ROSA CHE DIR SI VOGLIA…

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di Giancarlo Zaffaroni

Rosa

Colore e fiore
colore di fiore e pelle
participio femminile o aggettivo
candidati e venti
petali infiniti
alchimia e latino
pietra del deserto
nome, cavaliere, croce

sangue di Afrodite
Gertrud tautologica e Giuni
Fumetto e Luxenburg
nome dell’eco, Delly
forma di Pier Paolo
ardente e cieca
finestra da chiesa

sabbia, sale, corallo
ciliegie, bocca, samba
occhiali, triangolo, pantaloni
bocciolo d’incerto accento
troppo presto reciso.

È vero, non bisogna tacere di fronte alla violenza che cancella un giovane, che non lascia crescere una persona, che la costringe ad annullarsi, fisicamente o moralmente, qualunque sia la ragione di questa violenza. L’organizzazione sociale che dovrebbe garantire protezione, cura, sviluppo delle persone – di tutte le persone – diventa, se non è necessariamente, oppressione e omologazione, standardizzazione delle menti e dei corpi guidata dall’interesse meschino e immediato. Le nostre leggi garantiscono ipocritamente l’uguaglianza ma andrebbe ben più profondamente garantito il diritto alla diversità.

Però, come ci ammonisce Simone Weil nel suo fondamentale, ultimo testo sulla persona e il sacro appena ripubblicato, “è impossibile definire il rispetto della persona umana. Non solo è impossibile da definirsi a parole. Molte luminose nozioni vi sono racchiuse. Ma quella nozione non può essere definita, delimitata da una muta operazione del pensiero. Assumere come regola della morale pubblica una nozione impossibile da definire e da concepire significa lasciare spazio a ogni sorta di tirannia. La nozione di diritto, lanciata nel mondo nel 1789, non ha potuto, per sua intrinseca insufficienza, esercitare la funzione che le era stata assegnata. Amalgamare due nozioni insufficienti parlando di diritti della persona non ci condurrà molto lontano.”

È semplice e comodo elevare una persona a simbolo, dare una spiegazione univoca al suicidio, riproponendo – anche in chi stigmatizza l’omofobia – un atteggiamento sottilmente sfavorevole all’omosessualità, come se questa includesse una predestinazione, un destino votato alla  sofferenza. Nell’adolescenza gli scherni sono pane quotidiano, forse senza vera voglia di ferire l’altro; l’effetto traumatico in chi ne è fatto oggetto può essere amplificato da sue caratteristiche o debolezze; quelle relative all’omosessualità sono, fra gli altri, il frutto avvelenato e naturale di una società ipocrita e cialtrona, dove è premiato chi sgomita e irride, chi è forte perché insensibile e arrivista, chi è senza qualità e dunque adulatore che serve il potere della furbizia e del malaffare. Mali atavici del nostro paese incivile e volgare, sciaguratamente sfruttati da una classe politica anch’essa frutto, e ulteriore causa, del nostro degrado sociale. Un simbolo effimero e transeunte, dimenticato il giorno dopo, non facciamoci troppe domande.

È già nella parola omosessuale la violenza di chi riduce l’uomo (la donna) al sesso, come se fossimo solo corpi, trascurando che la vera natura delle persone ha bisogno di sentimenti agiti e autentici, di coppia,  famiglia e legami sociali positivi; coppie, famiglie e legami che avrebbero libero corso in una società ben ordinata: non sarebbe strana ma uguale una famiglia – magari con figli – di due uomini o due donne, non vi sarebbe più la violenza del linguaggio razzista se la società, prima che le leggi, accogliesse la multiformità degli affetti umani e dei generi sessuali; non ci sarebbe la fatica di mostrarsi diversi, se si concepisse questo diritto come naturale.

Invece la tragedia dell’omologazione è che si introiettano pregiudizi, luoghi comuni, interessate censure religiose; e questo avviene anche, soprattutto?, nelle persone che sono oggetto di discriminazione. È paradossale, ma tanta sofferenza viene generata dall’infondata convinzione che essa accadrà, non ci si può sottrarre, è una conseguenza naturale. Una profezia che si auto-avvera, e così si diventa – letteralmente nei casi estremi – vittime di se stessi. E se per liberarsi si usano gli stessi mezzi usati per discriminare non si va molto lontano: fa sincera impressione il rosa dei pantaloni attribuiti ad Andrea, come se il colore simbolico del folle triangolo nazista fosse diventato rivendicazione. È difficile la strada dell’autenticità in un mondo falso, basato sulle superfici, che non va al di là dello scontato, già detto e agito, inutile. È strettissima la strada che permette una reale accettazione sociale e uno sviluppo autentico della persona, per tutti, sempre.

Dice ancora Simone Weil: “In coloro che hanno subito troppi colpi, come gli schiavi, quella parte del cuore che grida, sorpresa dal male inflitto, sembra morta. Ma non lo è mai del tutto. Semplicemente non può più gridare. È bloccata in un gemito sordo e ininterrotto. Ma anche in coloro nei quali il potere di gridare permane intatto quel grido non giunge quasi mai a esprimersi né interiormente né esteriormente in parole coerenti. Per lo più le parole che cercano di tradurlo suonano del tutto false. […] Eccetto l’intelligenza, l’unica facoltà umana veramente interessata alla pubblica libertà di espressione è quella parte del cuore che grida contro il male. Ma poiché non sa esprimersi, la libertà per lei conta poco. Innanzitutto bisogna che la pubblica istruzione sia tale da fornirle il più possibile mezzi espressivi. Occorre poi, per la pubblica espressione delle opinioni, un regime caratterizzato non tanto dalla libertà quanto da un’atmosfera di silenzio e di attenzione ove questo grido fievole e maldestro possa farsi udire. Occorre infine un sistema di istituzioni tale da portare il più possibile alle funzioni di comando uomini capaci e desiderosi di udirlo e di comprenderlo.”

E, qualche pagina prima: “Dalla prima infanzia sino alla tomba qualcosa in fondo al cuore di ogni essere umano, nonostante tutta l’esperienza dei crimini compiuti, sofferti e osservati, si aspetta invincibilmente che gli venga fatto del bene e non del male. È questo, anzitutto, che è sacro in ogni essere umano.”

E dunque io cerco di gridare contro il male con sincerità. Il grido diventa subito un programma politico che spero, prima o poi, qualcuno ascolterà. Se ci fosse ascolto e osservazione partecipata anziché l’assordante cicaleccio dei più, anche di chi vorrebbe difendere senza cercare di capire e con-patire, se la sofferenza degli altri diventasse la nostra, potremmo sollevarci dalla violenza. Se per un istante ascoltassimo, ci sarebbe subito un grande silenzio intelligente: l’attimo dopo saremmo tutti più umani.

logo-amedit-gravatar-okGiancarlo Zaffaroni

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