IL MOVIMENTO PERFETTO | Rudolf Nureyev vent’anni dopo

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banner nureyevdi Carlo Camboni

nureyev1A vent’anni dalla scomparsa del celebre danzatore Rudolf Nureyev le sue città e i suoi teatri rendono omaggio al suo genio con mostre e rassegne di costumi, foto, video e scarpette consunte. Grazie alla capacità di esprimersi con un linguaggio artistico che trascendeva il corpo in movimento, egli rivoluzionò il ruolo della figura maschile nel balletto classico.

Tutto nella sua vita caotica e nella sua singolare carriera artistica ha il gusto della leggenda, a cominciare dalla nascita, avvenuta il 17 marzo 1938 nei vagoni di un treno mentre la madre Farida si recava a Vladivostock per raggiungere il marito Chamet, militare di carriera. Da allora la sua folle corsa non si è mai interrotta ma è stata un continuo sovrapporsi e intrecciarsi di arte e vita in cui il racconto artistico è stato arricchito da un’esistenza da romanzo ottocentesco. La sua fu una vita spesa in esilio (o, più precisamente, in fuga dall’esilio) e la danza gli permise, in piena guerra fredda, di fare il grande salto verso la libertà.
Tutto inizia in uno sperduto villaggio russo, poche anime e un inverno lungo e gelido; il colore dominante è il grigio, nessun gioco, nessun amico, la mamma che percorreva ogni giorno venti chilometri sulla neve per barattare le poche cose possedute dalla famiglia ricevendo in cambio qualche patata.

La grande ammirazione per la madre, donna forte e intelligente, diventa devozione quando lo porta per la prima volta a teatro, all’età di 5 anni; le luci, i lampadari di cristallo, i velluti, le dorature: “pensai che tutto ciò che vedevo era magico. Diventerò un ballerino”. Una via di fuga dalla miseria che volle percorrere con tutto se stesso. Iniziò in una classe di danza folkloristica all’età di sei anni e trascurò ben presto la scuola che non trovava particolarmente interessante, tanto che si dimenticava volentieri di fare i compiti preferendo ascoltare musica alla radio e ballare tra le pareti domestiche. Un’infanzia povera e difficile; è introverso e silenzioso, va a scuola con indosso i vestiti della sorella e senza scarpe dopo aver lavorato duramente nei campi la mattina; il padre lo ostacola in ogni modo ma lui comincia a prendere lezioni di danza da un’anziana insegnante, la signora Udelstova che fu ballerina dei gloriosi “Ballets Russes” di Diaghilev. All’età di 101 anni la signora Udelstova ricorderà il suo allievo come “un monello malvestito, selvaggio, con un orecchio perfetto per la musica.” A 17 anni, un Nureyev senza un soldo in tasca si diresse verso Leningrado e il glorioso Balletto Kirov. Venne ammesso e la sua ascesa alla fama fu fulminea.

rudolf_nureyev_ameditNel 1958 la sua performance in “Le Corsaire”, strepitosa, gli permette di vincere il prestigioso Dance Competition a Mosca. Nel 1959 balla per la prima volta “Giselle”, balletto che ne evidenzia le qualità tecniche, ma in quegli anni invidie, insinuazioni, denunce meschine da parte di colleghi, insegnanti e ispettori del partito comunista sono all’ordine del giorno. Fu in una tournée del Kirov a Parigi che si presentò il destino. Una Parigi da sogno in quella primavera del 1961: le visite al Louvre, la prima di Le Serve di Genet all’Odéon, nuovi amici ammaliati da quel suo sorriso da slavo, ballerini che usavano tecniche a lui sconosciute, un occidente da sempre immaginato e finalmente sotto i suoi piedi. Il tartaro volante scoprì la capitale e i suoi locali notturni in compagnia dei danzatori francesi dell’Opéra Ballet; per sfuggire alle rigide regole degli accompagnatori russi fingeva di addormentarsi, spegneva la luce e lasciava l’albergo. Le sue notti brave e la conoscenza di Clara Saint – una “defezionista” cilena – ma soprattutto la sua omosessualità, scatenarono l’ira del KGB che da tempo teneva sotto controllo Nureyev. Fu deciso di rimpatriare l’intrepido ribelle nel sacro suolo russo mentre il resto della compagnia avrebbe proseguito per Londra.

