FACEBLUFF. Fenomenologia dei social network

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bannerfacebluffI sogni delle macchine danno una vertigine tutta particolare.

William Ford Gibson, Giù nel ciberspazio, 1986

di Massimiliano Sardina

facebook_amedit1Nel corso dell’ultimo ventennio le dinamiche delle relazioni umane hanno subìto, nel bene e nel male, profonde modificazioni. Colpa (o merito, come si preferisce) di una tecnologia applicata viepiù invasiva e connotante che si è insinuata in tutti gli strati del tessuto sociale. All’origine di tutto il Computer, brevettato nella sua forma primigenia e rudimentale nel 1944 come semplice calcolatore automatico e trasformatosi man mano negli anni, al di là di ogni aspettativa, in una sorta di entità medianica, in una vera e propria protesi relazionale.

L’intelligenza artificiale, teorizzata già negli anni Trenta dal geniale matematico inglese Alan Turing, debuttò sul finire della seconda guerra mondiale con la messa a punto del celebre Harvard Mark, il primate dei proto computer, un bestione di oltre quindici metri di lunghezza e cinque tonnellate di peso, realizzato da una équipe di ingegneri dell’IBM; questo primate era in grado di eseguire tre addizioni (o sottrazioni) al secondo, una moltiplicazione in sei secondi e ben quattro divisioni in un minuto (prestazioni che, per l’epoca, quasi coincidevano con la fantascienza). Dagli anni Cinquanta in poi le macchine calcolatrici hanno lavorato da una parte per ridurre l’elefantiaco ingombro fisico e dall’altra per eseguire operazioni complesse in tempi sempre più veloci (tra la macrotecnologia e le prime applicazioni della nanotecnologia scorre un cinquantennio scarso). Dal dominio dei numeri a quello delle “lettere” il passo però è stato tutt’altro che breve, e per lo scarto decisivo si è rivelato fondamentale il passaggio cruciale dall’analogico al digitale. “Digitale”: la valenza semantica del termine lascia stupefatti perché se da un lato la sua etimologia lo riconduce al tattile (e quindi all’esperienza fisica e concreta) dall’altro rimanda alla pura smaterializzazione, all’emissione aerea di dati, informazioni, suoni, concetti, dialoghi, immagini e quant’altro sia suscettibile di invii. Ben al di là di ogni fantasiosa lungimiranza il calcolatore automatico si è così evoluto in PC, Computer Personale, utile non solo allo scienziato o allo stratega guerrafondaio ma anche a quel Mario Rossi che fino all’altro ieri si frugava nelle tasche alla ricerca di un gettone telefonico, imbucava una banale cartolina da Venezia o, più semplicemente, bussava con le nocche alla porta di un suo conoscente. Certe trasformazioni sono avvenute talmente in punta di piedi che i più a malapena ne trattengono le sfumature (basti pensare all’introduzione della telefonia cellulare a partire dai primi anni Novanta). Da una macchina per pochi, dicevamo, a una macchina per tutti. Tra la fine degli anni Settanta e i primi anni Ottanta i computer conquistarono timidamente le nuove generazioni attraverso il gioco (chi non ricorda i vecchi Commodore Vic20 e 64) e tentarono di comunicare con il linguaggio Basic (il cui insegnamento venne maldestramente introdotto nelle scuole medie); il passaggio successivo riguardò la scrittura e la possibilità di registrare e archiviare dati e tabulati su supporti specifici (floppy, cd e in seguito chiavette usb), una miglioria che decretò il tramonto delle tradizionali macchine da scrivere. In queste funzioni di indubbia utilità quotidiana il computer nella percezione generale abbandona definitivamente ogni ascendenza astratta (o solo ludica) e comincia a profilarsi come qualcosa non solo di utile ma di indispensabile. Oggi, alla vigilia del 2013, una gestione del sistema sociale senza i computer sarebbe impensabile. Eppure, dal primo calcolatore mastodonte non sono trascorsi nemmeno settant’anni, e su cosa ci riserverà l’immediato futuro si sprecano le previsioni più fantascientifiche. Da “elettrodomestico indispensabile” il computer, specie in quest’ultimo decennio, ha allargato oltremisura la sua invasività stendendo una vera e propria rete globale, una ragnatela di fili invisibili che ha finito per invischiare nel profondo, e con modalità assai complesse, anche le stesse relazioni umane. Sempre più, infatti, sentiamo parlare di “ciberspazio” (o cyberspace), una dimensione di interazione parallela che a forza di sovrapporsi a quella reale sta gradualmente assumendo un’aderenza se non altro preoccupante.

