IL BOSCO SACRO DI BOMARZO

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bomarzo 1di Giuseppe Benassi

 

 

Ond’io quasi me stesso e il mondo oblio

sedendo immoto; e già mi par che sciolte

giacciano le membra mie, né spirto o senso

Più le commova, e lor quiete antica

Co’ silenzi del loco si confonda

Giacomo Leopardi

bomarzo2Invito ad un viaggetto in un tempio neoplatonico, dove il pensiero prende forma, e le sculture si insediano sulla natura, specchi di menti immaginose e delle volte celesti, pietre che parlano fra vegetali che si insinuano nel coro, unione di spirito e materia, sintesi delle meraviglie del globo, dove le muse ci sorridono mute, sol che sappiamo tacere; viaggio da compiersi preferibilmente soli, in silenzio, senza figli petulanti e noiosi o suoceri col mal di piedi e squilli molesti di cellulari impazziti. Il chiasso rompe il fascino, annulla l’incanto, mette in fuga il genius loci; il fracasso blocca l’irradiazione e il riverbero, impedisce l’epifania, il dialogo fra mente e luogo, l’oblio di sé, la furia panica che tutto rivela. Una suoneria demente basta a dissipare la grazia, a sciupare il viaggio e l’estasi, a profanare la sacralità del santuario, come una sveglia che interrompa un sogno archetipico, o un colpo di tosse che lordi i languori di un notturno di Chopin. Solo nel silenzio la magia del luogo comincerà ad operare, come un vino, nella mente del visitatore, sfondando le pareti dell’io. Solo una psiche quieta può attingere l’esperienza metafisica, unendo in una sola cosa spettatore e spettacolo. In Tuscia, nel triangolo composto da Orte, Chia e Viterbo, fra paesi in tufo, città etrusche, bullicami bollenti, laghi vulcanici, fra i monti  Cimini e le serpentine del Tevere, sta Bomarzo. Vicino Orsini, signore del luogo, a metà del Cinquecento, stanco di guerre e dei trighi romani, si ritira nel silenzio del suo palazzo, a picco su un bosco pietroso. Sulle pareti dell’edificio, fa iscrivere gli inviti a trovare la via di mezzo fra i contrari, tra ascesi ed edonismo: EDE BIBE ET LUDE e SPERNE TERRENA ai lati della scritta centrale MEDIUM TENUERUNT BEATI. Vicino Orsini, apparentato con i Farnese e gli Anguillara, ritiratosi a vita privata, dopo una gloriosa carriera militare compiuta in mezza Europa, concepì dunque – con l’ausilio dell’Ammannati, o del Vignola, o degli Zuccari che lavorarono al vicino Palazzo Farnese di Caprarola – il famoso Parco dei mostri; e il viaggio fra quelle sculture – silenziosi enigmi parlanti –  è un invito ad affrontare con coraggio i propri mostri interiori, oggettivati nella pietra; e la metafora del cammino dell’uomo, che passa tra insidie mortali per raggiungere saggezza e felicità. La sapienza si riscuote a prezzo dell’inferno. Conosci te stesso, vinciti, vivi per te stesso, così sarai felice: ecco altre massime scolpite nel palazzo.

bomarzo3Alla entrata del bosco sacro, che giacque abbandonato nel silenzio per più di tre secoli, Vicino pose due sfingi ed un enigma. Come gli egizi, anche Orsini mise le sfingi a guardiane del suo tempio: chi non svela l’enigma viene divorato: quando Edipo lo rivelò, la fiera si gettò nel precipizio: è dunque l’ignoranza ad essere mortale, mentre la sapienza garantisce la vita. E l’enigma è poi scolpito nella pietra: TU CH’ENTRI QUA PON MENTE / PARTE A PARTE / ET DIMMI POI SE TANTE / MARAVIGLIE / SIEN FATTE PER INGANNO / O PUR PER ARTE. La frase ci appare tuttora enigmatica, perché siamo soliti vedere proprio nell’arte il massimo inganno; ciò che compie l’artista è il nascondere, illudendoci, la propria arte. Forse l’inganno, essendo contrapposto all’arte, rappresenta invece la natura: Vicino ci chiede se quel che si vedrà sia frutto della natura o dell’uomo, e se sia l’arte ad imitare la natura o la natura l’arte. Oppure Vicino ci chiede se il bosco sia fatto soltanto per ingannarci oppur apposta, “per arte”, ad uno scopo: e ci chiede quale sia questo scopo. E suggerisce forse, attraverso l’arguzia del paradosso, che solo chi si lascia ingannare raggiunge poi la verità. L’iscrizione posta sotto la seconda sfinge annuncia invece al visitatore lo stupore che proverà in quel luogo: CHI CON CIGLIA INARCATE / ET LABRA STRETTE / NON VA PER QUESTO LOCO / MANCO AMMIRA / LE FAMOSE DEL MONDO / MOLI SETTE.

