I MOSTRI HANNO SEMPRE RAGIONE. El especialista de Barcelona, il nuovo romanzo di Aldo Busi

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di Marco Cavalli

SONY DSCUn’opera di letteratura si fa in fretta a riconoscerla: è quella che, una volta letta, mette addosso una voglia irresistibile di parlarne. Se davvero è un’opera di letteratura, il linguaggio che suscita nel lettore sarà il suo e soltanto il suo – ovvero, di solito, un linguaggio di statura inferiore, di gran lunga inadeguato allo scopo. Un ingolfamento di linguaggio: un balbettio, un vuoto di parole. Insomma, un linguaggio immancabilmente velleitario. Talvolta il lettore prova a rimediare facendo la mimesi della prosa dello scrittore, ricalcandone lo stile. Ricalca perché incapace di disegnare con parole sue – unico dato significativo che si può ricavare da simili operazioni scimmiesche. L’opera di letteratura, infatti, ha una caratteristica ulteriore che la rende riconoscibile: si astiene dal parlare di sé direttamente, in prima persona. L’oggetto dei suoi discorsi, anche quando è la letteratura stessa, cioè la forma in cui quei discorsi sono tenuti, è sempre l’altro da sé.

Questa è anche una delle morali acquattate tra le pagine del nuovo romanzo di Aldo Busi, El especialista de Barcelona: un uomo autenticamente umano mette la sua umanità non nella tela che dipinge ma nella mano che regge il pennello. L’umanità non può entrare senza falsificarsi in una narrazione in cui sarebbe protagonista l’umanità di chi narra; e tuttavia, se stiamo a un’altra delle numerose tangenti di discorso che solcano El especialista de Barcelona, solo un uomo autenticamente umano è capace di narrazione. Dove non c’è umanità, non c’è racconto.

El especialista de Barcelona pone ai lettori un problema su cui si arrovella anche il protagonista e narratore del romanzo. Costui è uno scrittore di una certa età che ha scelto da un pezzo di non scrivere più. Seduto su una sedia isolata all’ingresso della Rambla, elenca le ragioni della sua astensione a una foglia in bilico su un platano. Ragioni tutte più o meno riconducibili alla figura di un docente universitario di Barcellona, uno specialista “in madrigali angolani del secolo XVI” che lo scrittore ha frequentato negli ultimi venticinque anni.

La storia di questo non-rapporto è in se stessa dimenticabile, perché niente nell’especialista lo distingue dalla media dei complessati e velleitari e furbastri ipocriti a loro insaputa con cui lo scrittore si è intrattenuto in passato e deve continuare a intrattenersi al presente in mancanza di alternative.

“Era così teatralmente, folcloristicamente, odiosamente infrequentabile e in buona fede malintenzionata il mio especialista de Barcelona che la solidarietà che mi suscitava, scaturita dal ribrezzo più profondo e quasi anodino, era più forte di me, e il mio giudizio negativo, anzi, repulsivo su di lui era così instabile che mi bastava vederlo arrivare nel suo giubbettino di pelle nera troppo stretto per quel torace dalle grosse tettine più la pancetta che gli cominciava dallo sterno, i jeans di due taglie in meno e quegli stivaletti a punta con fibbia, e tacchi consistenti tanto da dargli un’inclinazione sempre un po’ prospiciente, e quel tocco di giallo sfacciato girocollo per sciogliere ogni mia riserva e psichico vapore nauseabondo al minimo contatto.” (p. 98)

especialista_busiLa solidarietà che spinge lo scrittore oltre il ribrezzo ideologico ispiratogli dall’especialista, è soprattutto una reazione alla legittimità di quel ribrezzo. È come se lo scrittore sentisse che allontanarsi da un soggetto tanto umanamente sgradevole non rappresenta la soluzione del problema, ma ne faccia parte.

