IL RAGAZZO DAI PANTALONI ROSA. Lettere di Amedit

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Andrea

Il 21 novembre scorso, Andrea, un ragazzo quindicenne, studente presso un liceo della capitale, poneva fine alla sua giovane esistenza suicidandosi.

Non sappiamo chi fosse realmente Andrea, di quale natura fossero i suoi pensieri, i suoi sogni, le sue aspirazioni. Ciò che ci è dato sapere è quanto emerso a seguito di questo suo gesto eclatante. Tutti lo hanno descritto come un tipo eccentrico, per via del suo modo di vestire e di atteggiarsi, che amava particolarmente il colore rosa, rosa come il colore dei suoi pantaloni, rosa come il colore dello smalto sulle sue unghia. Indizi, questi, che hanno portato i più a ipotizzare che fosse gay. Indizi che hanno portato molti a leggere in questa drammatica vicenda l’ennesimo caso di omofobia in Italia. Sono bastati quei pochi indizi, in fondo, a far giungere a queste conclusioni. Si parla, tuttavia, anche di presunte vessazioni da parte dei compagni di scuola, aventi ad oggetto proprio quel sentore di “omosessualità” che sembra aleggiasse intorno alla figura di Andrea. Continui sfottò e allusioni, scritte apparse sui muri della scuola (“non fidatevi del ragazzo dai pantaloni rosa perché è frocio”). Così Andrea, all’indomani della sua morte, e forse suo malgrado, è diventato per tutti “il ragazzo dai pantaloni rosa”; insieme un’icona e uno slogan. Nei giorni a seguire, molti profili del social network più popolare si sono vestiti di rosa, e non è naturalmente mancata la fiaccolata di rito come in ogni eclatante caso di cronaca che si rispetti. Fiaccolata alla quale hanno preso parte non solo le associazioni LGBT, ma anche molti cittadini, compreso gli stessi compagni di Andrea, i quali smentiscono categoricamente l’accusa di omofobia con cui vengono additati, dicendo: “Andrea era uno di noi!”. In difesa dei compagni di scuola è intervenuta anche Anna Paola Concia, che a seguito della sua visita presso il liceo dove studiava Andrea, ha parlato di un ambiente sano e per nulla ostile alla “diversità”. Gli stessi familiari, la madre in primis, si sono affrettati a smentire l’idea che Andrea fosse gay, dicendo che anzi nutriva interesse per una ragazza. Sul caso è stata aperta un’inchiesta da parte della Procura di Roma.

Questi i fatti, o almeno quelli a noi possibile accertare.

Andrea, dal canto suo, non ha lasciato nessun messaggio (scritto) a commento del suo gesto. Non sappiamo quale sia stata la sua vera ragione; di certo la sua morte pone degli interrogativi, offre l’occasione per rimetterci in discussione come collettività. Non importa se Andrea fosse gay o non lo fosse. Non dovrebbe importare in nessun caso. Ma siamo qui a parlarne in questi termini, e tanto basta per riflettere su quanto questo aspetto inerente l’affettività e la personalità di un individuo risultino ancora problematici in questa nostra “civile” società. L’essere gay importa, dunque, nel momento stesso in cui ci si aspetta da parte della società una reazione che sa di bullismo o di disapprovazione più o meno esplicitata. L’essere gay importa nella misura in cui si sente l’esigenza di correre ai ripari, smentendolo, anche a costo di negare l’evidenza. L’essere gay importa, ancora, nel momento in cui si traduce in una richiesta ad essere “accettato” o peggio ancora “tollerato” dalla società. Potremmo proseguire ancora all’infinito, ma tanto basta per rendere l’idea. Tanto basta per motivare l’idea di dedicare, come redazione Amedit, alcune pagine di riflessione curate da alcuni nostri autori, al tema dell’omoaffettività e del fenomeno omofobico che spesso l’accompagna.

Ringraziamo Carlo Camboni, Giancarlo Zaffaroni, Marco Genti e Pier Angelo Sanna per queste loro riflessioni che generosamente hanno voluto condividere con i lettori di Amedit. Nell’occasione, proponiamo attraverso i link sottostanti un percorso di altri contributi sul tema, precedentemente pubblicati nella nostra testata. Confidiamo che queste pagine, o ideali lettere, possano recare un messaggio di solidarietà vera e partecipata a tutte quelle persone, uomini e donne, che vivono sulla propria pelle il peso dell’odio e della discriminazione ingiustificati. Confidiamo che un giorno non si debba più parlare per etichette riferendosi alle molteplici forme di affettività in cui l’umanità si esprime. E che sia solo l’Amore a parlarci, in tutte le sue forme, in tutti i suoi colori. Rosa compreso.

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