65 ANNI DI ALDO BUSI

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banner busidi Marco Cavalli

busi3riduIl 25 febbraio del 1948 nasceva a Montichiari, in provincia di Brescia, Aldo Busi. Un quarantotto che dura da sessantacinque anni e ancora non si è rassegnato a istituzionalizzarsi. Non che non lo desideri: è che o il processo avviene alle sue condizioni, o niente. E la condizione principale affinché Busi entri nella mentalità italiana, è che quest’ultima scateni al suo interno un bel quarantotto, ripulisca se stessa, si faccia busiana. Una pretesa tutto sommato ragionevole per uno scrittore che in mezzo secolo ha dato al suo paese molto più di quanto non abbia preso e infinitamente più di quanto non ha ricevuto.

Agli italiani viene spontaneo ironizzare su un Oscar Giannino, portare alle stelle un Beppe Grillo, salutare con esultanza la nomina di un altro pontefice; ma sembra proprio che manchino gli argomenti per commentare e apprezzare il contributo di civiltà e cultura non solo letteraria apportato da Busi anche semplicemente nell’ultimo decennio.

Non c’è davvero niente di strano o incomprensibile in questa esistenza così scoperta e pubblica, eccetto forse il mistero della sua prodigalità. “Troppa grazia” è un altro modo per dire “che noia” e la maggior parte degli italiani, messa alle strette, ammette di non aver letto che qualche frammento della ricca bibliografia busiana. Se avessimo solamente i due romanzi degli esordi, Seminario sulla gioventù e Vita standard di un venditore provvisorio di collant, la grandezza di Busi oggi non sarebbe in discussione; avendo a disposizione una trentina di titoli ci sentiamo insoddisfatti perché l’ultimo di essi non è un capolavoro come il primo. Tutto questo è ovvio, ma è necessario affermare l’ovvio allo scopo di negarlo.

Busi non ha scritto dei libri: ha prodotto un’opera di letteratura. Questo, che piaccia o no, è e resta il suo massimo titolo di merito. Ma che cos’è un’opera di letteratura? Volendo essere stringati al massimo, un’opera di letteratura è il censimento della lingua viva di un popolo, il catalogo ragionato (è infatti uno scrittore a redigerlo) della storia naturale di una nazione. Diciamo “naturale” perché si tratta non della Storia ufficiale con la esse maiuscola, bensì della storia di cui ogni cittadino italiano nel suo piccolo diventa protagonista tramite l’atto, quasi sempre compiuto sovrappensiero, di usare la propria lingua.

Busi è stato l’ideatore e l’artefice di una lingua italiana finalmente (e non fintamente, come da Dante Alighieri in poi) unitaria. Ideatore, perché nessuno prima di Busi ha osato scommettere sulle risorse di una lingua antiletteraria come l’italiano parlato, oltretutto avendo facoltà di scegliere tra le principali lingue europee (inglese, tedesco, francese, spagnolo) la lingua con cui scrivere i propri romanzi. Artefice, perché l’opera di Busi è una summa della lingua italiana sotto forma di inventario degli stati d’animo, delle esperienze, delle emozioni e delle omissioni che in quella lingua ci sono raccontate.

Prima che Aldo Busi ne fabbricasse una, eravamo orfani di una lingua italiana nazionale. Avevamo una lingua letteraria, ovvero una lingua scritta cruscante, curiale, azzimata e, staccati da essa, una quantità di dialetti a uso quasi esclusivamente topico, vale a dire municipale. Con Busi il dialetto si emancipa dall’ombra del campanile ed entra nella lingua moderna portandovi la storia rimossa dell’Italia: i tribalismi, le lotte tra gruppi di potere e clan familiari, la vergogna della miseria, la paura della malattia e della fame, il mito del benessere, l’abitudine alla sudditanza.