La sgradevolezza dell’especialista è particolare perché il personaggio in questione non ha più niente di particolare, cioè non ha spessore politico. È il campione a caso di una umanità fatta a stampino in cui “gli altri sono gli uni, vai con uno e ti ritrovi l’altro”, storica ormai solo per modo di dire e intercambiabile: il trionfo del due al posto di uno come espressione del niente del tutto. I dualismi sessuali, istituzionali e ideologici non identificano più altrettante realtà, sono solo doppioni di una medesima disperazione. Tra i papaboys e gli indignados non c’è che una differenza di slogan e di abbigliamento: il conformismo è lo stesso. Persino i luoghi geografici si equivalgono, fanno paese. Siamo a Barcellona, in Spagna, ma potremmo trovarci in Italia, a Montichiari, tanto identici e antiquati sono i provincialismi e le diatribe municipali in cui si spacca la penisola (qui castigliano vs. catalano, lì italiano vs. dialetto, ed è divertente seguire lo scrittore mentre cerca nella sua tastiera mentale gli accenti corretti per parole di per se stesse intelligibili anche senza inflessione).

La scena surreale su cui si apre il romanzo – lo scrittore seduto da solo a colloquio con una foglia di platano – indica una sopravvenuta (nello scrittore) stanchezza-stitichezza, è la prova di una volontà di non tirare fuori più niente da sé se non tra sé e sé, poiché “c’erano una volta gli altri e poi improvvisamente scomparvero dalla faccia della terra e io non fui pertanto più un altro per nessuno.” (p. 56)

In più d’una occasione lo scrittore ripete alla foglia di aver già scritto quanto le va dicendo. La “scomparsa dell’altro” ha origini remote e documentabili, benché ignorate, e investe retroattivamente l’umanità che ha fatto da incubatrice all’odierno sistema “delle bestie feroci contro le bestie inermi in attesa di inferocirsi”. Rimosso, accantonato, dimenticato dai suoi simili, lo scrittore ha alle spalle libri non meno coraggiosi ed esatti di quello che stiamo leggendo. Egli è determinato a non scriverlo appunto perché lo ha già fatto, e vanamente; perché agli occhi del prossimo è come se lui non avesse scritto e fatto niente, a parte passare in televisione di quando in quando: “… su una sedia sono stato folgorato da una ricompensa ancora più impensabile e impensabilmente vitale per me, la più esaltante e inedita di tutte: scrivere nella testa, scrivere per me un bel romanzo che potessi leggere solo io, intanto che, seduto e dimenticato da qualche parte, si sarebbe fatta sera da sé. Scrivere un gran bel romanzo solo per me e che, come me, sarebbe rimasto cancellato. Sconosciuto davvero, sconosciuto del tutto, sconosciuto per sempre, non sfogliato, non sfiorato, non irretito, non leggiucchiato …” (pp. 336-337)

L’informazione che l’intelligenza dello scrittore non può ormai tacere, che non è più libera di nascondere a se stessa, è di esserci, e soprattutto di esserci stata. Il che rende la disumanizzazione globale in corso un processo di disfacimento accolto e perseguito dagli uomini e dalle donne che ne sono compartecipi, non una fatalità storica conseguente a una mancanza di alternative.

Non spetta più allo scrittore riconoscere l’altro negli altri allorché l’unico sconosciuto ancora da riconoscere è rimasto lui. La sua intelligenza, compiuto ormai il periplo anche di se stessa, è impossibilitata a guardare oltre. Se guardasse oltre, vedrebbe un altrove ideale, fantasticato, e farebbe harakiri; il passo successivo, l’unico possibile, è la reversibilità dello sguardo: essere visti per poter continuare a vedere di nuovo. Ci vorrebbe un altro, qualcuno che si accorgesse dell’umanità dello scrittore e acconsentisse finalmente a parlarne, individuando così, col semplice atto di riconoscerla nel prossimo, anche la sua propria umanità.