Il sacro bosco si preannuncia così come una delle meraviglie del mondo, per chi sappia accogliere, nel silenzioso recinto della mente, la potenza delle immagini fatte di pietra, e chi vi entra vi troverà racchiuse, in una sintesi di arte e natura, le meraviglie del globo. La prima cosa che fa inarcare le ciglia dallo stupore ai visitatori e li ammutolisce, facendo loro “stringere le labbra”, come se il silenzio fosse la condizione dello stupore e quindi della capacità di contemplazione, e del successivo passaggio al sapere, è una casa pendente. Vedendola dal di fuori ci chiediamo se siamo noi a pendere oppure sia lei; se sia la realtà ad essere assurda e misteriosa oppure se siano i nostri sensi ad ingannarci. La casa inclinata è perciò un enigma vivente: come fa a stare su pendendo? Stiamo sognando oppure siamo svegli? Ogni risposta è possibile, il mondo potrebbe essere soltanto illusione, ed il sogno unica realtà… Ed entrando nella casa i nostri sensi impazziscono, penetriamo in un luogo malcerto, dove le coordinate saltano, l’equilibrio si rompe, la testa ci gira e ci annuncia l’ingresso in un mondo diverso… Quello che ci appare nella casa inclinata è il mondo come lo vedevano gli alchimisti, quello senza nome e senza forma, l’allucinata realtà vivente che sta dietro alla realtà vissuta e apparente, il frutto di un’estasi e di una discesa agli inferi.

bomarzo4E ancora enigmatica è l’iscrizione sull’edificio inclinato: ANIMUS QUIESCENDO FIT PRUDENTIOR ERGO. La sapienza si acquista dormendo, attingendo all’immaginario onirico, ovvero riposando, nell’otium contrapposto al negotium? Comunque nella “quiete” e quindi nel silenzio: vi è qualcosa di più silenzioso di un sogno? Oppure, la frase può suonare beffarda: vieni qui dentro e prova a trovare la quiete! E il senso della incertezza e della sproporzione, della relatività di ogni misura, si insinua ancora nel giardino antistante, dove un elefante piccolissimo ci rende giganti e un vaso enorme ci fa nani. Ancora l’idea che non esistono certezze, che la mente può produrre ogni genere d’artifizio, che possiamo vedere il mondo dall’alto, inebriati dalla nostra grandezza, e poi cadere schiacciati per terra, più piccoli e più miseri di un insetto. Bomarzo annulla così le prospettive chiare di Piero della Francesca, i convincimenti classicistici sull’armonia dell’universo e la centralità dell’uomo, eccitando viceversa lo “stupendo terrore” del dio Pan, radice di tutto, come insegna il Platone del Fedro (che racconta un viaggio e un dialogo nei giardini di Atene). E ci rammenta che se le coordinate spaziali sono incerte, non lo sono meno quelle temporali. Le statue esprimono una teologia ed una psicologia: la prima è un cerbero a tre fauci. Il cane è il custode del mondo infero, ove regnano Giove e Nettuno, Saturno e Plutone: e latrando pronuncia i suoi enigmi, annuncia dei misteri.

LASCIATE OGNI PENSIERO VOI CH’INTRATE è scolpito sulla soglia dell’inferno. In quel luogo non c’è posto per i pensieri: soltanto per esperienze preternaturali: ed in quel luogo la notte si confonde con il giorno, la veglia con il bomarzo5sonno. Il precetto esoterico di imparare a considerare la veglia e il sonno come un continuum senza soluzione si fonda sul presupposto del silenzio. L’oltretomba è l’inconscio popolato dai mostri, ed il bosco selvaggio ne è la rappresentazione. VOI CHE PEL MONDO GITE ERRANDO VAGHI / DI VEDER MARAVIGLIE ALTE ET STUPENDE / VENITE QUA DOVE SON FACCIE HORRENDE / ELEFANTI LEONI ORSI ET DRAGHI. Un faccione corrucciato, posto vicino a dove scroscia una cascata, richiama il tempo che tutto divora; e le farfalle, cioè le ore che passano veloci e volanti, costellano quel volto. Alle spalle di Cerbero troneggia la temibile Persefone, moglie di Plutone e regina degli inferi. La sua corona è adornata da falci di luna, la luna che serpeggia (pro-serpina) nei cieli, che regola lo sboccio della vegetazione: e all’opposto della dea dell’Ade due orsi, emblema degli Orsini e delle vaghe stelle che si alzano in cielo a primavera, esprimono il superamento della morte, la propagazione del casato, il rinascere della natura. E una scimmia scolpita sopra lo scudo sorretto dell’orso mostra la lingua alla dea, suggerendo la possibilità di una vittoria irriverente sulla morte.

