazione), si avverte l’esigenza di tenere aperte off-limits le attività commerciali al fine di offrire ai consumatori la possibilità di poter fare i loro acquisti con più agio, invitandoli quindi a spendere i soldi che non hanno. La domenica, o nel dì di festa si può anche fare a meno di tutti quei servizi di pubblica utilità (scuole, uffici comunali, poste, banche, medici di famiglia, etc.) ma non di fare la spesa! Così si è passati a una media giornaliera dell’orario di apertura al pubblico di 13 ore continuative, con il risultato che il tipico cliente ritardatario che prima giungeva al supermercato alle ore 19:59, un minuto prima della chiusura, è lo stesso che ora vi giunge alle 21:29, con quel minuto di anticipo che lo vede tagliare di corsa il traguardo del negozio. Questo cliente sogna di poter essere liberato dallo scoramento che prova di fronte a una saracinesca abbassata. La possibilità di fare shopping tutti i giorni e in qualsiasi momento della giornata è stato per molto tempo il sogno accarezzato da larga parte della popolazione. Oggi questo sogno è diventato realtà (si giungerà presto alle aperture h24): una grande conquista di democrazia nell’era dell’Homo consumens. Aperture sette giorni su sette e, come se ciò non bastasse, anche le poche feste comandate, che in Italia sono per un totale di 12 giorni nel corso dell’anno, vengono viste come occasioni da non perdere per restare aperti. Ciò ha di fatto eliminato il carattere distintivo della festa: che sia domenica, Natale o Pasqua, poco importa, si tratta di giorni uguali agli altri o, per dirla in altri termini, giorni sacri al commercio. Le politiche economiche messe in atto hanno di fatto minato le fondamenta stesse della società fino a stravolgerne l’intero sistema di valori. La famiglia, la cui tutela è tanto reclamizzata dalle componenti politiche italiane, resta di fatto l’istituzione più mortificata e bistrattata; l’individuo vede progressivamente saltare l’equilibrio che prima esisteva tra la sua sfera lavorativa e quella affettiva-relazionale. Questo avviene in un paese, l’Italia, dalle forti radici cattoliche, in cui perciò dovrebbe essere maggiormente avvertita la sacralità della festa e della domenica come giorno consacrato al Signore. Ma questo, si sa, è un Paese cattolico per tradizione, opportunista per vocazione. Domeniche ordinarie e giorni festivi avevano comunque una loro valenza per tutta la società civile, dunque anche per i non credenti, in quanto occasioni per dedicarsi al riposo, alla famiglia, ai propri interessi, oltre che per godere dei frutti del proprio lavoro. Erano giorni in cui la festa veniva per tutti, offrivano una scansione ideale che prevedeva un tempo per lavorare e un tempo per riposare, per stare con gli altri. Ciò favoriva i rapporti, le relazioni, dava ritmo e percezione a un tempo altrimenti indifferenziato. Questo equilibrio è ora saltato, creando tra l’altro una situazione di disuguaglianza sociale tra fasce professionali che ancora godono del diritto di far festa, spesso con connessi “ponti” e vacanze, e altre a cui invece questo diritto è stato tolto. Parliamo in entrambi i casi di cittadini contribuenti, ma di cui una sostanziale parte viene oggi costretta a lavorare tutti i giorni per garantire il diritto allo shopping a quell’altra parte, senza poter beneficiare dei servizi di pubblica utilità alle stesse condizioni.