alan_turing_ameditI social network, nuove agorà dell’incontro e della comunicazione, rappresentano a tutt’oggi il cuore più vivo e pulsante del ciberspazio, con tutti i pro e i contro annessi e connessi. Dai numeri alle lettere, dalle lettere alle parole e dalle parole ai “fatti”. La trasformazione del computer da calcolatore a medium della comunicazione ha generato un nuovo strumento relazionale e la possibilità per gli internauti (i navigatori, i connessi) di dotarsi di una protesi dell’identità (virtuale, quindi più o meno affine a quella reale, se non completamente antitetica). Tutte le nuove dinamiche relazionali figlie dei social network (e dei sistemi di comunicazione digitale) sono indagate, non senza difficoltà, da una nuova disciplina di analisi psico-sociologica: la ciberpsicologia. Questa nuova branca della psicologia si avvale di osservazioni quanto più comparate per monitorare fenomeni di natura complessa, specie per quel che concerne le giovani generazioni. Dei social network non è possibile parlare né completamente bene né completamente male; vantaggi e svantaggi si compensano e si controbilanciano, mettendo a tacere ora i sostenitori ora i detrattori. Nel 2013 queste piattaforme della comunicazione digitale festeggeranno simbolicamente i primi dieci anni di “onorata” attività. È infatti a partire dal 2003 (dopo la fase sperimentale di Friendster) che i social network cominciano a consolidarsi nella formula compiuta che oggi conosciamo, primo fra tutti MySpace (ideato nel 2003 da Anderson e DeWolfe) che introdusse la “pagina personale” dell’utente (con la sua fotografia, i suoi interessi, i suoi gusti ad esempio in fatto di musica o di letteratura) e la possibilità di “condividere” (parola chiave nel linguaggio comune di internet) vari contenuti multimediali con gli altri utenti (amici o conoscenti). Con MySpace l’utente ebbe la possibilità di personalizzare il proprio “profilo” (altra parola chiave) e di visualizzare così un’identità esibita del sé, una carta d’identità sociale, non importa se patinata, veritiera o completamente falsa e fuorviante. Di queste “pagine personali” (o portali di casa) ciascuno fece subito l’uso che riteneva più consono alle proprie esigenze: il musicista per diffondere la sua musica, lo scrittore i suoi libri, il pittore le sue immagini e via così, fino al single in cerca di relazione e agli amici in cerca di amici ecc. Per sei anni pieni, fino al 2009, MySpace è stata la piattaforma più utilizzata al mondo. Poi è stata la volta del fortunatissimo Facebook, nato nel 2004 dall’idea di uno studente di Harward (l’ora multimilionario Mark Zuckerberg). Nelle intenzioni del suo ideatore “The Facebook” nacque come semplice versione online dell’annuario universitario, con foto e profilo sommario degli studenti, e con la possibilità di scambiare messaggi e informazioni all’interno del circuito iscritti; di lì a poco, a seguito dello straordinario riscontro, Zuckerberg allargò la rete di comunicazione con altre università (nello specifico quelle di Stanford, Columbia e Yale). Oggi Facebook, debitamente perfezionato, si attesta come il social network più utilizzato al mondo, e basti pensare che solo in Italia viene utilizzato più o meno regolarmente da oltre dieci milioni di persone (e il numero è in costante crescita).