Oltre, le sculture di due sirene: una poggia seduta con le due code simili alle gambe di una ballerina durante un’oscena spaccata: il suo pube villoso è aperto e su di esso poggia il peso del mostro. L’altra sirena ha ali di drago, due gambe corte armate di artigli, e una lunga coda che si attorciglia lungo la roccia finendo in una pinna. Fra le sirene una coppia di leoni coi loro cuccioli vigilano tranquilli; l’intero gruppo sprigiona un clima non d’orrore ma di serenità: le tentazioni dell’amore guidate da una forza tranquilla e quasi familiare: un’antinomia in forma di pietra. Ancora, l’ingresso dell’inferno: all’interno dell’orribile bocca, un sedile levigato, e una tavola a mò di lingua davano fresca accoglienza per banchetti ed altre feste: ancora un misto di piacere e di paura; orrore demistificato; ancora un’antinomia da mediare. L’inferno non è più un luogo di tormenti, ma la sede di feste, un riparo tranquillo per ogni specie di piaceri: al terrore della morte si sostituisce una risata gargantuesca. Proseguendo nella visita, un po’ più in là un orribile drago ha la meglio, con gli artigli e le fiammate, su due leoni;  e scruta la prossima vittima: un colossale elefante che a sua volta ha ucciso un soldato e lo tiene avvinghiato nella proboscide.

bomarzo6Vicino Orsini aveva voluto dare una rappresentazione di questo mondo e di quell’altro, dei cieli e della terra;  e che aveva voluto raffigurare tutti i luoghi del mondo conosciuto. Si alternavano così immagini dell’Ade e del cielo, delle Indie e delle Americhe, della Grecia mitologica e dell’Africa. Giungevano proprio in quegli anni in Europa i resoconti delle conquiste spagnole nelle Americhe, che parlavano già delle atrocità commesse dai conquistadores ai danni degli indigeni, che vivevano liberi e nudi in una specie di paradiso terrestre. Dalle possibili letture del Mundus Novus di Amerigo Vespucci, dell’Historia del mondo novo di Girolamo Benzoni, dei resoconti di Francisco Lopez de Gòmara, Vicino trasse forse l’idea che gli indios realizzarono lo stile di vita epicureo, il vivere secundum naturam e senza leggi. E Vicino ricavò anche l’idea che gli indios erano i sopravvissuti dalla distruzione della mitica Atlandide di cui parla Platone; e che l’antica sapienza era passata dagli egizi agli etruschi, e da questi agli indios delle Americhe. Così, Vicino fu forse ispirato dalla descrizione degli idoli atzechi effettuate nei resoconti dei viaggiatori spagnoli, o dalle maschere d’oro, dai monili e dai diademi che giungevano anche in Italia dalle lontane americhe. Ispirato dal mondo atzeco era allora un grande mascherone con la bocca spalancata, i denti in mostra, le narici dilatate, gli occhi fuori dalle orbite, che regge sul capo una sfera. Questo globo ha la parte inferiore dipinta di rosso ed è percorso da strisce oblique; l’emisfero superiore porta quattro rose e regge una fortezza.