Fonte: http://www.torino-servizi.com
Fonte: http://www.torino-servizi.com

HOMO CONSUMENS – La costante e perdurante sollecitazione verso la nascita di nuovi bisogni e nuove urgenze ha forgiato una massa di individui perennemente insoddisfatti di quel che è e di quel che ha. Uno stato di perenne frustrazione e di senso di inadeguatezza che porta all’acquisto compulsivo, a una incessante frenesia che spinge a occupare ogni minima particella di tempo. Peccato che questo avvenga in tempi di magra in cui non si hanno soldi sufficienti da spendere. Poco importa. Perchè l’Homo consumens vive anche solo del contatto con i beni di consumo; ama sentirsene circondato. Non si spiegherebbe altrimenti il fatto che in molti si recano nei centri commerciali anche senza il proposito di dover fare acquisti. Questi vengono ormai percepiti come luogo di svago, dove farsi una passeggiata con amici o familiari. Le nostre città si stanno trasformando in mausolei senza vita. Vie e piazze desolate; teatri, chiese e musei vuoti; parchi e giardini pubblici solo per portare il cane a spasso. La gente non vive più questi luoghi, si è lasciata alle spalle la città, col suo bel centro storico, e insieme a essa ha barattato la propria storia, le proprie tradizioni, i propri riti collettivi per celebrare l’unico rito che le rimane: il consumo, e per recarsi gaudente nei templi a esso innalzati: i centri commerciali. Ogni giorno è uguale agli altri: lavorare-consumare; lavorare di più per consumare sempre di più. Tutto deve allora essere funzionale a questo ciclo inarrestabile: casa – lavoro – supermercato – pattumiera, e il tragitto che copre le distanze deve essere il più breve possibile. Una massa uniforme, perfettamente omologata, lavora, consuma e dorme nei non-luoghi di periferia, con la frenesia del tempo che non basta mai; una massa non più popolo ma sciame di individui dissociati, isterici e tecnologici, tutti stranieri ormai, tutti senza cittadinanza. Accomunati dalla stessa angoscia, la stessa voglia di cercare, di evadere, con l’ingordigia di chi, spot dopo spot, vede crescere i propri bisogni. Nuovi beni di consumo che promettono la felicità, la soluzione a problemi e insoddisfazioni. La perenne spinta a cercare tra le vetrine dei negozi, ad aggirarsi tra scaffali ricolmi di merci e di bisogni sempre nuovi. Non c’è festa che si rispetti senza che sponsorizzi un qualche prodotto. Non più civili o religiose, le feste sono oggi soltanto commerciali. Industrie e Grande Distribuzione sono ormai gli unici interessati a mantener vive le feste, riconducendole tutte nei templi del consumismo. Arlie Russel Hochschild nella seguente espressione sintetizza al meglio l’invasione consumista nelle relazioni affettive: “Il consumismo si ripercuote anche sui risvolti emotivi della vita lavorativa e familiare. Esposti al bombardamento incessante della pubblicità (…) i lavoratori sono persuasi ad avere bisogno di un maggior numero di cose. Per comprare ciò di cui, a questo punto, hanno bisogno, servono dei soldi. E per guadagnarli, lavorano più a lungo. Ma dato che stanno più a lungo fuori di casa, cercano di rimediare alla propria assenza facendo dei regali costosi ai familiari. In altre parole, materializzano il proprio amore. E il ciclo continua.” Lavorare di più per poter spendere di più, se non fosse che è proprio il lavoro oggigiorno a mancare. Non importa. Per coloro i quali stanno alla base della piramide sociale vige un solo imperativo: Consumare sempre e comunque!

CONCLUSIONIDa quanto abbiamo visto fin qui, ce n’è abbastanza per concludere che l’art. 31 del decreto Salva Italia, contenente le disposizioni per la liberalizzazione degli orari e dei giorni di apertura delle attività commerciali, si è rivelato dal punto di vista degli obiettivi che tanto entusiasticamente erano stati propagandati, fallimentare sotto ogni aspetto. Questo decreto rappresenta oltretutto un atto di genuflessione della politica nei confronti del mercato e delle sue leggi. La deregolamentazione ricorda quel “populismo di mercato” di cui parla Thomas Frank a proposito di quanto avvenuto negli Stati Uniti a partire dagli anni Novanta. Secondo le osservazioni del giornalista, il mercato viene visto come l’essenza più fedele della democrazia, in quanto libertà di scelta. Ogni interferenza politica nelle leggi di mercato è vista come un attacco alla democrazia, pertanto, per funzionare meglio, i mercati non devono essere intralciati da regolamentazioni o norme che possano limitarne la libertà d’azione. In quest’ottica tutto va dunque subordinato alle leggi di mercato, alla concorrenza senza esclusione di colpi, al libero arbitrio aziendale. Questo si traduce in un uso indiscriminato delle concessioni che il governo fa, concessioni che saranno sempre più ampie e incontrollabili, ad uso e abuso di chi è più forte. Il rischio è che queste laute concessioni, se non accompagnate da efficaci strumenti di controllo al fine di evitarne gli abusi, finiranno con il decretare la fine della partecipazione politica in un ambito, come quello dei mercati, che manca già di per sé di un solido codice etico unanimemente condiviso che ne disciplini le dinamiche comportamentali, con la conseguenza che sarà sempre più difficile controllare le inevitabili ripercussioni che queste provocheranno sul tessuto sociale.

Giuseppe Maggiore

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