In breve, El especialista de Barcelona si situa non solo rispetto a una cronologia ma anche rispetto a una bibliografia. O meglio, la cronologia del romanzo include, senza mai averne tenuto conto, l’opera letteraria dello scrittore. Costui è obbligato, per così dire, a tenerne conto al posto di chi dovrebbe farlo, e prende questa risoluzione paradossale nonostante tutti gli inconvenienti e i pericoli che comporta. Tra i quali, non ultimo, il rischio di contrarre quel complesso del padreterno o “sindrome dello psiconano” che accomuna i personaggi apparentemente più diversi e sconcertanti del romanzo.

aldo_busi_ameditUn’umanità identificabile esclusivamente in un suo rappresentante, e da lui soltanto, sarebbe infatti l’ennesima umanità taroccata alla radice, una contraddizione in termini che in quanto a capacità di autoinganno non avrebbe niente da invidiare all’umanità genericamente fraudolenta degli umani di sempre. Conoscendo in anticipo il rischio, lo scrittore decide di prenderlo per le corna, di giocare d’anticipo, conscio che “bisogna decidersi a precedere i tempi: l’unico modo per un’azienda europea di far fronte alla concorrenza asiatica è produrre e commercializzare da sé i propri falsi.” (p. 142) Attorniato da persone inadeguate sia a parlare con sincerità sia a riconoscerla, lo scrittore si rassegna a produrre anche lui un falso; nel suo caso, un romanzo “mentale” che si cancella intanto che va scrivendosi; per giunta, un romanzo su un’umanità immemore e degna solo di oblio in cui la memoria è usata non per ricordare i fatti bensì per dimenticarli; un romanzo dove fare piazza pulita di personaggi uguali tra loro e desolanti significa distinguerli l’uno dall’altro e guardarne la desolazione con occhi non sconsolati.

Lo scrittore inserirà nel romanzo proprio l’uomo in cui corre il rischio di trasformarsi a forza di pensare alla propria come all’unica umanità rimasta, cioè l’uomo che si ritiene superiore agli altri. Accanto a lui, metterà l’uomo che gli è complementare, il suddito che si prosterna ai piedi dell’uomo superiore da lui stesso innalzato e idolatrato, giacché “non è bello togliere al popolo bue l’altarino del vittimismo che innalza l’idolo da odiare e da temere per farne il capro espiatorio in prospettiva e intanto da adorare sgravandosi di ogni responsabilità personale e individuale, eh.” (pp. 357-358)

Sembra impossibile che, da dentro un sentimento così pronunciato della propria eccezionalità o esuberanza d’umanità, lo scrittore riesca a produrre un antiromanzo che è un vero romanzo il cui io narrante risulta non il custode di una propria inalienabile umanità, quanto il depositario ad interim dell’umanità che manca agli altri. Eppure è questa l’impressione che si ricava leggendo El especialista de Barcelona.

Il personaggio dello scrittore è dotato di molte virtù, ma ognuna di esse non è, a ben guardare, che un riflesso della medesima pietas in contesti diversi. Ognuna di queste virtù implica i vizi degli altri anziché cancellarli, e perciò si espone al pericolo di essere fraintesa, scambiata per una perversione.

Dunque non c’è niente di insolito nel fatto che lo scrittore accetti l’invito dell’especialista a fare da testimone al suo matrimonio gay. Né che, ospite del miniappartamento del promesso sposo, si accorga fin dal primo giorno che questi non intende accontentarsi di un elettrodomestico quale regalo di nozze, ma pretende dallo scrittore che si trasformi lui in un elettrodomestico, di quelli multiuso e a garanzia illimitata.

Andare ospite dell’especialista, di fatto per fargli da inserviente factotum, è in effetti un autentico invito a nozze per uno che preferisce continuare a farsi sequestrare da esseri umani indegni di questo appellativo piuttosto che sequestrarsi da sé ed esiliarsi da un’umanità sentita ormai come indegna di memoria e di menzione.

