MIRANDOLA: RICOSTRUIRE I PROPRI SOGNI DALLE MACERIE

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di Emanuele Silvestri

Terremoto Emilia 2012 - 001C’eravamo fatti un mazzo tanto. Il risultato fu quello di emanciparci dalla frustrazione propria del lavoratore dipendente, con la convinzione che – a lavorare in proprio – non si doveva più render conto a un padrone. Un passo importante che molto spesso si affronta con la complicità di una persona amata: la moglie, la fidanzata, qualche volta l’amante. Come dire: due cuori, un capannone.

E alla fine eccolo lì, il capannone. Come suggerisce l’etimo, si tratta di una grossa capanna. Sotto si agita una comunità tribale fatta da individui che stanno nel capannone con la convinzione che proprio lì, sotto il capannone, si concretizzeranno i loro sogni. Si tratta di sogni modesti come quello di comprarsi un’auto tedesca, o un po’ più grandi come quello di acquisire una certa esperienza e poi, magari, mettersi a propria volta in proprio. Oppure enormi, com’è quello di immaginare la vita come il più avventuroso dei viaggi dove in lontananza, ma non troppo, Terremoto Emilia 2012 - 002s’intravedono una moglie o un marito, un figlio, magari due, e una casetta da acquistare con un prestito bancario offrendo solo un modesto anticipo. Come dire: due cuori, una caparra.

Sembrerà anche riduttivo, ma questo è tutto ciò che normalmente vive e sopravvive sotto un capannone. Struttura concettualmente precaria così come i sogni che stagionalmente vi si coltivano, quei quattro pilasti, con un tetto poggiato lì alla bell’e meglio, ci davano l’illusione di credere che tale evidente precariato costituisse in ogni caso il presupposto essenziale per assicurarci un futuro a tempo indeterminato. Le attenuanti generiche ci raccontano oggi che tanta velleità portava comunque in sé un anelito di grandezza. Era l’amore per il capannone. Perché i capannoni nascono per amore, ovvero sulla spinta di quel sentimento che, tra le altre cose, condiziona le nostre azioni di comuni mortali magari fino a farci credere di poter eventualmente conquistarci, con licenza edilizia parlando, una sacrosanta fetta d’immortalità.

Terremoto Emilia 2012 - 003E in effetti, una volta tirato su, il capannone ci fa sentire un po’ immortali. Basta guardarlo: fatto così, di cemento armato, sembrerebbe proprio doverci sopravvivere. Pare assai solido, così saldamente fissato al suolo su fondamenta che addirittura oltrepassano il suolo per andarsi a poggiare sul “buono”. Basta guardarlo, il capannone, per coglierne la promessa di tramandare ai posteri la memoria delle nostre gesta.

Poi, in una tranquilla fine di maggio, forse la Terra decide che è giunto il momento di sparecchiare le nostre effimere ambizioni. Prende il suolo dal lembo del buono e lo scuote come se fosse una tovaglia. E quando la Terra s’impunta di fare una cosa, è inutile: non c’è niente che si possa fare per farle cambiare idea.

Seguono nell’ordine: rumore di vetri che soffrono prima di frantumarsi, cassetti che rivelano Terremoto Emilia 2012 - 004disordinatamente tutti i sogni stipati negli anni dei sogni, cemento e ferro che piovono dal cielo come se piovesse. E la terra che non ne vuole più sapere di stare ferma per terra. Quando si dirada la polvere, il capannone non c’è più. La tubazione del gas si è spezzata e libera nell’aria vibratile una bolletta astronomica. Una mano tempestiva abbassa il generale della corrente elettrica, prima che la presuntuosa chimica stigmatizzi in un boato le prepotenti affermazioni testé declinate da una fisica inaspettatamente volgare.

Si fa la conta, meravigliandoci noi di esserci ancora tutti. Sopraggiunge la moglie (o la fidanzata, o l’amante) paventando il proprio spavento. Con un bagaglio di banalità, e a debita distanza di sicurezza, ci si ritrova tutti sulla pubblica via. Come dire: due cuori, un capannello. Intanto la Terra crudele matrigna continua imperterrita nella sua opera di pulizia. L’orizzonte è ormai spianato. Si vede chiaramente tutto ciò che succede due strade più in là. Prima, nel Villaggio Industriale, non era mai capitato. Tutti a farsi i fatti propri, la testa china sul proprio gran daffare, progettare, contrattare, organizzare, fatturare, guadagnare. E lavorare, lavorare, lavorare. Tutti a credersi più bravi, intelligenti, avveduti, accorti, scafati, furbi di quelli del capannone di fronte.

Altri tempi, evidentemente.

Terremoto Emilia 2012 - 005Adesso, qui come due strade più in là, gli aggettivi qualificativi annaspano sotto le macerie trascinando nella loro agonia le procedure di qualità certificate ISO 9002. Adesso, qui come là, il fine ha perso il controllo del mezzo uscendo rovinosamente di strada. Niente sarà più come prima, si dice. Ma nella concitazione del momento la coscienza deve aver perso conoscenza, e quel ch’è stato prima nessuno lo ricorda più.

È stata un’estate estatica, quella del 2012. Spesa perlopiù nell’inconcludente andirivieni della mente tra l’improvvida contemplazione delle macerie e una fatale urgenza di pulizia. Fatto sta che adesso sono passati più di sei mesi, e la terra – forse – ha smesso di tremare.

Le ferite, ancora ben visibili nei centri storici con le abitazioni disabitate, le torri a terra, le chiese chiuse su sé stesse dalla furia di un dio malevolo (…dev’essere lo stesso che costruisce i campanili, quasi tutti ancora in piedi), nel Villaggio Industriale queste ferite sembrano miracolosamente scomparse. Passato il primo sgomento, infatti, esse hanno ceduto rapidamente la scena ad una teoria di gru. E a una pratica di ruspe, escavatori, betoniere e mezzi da cantiere vari ed assortiti che ogni giorno riconsegnano un pezzo d’immortalità alla tribù dei capannoni.

Terremoto Emilia 2012 - 006D’altra parte, quel ch’è stato è stato. Inutile piangersi addosso, inutile piangere sul latte versato. Né sul sangue versato. La nostra benevolenza è stata provvisoriamente messa in sicurezza. Il capannone è stato adeguato all’antisismica in misura del sessanta per cento così come dice la legge (che poi è un po’ come dire di essere incinta al sessanta per cento). Il cervello è ancora parzialmente inagibile ma la “zona rossa” si riduce ogni giorno di più, e i neuroni sfollati tornano pazientemente al loro posto.

Così oggi, per non saper dove altro andare, si torna nel capannone. E pensare che c’è stato pure un momento in cui abbiamo creduto che non valesse la pena. Che abbiamo temuto – talvolta sinceramente sperato – di essere il trailer della profezia dei Maya. Che abbiamo teorizzato una vita diversa in un posto dove la terra non trema. Che abbiamo immaginato capannoni in titanio che rimangono in piedi mentre tutto il mondo crolla. Che abbiamo immaginato un mondo migliore senza più capannoni.

Poi è sopraggiunto Natale e, improvvisamente, il terremoto è diventato solo un brutto ricordo. La confortante tradizione ha preso il sopravvento sulla sconvolgente novità e il mondo è tornato ad essere un posto abitabile. O perlomeno agibile. Quel tanto che basta per rimuovere le transenne, riattrezzare le officine, rinnovare gli uffici, riallacciare le reti, ripristinare le insegne, riprendere la produzione.

Quel tanto che bastò per incatenarci nuovamente al nostro destino.

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