facebook_amedit2I social network (i blog, le chat…) hanno inaugurato nel bene e nel male una nuova era della comunicazione. Parliamo di una comunicazione pluridirezionale (cosiddetta a stella) che travalica i luoghi, i tempi, le distanze, gli interlocutori stessi e instaura una nuova empatia, ora intermittente, ora continuativa. La connessione interattiva, unitamente alla possibilità di stabilire un “contatto” con più “amici” contemporaneamente, genera la sensazione illusoria di una “presenza” laddove di fisico c’è ben poco, anzi nulla, se si eccettua il singolo utente davanti allo schermo. L’analisi ciberpsicologica indaga non solo il soggetto “digitante” ma anche quello “digitato” (o evocato per digitazione), ossia la personalità virtuale che si fa destinataria dei contenuti emessi dal mittente, e va da sé che le due figure sono intercambiabili: il soggetto digitante, in altre parole, è fisicamente presente (nel luogo e nel tempo) nell’atto di comunicare in tempo reale col soggetto digitato (surrogato dallo schermo), così come questi a sua volta si qualifica fisicamente presente quando per rispondere a una comunicazione si fa a sua volta digitante; tra i due ruoli nello spazio-tempo cibernetico non può esserci separazione se non nella breve intermittenza, ed è qui la differenza sostanziale che pone su un piano cognitivo completamente diverso questa nuova forma di comunicazione rispetto al tradizionale rapporto epistolare. L’ingerenza del virtuale nel reale non può, alla lunga, specie per le nuove generazioni, essere priva di conseguenze. La ciberpsicologia lo sa bene e già ha individuato in una percentuale altissima di giovani internauti tutta una serie di oscure patologie, dall’identità fluida all’analfabetismo emotivo. Scrive Giuseppe Riva nel saggio I social network (Il Mulino, 2012): <<Se un’identità fluida può essere un vantaggio per un adulto, può diventare un problema per un adolescente che sta cercando di costruire la propria identità. In particolare, può portare a un rallentamento del processo di costruzione dell’identità e a sostituire la stabilità e il futuro con un eterno presente, privo di certezze e di legami. A rendere precarie e “leggere” le relazioni sociali nei social network è anche un altro possibile effetto dell’uso massiccio dei social media: l’analfabetismo emotivo. (…) nell’interazione mediata la fisicità del corpo è sostituita da quella del medium. Ciò priva il soggetto di un importante punto di riferimento nel processo di apprendimento e comprensione delle emozioni proprie e altrui, con effetti che vanno dal disinteresse emotivo alla psicopatia.>> A rimarcare l’aderenza tra realtà e virtualità ci ha pensato la nuova generazione di computer portatili e tascabili, talmente innestati nei telefonini da non connotarli più in quanto tali; l’accesso a internet così non è più vincolato alle mura di casa e alla scrivania ma si allarga all’intera quotidianità, in un’unica soluzione di continuità (se a ciò si aggiungono le recenti tariffe agevolate per la connessione ventiquattrore su ventiquattro gli ingredienti per una dipendenza cronica ci sono tutti). Per chi conduce una vita quotidiana già densa di relazioni piene e consolidate le amicizie digitali costituiscono nel migliore dei casi solo un arricchimento accessorio; diverso è il caso di chi, privo di esperienze dirette – ad esempio un adolescente o un preadolescente (magari svezzato dalla Play Station) – si trova suo malgrado a gestire emozioni troppo grandi e simultanee, asincroniche rispetto al vissuto reale, quindi slegate, svuotate, pericolosamente effimere.

Cover Amedit n° 13, dicembre 2012 "Facebluff", by Iano.
Cover Amedit n° 13, dicembre 2012 “Facebluff”, by Iano.

I pro e i contro dei social network, dicevamo, e lo ribadiamo. Lo spettro di queste solitudini digitali non desta meno preoccupazione dell’utilizzo “sbagliato” (compulsivo, narcisistico, referenziale o ambiguamente strumentale) perpetrato da una larghissima percentuale di utenti, una dinamica auto promozionale di strategia seduttiva cui spesso s’accompagna il pressoché totale disinteresse per i contenuti e le comunicazioni altrui (ed è qui che la comunicazione si fa spam, nel gergo “spazzatura”). Se usati invece in modo consapevole e misurato i social network offrono un reale vantaggio alla qualità delle relazioni, cementando rapporti già consolidati o favorendone di nuovi, tanto nella dimensione personale quanto in quella professionale. Le comunicazioni a distanza, prima solo epistolari e telefoniche, hanno guadagnato un vantaggio indiscutibile grazie alla trasmissione digitale, e va da sé che la qualità dei contenuti trasmessi è direttamente proporzionale alla qualità dei mittenti emissari; in altre parole, non è il social network in sé ma l’uso che se ne fa a decretarne la validità in termini reali.

Facebook, che è al momento la piattaforma di comunicazione digitale più diffusa, costituisce un piatto ghiotto per gli antropologi, un vero e proprio laboratorio a cielo aperto (leggi “a schermo acceso”) all’interno del quale si muove un campionario umano di proporzioni enormi. Le indagini ciperpsicologiche più recenti hanno discriminato numerosi comportamenti disfunzionali (e non solo tra gli utenti più giovani). La disciplina è giovane così come è giovane la materia da indagare, quindi al momento non è possibile trarre delle conclusioni esaustive. Il pericolo da scongiurare – in un futuro che sempre più sarà caratterizzato dalla virtualità digitale – è quello di un’identità sempre più fluida, emotivamente ignorante, incapace di scindere la vita reale dalla second life, il nome dal nickname, la persona (unica e irripetibile, presente nell’hic et nunc) dall’intercambiabilità dell’avatar.

La bibliografia sul tema è sterminata. Per un primo approccio consigliamo il già citato saggio di Giuseppe Riva (docente di Psicologia e nuove tecnologie della comunicazione all’Università Cattolica di Milano).

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Questo articolo è stato pubblicato sulla versione cartacea di Amedit n. 13 – Dicembre 2012

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