Durante sette giorni, lo scrittore sonda il divario antropologico e quasi metafisico che lo divide dall’especialista dentro il suo stesso habitat. Un abisso su cui, pur di colmarlo, lo scrittore rovescia a piene mani lealtà, urbanità, fair play, senso della pulizia e del decoro, e denaro di tasca propria. L’astio, l’incuria, l’ostilità che il professorino di Barcellona gli manifesta, intercalati da un’espansività melliflua e allusiva, sembrano invocare l’applicazione della legge del taglione, e ottengono invece un’intensificarsi di generosità. “Che si dicesse che lo facevo per mettermi in mostra o perché ero un invertito in tutto, non mi riguardava. Esperienza più inebriante non l’aveva fatta ancora nessuno, mi sembrava, e ero andato perfezionandone la metodologia estrapolandola da ogni singolo caso e riaggiornandone la sintesi sociofilosofica. Con questo, non credevo di fare del bene a nessuno, né concreto né liquido, culturale, quindi non mi davo arie, era più facile che me ne lamentassi che non me ne gloriassi, mi seccava di privarmi delle cose di cui mi privavo, ma sentivo che dovevo farlo se erano doppioni di cose, e che una doveva bastarmi, (…).” (p.217)

Aldo-Busi2La pietas dello scrittore non si spiega in termini di affetto o di bontà. “La sintesi per resistere al dolore di fare del bene per niente, del bene in sé, non aveva alcun fondamento nella semplice bontà (…), occorreva mettere all’opera un sistema di resistenza a ogni possibile e prevista frustrazione. Tanto per cominciare, (…) creare una spietatezza al contrario, la lotta senza quartiere al cinismo dei semplici che schifano il fare del bene perché ‘nessuna buona azione resterà impunita’, dovevo armarmi del cinismo più inattaccabile: l’anticinismo.” (p.219)

Senza l’affetto, la pietas sarebbe vuota; ma l’affetto non basta. C’è una pietas che esclude le complicità equivoche dell’affetto e che consiste nell’essere devoti all’umanità in quanto progenitrice anche dei sentimenti elaborati contro di essa. Questa è pietas, perché comporta l’accettazione di un vincolo che non si è scelto. L’affetto muta, quando è sentito come un dovere d’affetto. Senza tale vincolo, la devozione non sarebbe più un dovere ma uno slancio episodico, accidentale, oppure si ridurrebbe a opportunismo, alla gratitudine per la considerazione, i favori, le cure ricevute. Mai l’affetto dello scrittore si mostra tanto chiaramente come quando l’especialista e la sua orda di parenti gliene fanno di tutte.

La famiglia fin troppo allargata dell’especialista è un campionario di sogni della ragione alla Goya. Sono mostri antropomorfi che non si guardano mai allo specchio, non dubitano mai, non sbagliano mai. Simpatici e caciaroni, incapaci di servire e di dominare, di amare e di accettare amore, sono troppo abituati alla doppia vita per farvi caso, troppo inetti e lontani dalle cause delle loro azioni per essere innocenti o colpevoli. Quanto più beatamente e con superbia vivono i loro sogni da svegli, tanto più deboli si rivelano nella vita; così deboli che è impossibile rendersene conto in mancanza di una debolezza che faccia contrasto, come quella della scrittore.

La famiglia descritta ne El especialista de Barcelona è tradizionale per definizione, specie quando si vuole trasgressiva per moda. Le rivoluzioni e mutazioni che ne sconvolgono l’assetto sono tutte di parata. Sono ringiovanimenti, ritocchi di chirurgia plastica. L’ordine dei fattori, anche se invertito, non cambia il prodotto (“Fare una cosa e chiamarla il contrario, ascriverlo all’altro quello che vuoi fare tu o che addirittura stai facendo tu. È l’inversione, l’invertitismo, l’inverso, chiamalo come vuoi, che fa rigare dritto il mondo”, p. 270). Invano le trame dei rapporti si complicano e si scompaginano: lo schema sottinteso è fisso ed elementare quanto i canovacci della commedia dell’arte a cui sembra ispirarsi.