16 giugno 1961, data fatidica e scandalo internazionale: la defezione, che avvenne all’aeroporto parigino di Le Bourget. Come nella più avvincente delle spy stories tutto si svolge in pochi istanti; si stenta a credere che la vita di un uomo e di un artista possa cambiare radicalmente esprimendo le tre semplici parole “voglio essere libero”, formula di rito che Rudolf avrebbe dovuto pronunciare a due poliziotti francesi opportunamente avvisati dalla sua amica cilena di quanto stava per succedere: un Tupolev in pista attendeva il ballerino per condurlo con tutta probabilità in Siberia. Inseguito da agenti russi, Rudolf fece un balzo di due metri per raggiungere i due ispettori francesi (in seguito dirà che fu il salto più lungo della sua carriera…) e gridò la sua volontà, più volte. Fu portato in una stanza con due porte, una l’avrebbe ricondotto nelle mani dei poliziotti russi; l’altra conduceva all’Europa dell’Ovest, con le sue promesse di libertà. Tutta la sua giovane vita gli passò davanti nel volgere di pochi attimi.

nureyev_ameditChe cosa passa nella mente di un uomo in un momento come questo? Quante rinunce e quali sacrifici comporta recitare la formula “I want freedom”? Quanto costa la libertà?

A ventitré anni un uomo deve scegliere se rinunciare alla madre, al suo paese e ai suoi maestri (uno fra tutti Puskin che fu per lui come un padre); decidere se voltare le spalle a quel burbero soldataccio di suo padre che lo picchiava e umiliava… Non ha un soldo in tasca né un lavoro ma ha annusato il profumo della libertà, vuole godere della sua sessualità con la voracità propria della giovinezza, vuole danzare e apprendere nuove tecniche, tutto sembra nuovo, inesplorato. Venticinque minuti per riflettere; per la prima volta ha il diritto di decidere e una montagna di carte da firmare per la richiesta di “permesso di asilo”. Sceglie di aprire la porta che conduce ai poliziotti francesi, il tartaro volante è libero. Il resto della storia è nota. L’incontro con Margot Fonteyn che accanto a lui vive una seconda giovinezza artistica, le venti chiamate alla ribalta ogni sera, l’invenzione del cerimoniale del saluto al pubblico, il Royal Ballet, il jet set, le strade intasate di auto intorno ai teatri in cui si esibiva, le sue coreografie, i suoi amori travolgenti, la fama mondiale e quell’aura di sex symbol virile che per anni avvolgerà il personaggio rendendolo un mito. Stravagante, aggressivo, dispettoso, esigente, crudele: così lo ricordano le ballerine che hanno danzato con lui, cogliendo solo una parte delle mille sfaccettature di un diamante grezzo, un artista alla continua ricerca della perfezione.

Quale eredità ci lascia? Senza dubbio la sua concezione della danza, l’aver risolto brillantemente l’eterno conflitto tra chi concepisce il primato della danza sul teatro piuttosto che del teatro sulla danza; nei ricordi del pubblico saranno indelebili il suo famoso manège (una figura in cui il ballerino gira velocissimamente intorno al palcoscenico per fermarsi infine in una quinta posizione di perfezione assoluta), il suo plié e l’arabesque. Altri ballerini potranno fare di meglio nella danza ma sarà difficile eguagliarlo in dedizione, studio, intelligenza, cultura (era un accanito lettore: da Shakespeare ai poeti russi, da Proust a Salinger), e soprattutto nella capacità di scoprire e valorizzare nuove promesse della danza, una fra tutti il nostro Bolle.

Il declino fisico e la malattia, le amate isole di Li Galli di cui baciò gli scogli poco prima di morire, sono solamente le ultime pagine, tristi e malinconiche, di un romanzo sulla seduzione e la volontà di ritrovare il se stesso perduto e alienato attraverso la costante ricerca del movimento perfetto.

«Si diventa un mito – diceva Nureyev – quando nessuno è in grado di conquistare il cuore del pubblico dopo che tu te ne sei andato».

Carlo Camboni

Testi consigliati:

Rudolf Nureyev, biografia di un ribelle – Autore: Meyer-Stabley Bertrand – Editore: Lindau

Nureyev – Autore: Crippa Valeria – Fassey Ralph – Editore: Rizzoli

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Cover Amedit n. 14 - Marzo 2013. "Nativity" by Iano
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Questo articolo è stato pubblicato sulla versione cartacea di Amedit n. 14 – Marzo 2013

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