PINK DIFFERENT. Il ragazzo dai pantaloni rosa è un’invenzione

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di Carlo Camboni

Il ragazzo dai pantaloni rosa è un’invenzione.

Un’invenzione della mia mente che non riesce a distinguere la vita raccontata da quella vissuta.

Potrei avere almeno un buon motivo per non amare la vita: il ricordo, non rimosso ma lontano, di un’aggressione da parte di cinque ragazzi napoletani.

Ha senso il dato geografico? Macché…

La rabbia, quella me la ricordo bene, per gli epiteti illogici… subito scaricata perché reagii, urlando; okay, stavo strillando!

Che dramma!

Un vero dramma in questa Italia delle emergenze melodrammatiche artefatte è la necessità di creare nuovi falsi veri martiri e il ragazzo in rosa è perfetto per la causa, iconico pur nell’assenza della sua immagine.

Piace immaginarselo: una fotografia patinata alla Che Guevara, per capirci; il quale Che Guevara, anzi la quale, visto che è un’icona e basta, i gay li voleva curare a fucilate.

Il circo delle icone da giornalismo autoreferenziale è al suo ennesimo grado di potente splendore, quindi squallido quanto basta. Venghino siori venghino, pubblichiamo tutto, gridiamo lo sdegno!

Una delle tante Paole Concie di questa mia Italia disgraziata, anzi forse la vera Paola Concia… ma chi può dirlo… ha visitato i ragazzi del liceo frequentato dall’adolescente che amava il rosa: le è stato riferito che A., cioè Andrea, non era nemmeno gay.

Nemmeno gay? Nemmeno?

Ma che accidenti vuol dire gay?

Che senso ha precisare, distinguere, argomentare sulla sessualità (senza punto interrogativo).

Sono tutti i colori del mondo, io.

Perché io amo la vita in tutta la sua mostruosità, per la paura che mi fa, perché osa sfidarmi, per le inquietudini che non si acquietano e per quel sorriso enigmatico, quello che mi faccio ogni mattina augurandomi in bocca al lupo.

Ah, avessimo almeno degli dei come si deve, non eterni, non inamovibili, non punitivi e, soprattutto, visibili.

Niente: in giro solo politici narcotizzanti e predicatori di futuri e aldilà.

Ma io brucio ora, credo solamente nell’aldiquà, e soprattutto non cedo alla logica del peccato e del perdono preconfezionati per cui pecco da sempre ed è un peccato per loro, i politici, che non avranno il mio silenzio assenso visto che non posso scendere a patti con chi fa ascendere nel suo personalissimo Pantheon papi e cardinali. Non accetto che ci siano preti che predicano bene dai pulpiti splendenti delle Loro Chiese  e nelle celle oscure delle carceri del Nostro Stato, violentano l’anima di sei nordafricani; sei persone, sei esseri umani; sei violenze, sei.

La vita raccontata, la menzogna, non finirà mai di essere prevedibile. Preferisco lo stupore della vita vissuta, da sempre.

Il ragazzo dai pantaloni rosa non è un’invenzione: la sua presenza nella mia mente mi fa ricordare di essere fragile, per questo vorrei rimuoverlo.

È me, una mia cellula, una molecola del mio srotolatissimo codice genetico, è la mia memoria, come lo sono tutte le vittime vive e morte dell’ignoranza e della mancanza di cultura.

logo-amedit-gravatar-okCarlo Camboni

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