busi5piccolariduGli italiani hanno sempre sofferto di non avere una lingua letteraria che si costituisse anche sulla parlata popolare e ne rappresentasse la forma normalizzata e quasi idealizzata, come è successo nell’Europa occidentale dove le lingue scritte non hanno un carattere così artificiale e concordano nelle linee fondamentali con la lingua dell’uso corrente. I letterati italiani, con rarissime eccezioni, si sono sempre gloriati dei problemi che l’Italiano pone sia a essere scritto sia a trovare dei corrispettivi nel parlato. Forse l’Italiano è troppo fondato sul latino perché i letterati si interrogassero sull’opportunità di scrivere adoperando una lingua aulica e astratta incentrata proprio sul latino. Una lingua così concepita ha però un difetto: la gente la capisce solo a metà e non la usa. È una lingua che conforta l’unità nazionale ma a prezzo di confinarla nel passato, sorda alle esigenze più recenti e quindi più vive. La letteratura che si serve di una lingua simile – gli italiani lo sanno bene – sembra appassita prima ancora di iniziare a fiorire.

Sui libri di Busi è difficile dire qualcosa di originale. Accontentiamoci di sottolineare alcuni fatti già osservati in passato. In primo luogo, l’impronta stupefacente della personalità di Busi in ogni pagina da lui scritta. “Personalità” è uno di quei termini che si insinuano spesso nel vocabolario della critica senza mai essere definiti con precisione. Nel caso di Busi, è una parola di cui si può dare soltanto una definizione negativa. Essa consiste in un’assenza voluta di virtuosismo sia nella forma che nei contenuti. I libri di Busi esprimono tutti, in misura diversa, il senso di un certo splendore terreno, umano, ma senza la retorica consolatoria e autoincensante di cui l’umanità si serve per rappresentare se stessa.

Sul piano della forma, Busi non tenta mai di scrivere qualcosa che superi la verità immediata di ciò che ha da dire. La scrittura è un processo vitale di cui egli si serve non come uno strumento che riveste ed esteriorizza il pensiero, ma come l’operazione tramite la quale un pensiero genera se stesso. Si può paragonare tale operazione all’improvvisazione, supponendo che l’attore che recita improvvisando abbia già raggiunto una disciplina e una tecnica perfette mediante strenui esercizi. Il lavoro di affinamento del linguaggio è compiuto in anticipo sull’azione di scrivere e quasi a insaputa dello scrittore, in modo che al momento opportuno niente sia di intralcio, meno che mai il puntiglio di scrivere “come si deve”. Il “come si deve” della scrittura si decide nell’istante in cui la penna si posa sulla carta.

Personaggi e intrecci dei romanzi di Busi sono il risultato di una sintesi immaginativa. La natura umana è per Busi un vocabolario; egli vi si rivolge per trovare una forma precisa, proprio come consulterebbe un vocabolario per controllare l’ortografia di una parola o la sua etimologia. Ma come il vocabolario non è una composizione letteraria da imitare, così l’umanità degli uomini non è presa a modello da Busi per la sua scrittura. Negli uomini in carne e ossa Busi trova suggestioni, spunti, storie, tematiche; ma l’armonia costruita su quella base è opera della sua immaginazione soltanto.

busi 1riduQuali che siano i principi da lui seguiti scrivendo, Busi bada sempre a raggiungere un risultato la cui forza espressiva sia unica, coerente e istantanea. Non si aspetta che il lettore giudichi il romanzo, una volta finito, in base alla quantità e alla qualità dello sforzo occorso per scriverlo. Non soltanto lo scrittore rimuove le impalcature, ma occorre che la costruzione sia così naturalmente unitaria da non sembrare affatto costruita.

Tuttavia, l’opera di Busi sembra lontana dall’incontrare i lettori che merita; se esistessero, non ci sarebbe motivo, per renderla allettante, di parlare di quest’opera in termini di letteratura. I libri di Busi sono letteratura che va oltre se stessa. Paradosso di uno scrittore che è fondamentalmente un uomo d’azione e che scrive come una casalinga coscienziosa lava i piatti: senza fare del romanticismo sul mestiere, con la sola preoccupazione di essere accurato e di portare a buon fine il lavoro.