Questa famiglia – come il suo nucleo molecolare, la coppia – è programmata per restare nel tempo arrestando il tempo. Resta in vita cibandosi dei suoi resti, come un insetto dei propri escrementi. Niente nasce, tutto si riproduce soltanto. L’unica sessualità ammessa come tale e praticata è incestuosa. Maternità e paternità sono condizioni per poter fare sesso, non conseguenze del sesso fatto. Non è necessario che i legami siano di sangue, basta credere e dare a intendere che lo siano.

È un sistema chiuso dove non c’è spazio che per il “noi” tribale, percorso da pedofili e gerontofili che non saranno mai vecchi e che non sono mai stati bambini. Dominati dalla biologia, credono di rovesciare i ruoli invertendo i sessi, di fatto lasciando immutate gerarchie e relazioni di potere, poiché maschio e femmina sono parti sociali soggette al vento mutevole della storia e delle sue decifrazioni. (Una donna che spera di rovesciare la sua condizione sottomessa diventando un maschio, da maschio crederà di comandare ordinando a un sottoposto di sottometterlo. Da donna il suo modo di volere la sottomissione era subirla, da maschio non può subire la sottomissione se non pretendendola.)

Giunto al sesto giorno di servitù volontaria in quella gabbia di animali pazzi, lo scrittore si rende conto che rischia o di finire sbranato o di sbranare a propria volta. Trattare con umanità dei mostri è pericoloso almeno quanto non riconoscergliene una. L’unica profilassi è strapparsi di dosso gli artigli finché non si è ancora il mostro cui l’especialista e quelli come lui aspirano a trasformare lo scrittore per potergli dire che il mostro è lui.

Il protagonismo dei tempi moderni, secondo Busi, non dà scampo: o lo contrai da te isolandoti dagli appestati, o te l’attaccano loro per contagio (“Dalle epidemie di un tempo qualcuno poteva salvarsi, da quelle di oggi non si salva nessuno”, p. 133). Dopo aver fatto di tutto per evitare di divinizzare la propria comprensione dell’umano, lo scrittore deve sottrarsi alla tentazione di finire schiavo, per comprensione fattasi routine, di un nano che si crede un dio e che alimenta il suo miraggio di innalzamento personale grazie al gioco al ribasso cui sottomette l’intelligenza altrui.

Nel lasciare l’appartamento dell’especialista, lo scrittore non immagina che di lì a pochi minuti farà trasloco nell’appartamento della vicina di casa, soprannominata Fata della Candeggina. Casa che sta a quella dell’especialista come una reggia sta a un tugurio, con arredi tanto preziosi quanto opprimenti e che non sono neanche arredi da salotto, ma da museo, ai quali un lusso magnatizio internazionale fornisce l’adeguato sfondo di tappeti, serre, cristalleria. Per lo scrittore, penetrare nell’antro fatato di questa Alcina è come vedersi venire incontro la maschera dell’intelligenza trasfigurata dall’operazione di lifting cui si è prestata per la stupidità di voler rimanere uguale a se stessa, per non aver più voluto guardarsi con occhi non suoi.

La Fata della Candeggina è una apparizione gotica, sul ciglio dell’inverosimile romanzesco. Essa è la personificazione dell’ipercoscienza, dell’intelligenza che si crede assoluta. È evidentemente un fake, un doppio apocrifo dello scrittore: la dimostrazione per via di letteratura che, se lasciata a ruotare intorno al proprio perno, la lucidità più illuminata, che da sola tutto riflette, raggiunge le stesse vertigini di ottundimento della famiglia di massa al massimo del suo oscurantismo.

