NOI CHE A VERCELLI…

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Paola Pezzi, Matite rosa, 1963
Paola Pezzi, Matite rosa, 1963

di Marco Genti

Nei rutilanti anni ’80, noi gay vercellesi si viveva in pianta stabile seduti sulle panchine della stazione di Vercelli, pronti ad esser guardati con curiosità frammista ad ilarità dai passanti, celati da automobili che correvano nella rotonda antistante i giardini.

Spesso codesti individui si prendevano la briga di girarci più volte e di gridarci ogni epiteto che potesse decretare la fine della nostra permanenza colà ma non sapevano che i “ricchioni” mai e poi mai avrebbero desistito dal levar le tende, anzi la zia Monti (diminutivo di Madame de Montespan, ca va sans dire) con voce gutturale, rispondeva ai solleciti richiami con il suo famoso motto “Dimmi ciò che vuoi, per me è come se dicessi regina!”, poi infilava i suoi sandalo con tacco da 12 centimetri e via che percorreva la piazza in lungo ed in largo…….c’era la Castora, con le sue storpiature grammaticali, la poveretta s’affannava a spiegare, disperata, che s’erano bruciati i “fusilli” del suo stereo e non poteva ascoltare il disco di Marcella Bella, poi la Gianna, la Milly e la Dottoressa Chandler cominciavano la litania sui militari più belli che avevan veduto ma che la Delly aveva loro soffiato con ignobili bugie.

Passava la polizia o la “madama”, che faceva tanto sala da thè torinese, che chiedeva documenti (si, ma tutte le sere mi si sgualciscono, tesoro) ed intimava di non soggiornare a lungo su quelle panche (peraltro orribili) di plastica verde, consumate dal continuo movimento di sederi frenetici, a volte da minigonne delle due “trave” Ursula e Laura, che usavano la panca come fosse un camerino, affannandosi a ricercare spazzole, rossetti, lacche profumate e camicette velate o trasparenti nei loro valigioni – trousse, per adescar clienti e far rifornimento di varie sostanze di colore bianco che cipria e talco ricordavano ma, nei fatti, non erano…

Insomma, noi che abbiamo vissuto la vita gaya “on the road”, che paura potremmo mai avere ora di questi “nuovi razzisti debosciati” che ci vorrebbero nuovamente tra i loro miseri trofei di caccia, senza sapere che la caccia ormai s’è chiusa da un pezzo? Noi, vecchie glorie ma resistenti ed impuniti non abbiamo perduto l’orgoglio che rivestiva anche nelle fredde sere invernali, molti di loro sono partiti per un lungo viaggio, con i loro valigioni traboccanti di pezze e veli, e persino dal posto in cui sgambettano ora, gli verrà da ridere di codesti infami che vogliono ripulire il mondo da cotanta bellezza e stile, cosa che viene a mancare nelle loro vite alquanto prevedibili e, direi, noiose…

Ah, se avessero preso qualche lezione da noi, a quest’ora vivrebbero tra fumi e profumi e si farebbero meno paranoie, no?

logo-amedit-gravatar-okMarco Genti

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