Scrivere un’opera di letteratura è stato per Busi un modo di passare all’azione. L’ambizione di cambiare le cose è in Busi una passione, un sentimento di cui talvolta si avverte persino la violenza. Scrivendo, egli ha finito molto presto col lasciarsi alle spalle la cultura del nostro tempo. Ma, a differenza di Dante, Busi non è un politico mancato, un riformatore sociale che diventa dispotico per overdose della sua stessa chiaroveggenza. Guardare avanti ha significato per lui mettere i suoi contemporanei nella condizione di guardare avanti, e se per farlo è stato necessario talvolta guardare indietro (cioè guardare avanti secondo i suoi contemporanei), Busi non si è tirato indietro.

Così, in contrasto con tutte le teorie romantiche sul genio, Busi non ha limitato la propria attività alla scrittura. È stato un altro modo di rivelare il suo umanesimo: evitando di stagnare in posizioni da Umanesimo letterario, scampando al torpore del ragionamento corretto e forbito ma inerte. Come tutti sanno (e per una volta questa espressione non è vuota di significato), Busi ha fatto della televisione. È stato ospite di programmi la cui audience conta milioni di spettatori. Ha condotto trasmissioni di successo come Amici libri. Ha scritto e inciso canzoni. Ha calcato occasionalmente le scene teatrali e i set cinematografici. Smentendo l’abbinata di genio e sregolatezza, ha assolto con serietà gli impegni extraletterari imponendo il proprio linguaggio e stile di pensiero ai professionisti dello spettacolo che credevano di potergli dettare il loro.

Su questo versante dell’attività di Busi si è molto scritto e polemizzato. Non soltanto i critici e i giornalisti, ma una larga fetta di spettatori non gli perdona di aver messo in preventivo la sottovalutazione della sua opera letteraria da parte dell’opinione pubblica. L’aver capito in anticipo che gli italiani fanno assegnamento sulla televisione per misurare il valore anche di una personalità come la sua, ha conferito al personaggio televisivo di Busi quell’imprendibilità che si traduce nel giudizio contraddittorio e un po’ scandalizzato che di solito si dà di lui: “Però, che bravo! Ma perché uno scrittore così colto e un uomo così intelligente si mescola con la gentaglia de L’isola deifamosi?”. Calandosi senza riserve nel suo personaggio e interpretandolo secondo le proprie direttive, quale che fosse il contesto, Busi ha smascherato la volubilità dell’utenza televisiva e l’opportunismo del mezzo. Se in tv l’intelligenza di Busi non può essere che di circostanza, è assurdo farne una colpa a chi come lui ha presentato nei suoi libri tutte le alternative a quella circostanza. Tocca agli spettatori televisivi portarsi al livello di Busi, se ci tengono tanto a giudicarlo.

Nel giorno del sessantacinquesimo compleanno di Busi, congratuliamoci con noi stessi di poter accedere ai suoi libri e facciamo voto di non chiedergliene di nuovi almeno finché non avremo letto e riletto quelli già pubblicati. L’ammirazione indiscriminata e a scatola chiusa lasciamola ai fanatici; indirizzata a Busi è solo un altro gesto liquidatorio. Non basta lodare El especialista de Barcelona per sentirsi certi di averlo recensito. Vent’anni fa un elogio pubblico di Seminario sulla gioventù avrebbe procurato discredito e autorevolezza; oggi questo tipo di riconoscimento è una civetteria alla portata di qualunque lettore virtuale o reale. Le opere di Busi sono accessibili da troppo tempo perché parlare di esse sbrigativamente rimanga un fatto senza conseguenze. Chiunque voglia scandagliare un testo di Busi, indipendentemente dal fatto che ne riconosca il valore letterario, si ritrova scandagliato da quel testo. Questo succede anche perché molte posizioni che l’opinione pubblica italiana si è rassegnata a sostenere in materia di diritti civili, sessualità, scuola, quarto potere, magistratura, sanità, sono ormai da un pezzo citazioni senza virgolette da scritti di Aldo Busi.

Marco Cavalli

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Cover Amedit n. 14 - Marzo 2013. "Nativity" by Iano
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“Nativity” by Iano

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Questo articolo è stato pubblicato sulla versione cartacea di Amedit n. 14 – Marzo 2013

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