Se quindi Cosimo I de’ Medici si considerava un sovrano etrusco, e Ippolito d’Este nella villa di Tivoli riprodusse bomarzo7nel suo giardino l’antica Roma, Vicino Orsini fece molto di più: riprodusse il mondo reale, quello astrale e quello infero; si fece re delle Indie e delle Americhe, degli egizi e degli etruschi; riassunse, con la potenza dell’immaginazione, tutto lo scibile sui mondi noti e ignoti. Si arriva poi al ninfeo, cioè all’abitazione delle ninfe nei pressi di un ruscello. Il luogo è il tempio dell’amore; su due fontane guizzano delfini di pietra, messaggeri d’amore e compagni di Eros. Le ninfe nude seducono il visitatore, lo invitano a godere di una dolce sensualità, ad abbandonarsi alla lascivia più fantasiosa. In una nicchia del tempio sono scolpite le tre Grazie allacciate, che rappresentano azione, contemplazione e voluttà; spirito, anima e corpo; il dare, il ricevere e il restituire. Il filosofo Marsilio Ficino chiamava poi le tre Grazie i pianeti benefici, cioè il Sole, Giove e Mercurio, che presiedono all’eleganza, alla musica e alla gloria, alla filosofia e alla politica. E i pianeti influenzano le parti del nostro corpo e dettano i rimedi ai mali: così si mescolano mitologia, carta del cielo e farmacologia. Segue poi la statua di Pegaso, il cavallo alato che aveva fatto scaturire dal monte Elicona la fontana dell’ispirazione poetica: la montagna era poi la sede sacra delle Muse, che infusero negli dei e nei mortali la conoscenza e il gusto delle arti. Eros fisico ed eros spirituale sono quindi i due volti della stessa magia: l’amore è mago, è il vincolo dei vincoli, è ciò che lega e avvicina tutte le cose, le stelle e il filo d’erba, il corpo e l’anima. L’amore è magia, e la magia è amore: chi è posseduto da Eros – il dio che silenziosamente si insinua nella nostra mente attraverso il potere delle immagini –  lega attorno all’oggetto d’amore una rete magica che vincola tutte le cose. I sensi, principalmente la vista e l’udito, di chi è innamorato sono sovreccitati e si spalancano: la vittima di Eros è dunque aperta alle visioni: e la fantasia, così raggiunta, si scatena e vola e trasporta l’amante in luoghi eccezionali, nel regno dell’immaginario, dove la mente si apre alla bellezza.

bomarzo8Poco oltre Pegaso, che significa il distacco dalla terra e dall’acqua, giace un’enorme testuggine, l’animale che invece vive nel fango, passando dall’acqua alla terra. La tartaruga regge nella corazza un vaso rovesciato su cui appoggia una sfera, e sopra la sfera la Fama, in veste di figura femminile alata, soffia in due trombe che regge con le braccia. La tartaruga su cui sventola una vela stava sullo stemma di Cosimo I Medici:  e l’unione dei contrari, la lentezza da una parte, le ali o le vele dall’altra, è riassunta nel motto FESTINA LENTE, che invita alla lenta riflessione, e alla rapida azione, all’unione dei contrari per il tramite del giusto mezzo. E la figura femminile sembra correre sulla sfera rotante come su di un tapis roulant che giace sulla tartaruga, l’emblema della lentezza: e raffigura la fama che si estende al suono delle trombe su tutto il globo. L’ultima visione del bosco è la più riposante, un tempietto classico ottagonale con un colonnato posto nel punto più alto del giardino, dedicato alla memoria della moglie di Vicino, Giulia Farnese, morta giovane bomarzo9nel 1560. Il culto dei morti ancora una volta impone ed esige il silenzio. Il tempio appoggia in un luogo sereno, privo d’ironie e di mostri, su di un prato ondulato: la meraviglia per l’orrido e il bizzarro cede ad un senso di tranquillità e di pace. L’edificio porta dipinte le sequenze dei segni zodiacali e rappresenta l’antinomia più profonda e più difficile da mediare, l’enigma degli enigmi: il rapporto fra l’amore e la morte. Il paganesimo aveva celebrato gli amori degli dei per i mortali; e l’amore degli uomini verso gli dei trovava proprio nella morte la realizzazione più profonda. Amare vuol dire annullarsi, morire nell’altro: significa essere posseduti dal fantasma dell’amato e perdere la propria soggettività, cioè morire, smarrirsi nell’eterno silenzio. Lorenzo de’ Medici spiegava perché, cantando l’amore nei suoi sonetti, aveva iniziato parlando della morte: “chi vive ad amore, muore prima all’altre cose. E, se l’amare ha in sé quella perfezione che già abbiamo detto, è impossibile venire a tale perfezione se prima non si muore, quanto alle cose più imperfette”. Così, la pittura funeraria rappresenta i più famosi amori della mitologia, essendo la morte una comunione con gli dei attraverso l’amore, e questo una morte volontaria.

E Francesco Colonna nell’Hypnerotomachia afferma “Felix Polia quae sepulta vivis”: gli amati vivono nel cuore degli amanti, e la gita a Bomarzo termina così con un inatteso inno all’amore immortale.

Giuseppe Benassi

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Questo articolo è stato pubblicato sulla versione cartacea di Amedit n. 13 – Dicembre 2012

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