I discorsi della Fata sono tutti dimostrativi ed esibizionistici. Con la verbosità del predicatore, fornisce delucidazioni non richieste, racconta quant’è tollerante e previdente e generosa, e nel farlo si compiace di minimizzare l’illegalità e la brutalità dei mezzi cui ricorre. La presenza dello scrittore le serve per mimare una parvenza di collegialità e complicità, come si vede dal modo civettuolo in cui la Fata parla della condizione dell’especialista: per antifrasi, cioè affettando di invidiarla.

L’esclusione dal conformismo dell’especialista permette di scoprirne gli aspetti sordidi ma costringe la Fata a tradire il suo proprio bisogno di conformità, un conformismo elitario, che si crede speciale, diverso dal conformismo in braghe di tela. In realtà, il bonapartismo, la sguaiataggine sulle proprie debolezze, la spregiudicatezza fasulla perché sempre annunciata e mai posta in atto, l’oscillazione pendolare tra l’autodenigrazione e la megalomania, sono altrettanti pendant del complesso di inferiorità dell’especialista; sono il sigillo che un familismo elettivo appone alla familiarità del sangue, confermandola.

Che sia la Corte di una Regina o lo sgabuzzino del Nano, la famiglia non cala da un certo diapason e avvisa di continuo che le sue stanze non sono semplici stanze e che non sono fatte per abitarci ma per essere guardate con ammirazione, o con disgusto. Accanto a questo diapason, lo scrittore registra una nota di sdilinquimento infantile, il vezzeggiativo abbinato allo stentoreo, segno di una trascuratezza fondamentale che nasce da un disamore inconfessato verso la vita, che sia in ricchezza o in povertà. Perché neanche la Fata della Candeggina è poi così temibile se ci si rende conto che la paura che incute è per tre quarti il bisogno di provarla che hanno le sue vittime. E che, forse, nessun sicario ha mai ricevuto ordine dalla Fata di eliminare uno scrittore che sa e ha capito troppo. C’è meno protagonismo, e più coraggio terra terra, nel riconoscere di essere “un morto civile, uno fatto fuori senza spargimento di sangue esterno, senza colpo ferire (…).” (p. 10) La sincera miseria di quel che si è, è sempre più interessante delle sue proiezioni.

Chiunque, letto El especialista de Barcelona, voglia tradurre in parole sincere la sincerità delle sue impressioni di lettura, si ritrova a fare i conti con la miseria e l’insincerità delle parole sulle quali è abituato a puntellarsi. Insincerità che incomincia dal fatto di aver ricevuto in dote quelle parole senza fargli la tara o verificarne la provenienza.

Il risultato è che si riescono a dire le proprie impressioni solo a patto di defraudarle della sincerità, che significa della loro forza espressiva a venire, coincidente con la loro debolezza momentanea. Il che può avvenire usando un linguaggio non all’altezza, un linguaggio che intorbida anziché chiarificare, o (come nel caso della mimesi del linguaggio dell’opera) cercando di usare un linguaggio non essendone all’altezza. In quanti, recensendo il nuovo romanzo di Busi, si sforzano di allungare le gambe alla loro sintassi pur di mettersi alla pari con una prosa che calza stivali delle sette leghe! E quanti, nel tentativo di dare un’idea delle distanze colmate da quella prosa, l’hanno nanificata riducendola a una caricatura di se stessa.

Insomma, se ci si vuole attenere alla sincerità delle proprie impressioni di lettura, bisogna essere disposti a considerare El especialista de Barcelona come uno specchio in cui si riflettono, invece che un equilibrio di pensiero e una disciplina di scrittura (tutte facoltà dell’autore), il profilo basso e la sicumera del lettore standard.

Non si può parlare criticamente di questo romanzo se non si accetta un dato di fatto tanto imbarazzante quanto sicuro: vale a dire che è molto più attrezzato il romanzo a fare la critica dei lettori, che non i lettori a fare quella del romanzo.

logo-amedit-gravatar-okMarco Cavalli

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Questo articolo è stato pubblicato sulla versione cartacea di Amedit n. 13 – Dicembre 2012

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