PER LA MISERIA – Se l’immaginazione è stanca, falla lavorare

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di Marco Cavalli

 

Fu durante la lunga battaglia della fame

che scoprirono il loro talento a perseverare

in esilità, per venire più tardi

nei nostri brutti sogni, minacciando

non con fucili, non con prepotenze,

ma con un esile silenzio.

Sylvia Plath

E se il problema della povertà dilagante ormai anche in Occidente nascondesse il problema di una incapacità ormai cronica di immaginare la povertà?

Mia madre, classe 1944, ultimogenita di un sottufficiale del Regio Esercito Italiano, ha condiviso tutte le angosce di povertà dei suoi genitori, e forse nient’altro che quelle. Il presentimento apocalittico della miseria ha funzionato da mastice tra loro malgrado differenze abissali di temperamento e di visione del mondo. È stato dai suoi genitori che mia madre ha preso l’abitudine di pensare al peggio che poteva capitarle e di sottomettervisi prima che capitasse.

Sposatasi appena ventenne, ha speso subito tutte le energie per prepararsi all’eventualità di scivolare nell’indigenza. Non si accontentava di pensare che poteva capitare il peggio e, dopo averlo pensato, sperare tuttavia nel meglio. Si era allenata a insistere con la mente sulla peggiore delle ipotesi finché non riusciva a costringere se stessa a sopportarla. Non dubitava del proprio coraggio, della propria capacità di far fronte alle difficoltà. Semplicemente, riteneva un dovere vivere il peggio in anticipo, sicura che i tempi duri, qualora fossero sopraggiunti, non l’avrebbero congelata nello sgomento e nella rassegnazione come invece sarebbe accaduto se quei tempi lei non li avesse previsti.

Si è attenuta rigidamente a questa regola anche da vecchia, anche dopo aver visto che le sue previsioni pessimistiche erano volte all’indietro. Focalizzavano una miseria da dopoguerra, costellata di penurie e rinunce e aneliti di sicurezza economica che i suoi figli non dovevano conoscere e che non avrebbero mai imparato a temere. Quel che mia madre faceva voto di non perdere per poter lasciarlo ai figli, loro lo davano per scontato. Per i suoi bambini, la peggiore delle ipotesi quanto a ristrettezze consisteva nel non riuscire a farsi portare in vacanza. Difficile che mia madre potesse decifrare una simile paura, lei che forse dentro di sé non ha mai accarezzato nemmeno il desiderio di andarci, in vacanza.

Tuttavia, mia madre non ha trovato un sollievo nella fine delle sue preoccupazioni. Non poteva trovarlo, perché quelle preoccupazioni sono state per lei come lo sporco che penetra dentro la pelle fino a diventare un elemento naturale della sua superficie. Non erano una teoria: erano un istinto. Mia madre le ha contratte come si eredita un’allergia o un pregiudizio in tempi di coercizione dei costumi. Il fatto di sapere che le sue paure hanno prodotto conseguenze opposte a quelle da lei previste, l’ha rafforzata nella convinzione che quanto faceva di sbagliato fosse in realtà l’unica cosa giusta da continuare a fare. Finché si tengono strette in mano, le ortiche non pungono. Il dolore comincia quando si allenta la presa.

Se oggi si vuole rivedere in azione questa filosofia, bisogna osservare le etnie extracomunitarie che infoltiscono i ranghi delle categorie lavorative più indomite. Cinesi, pakistani, nordafricani hanno una capacità di lavoro spropositata rispetto a quella di un occidentale. Li accomuna sia la paura, obbligata, di ricadere nelle rispettive miserie di provenienza, sia la determinazione, volontaria, di esorcizzare quella paura. Non si permettono di discutere la visionarietà della miseria, non si interrogano sulla sua sensatezza al presente. A guardarli si direbbe che per loro la miseria è eterna, origine e avvenire di ogni umana azione. Ogni volta che i loro sforzi producono un risultato che suggerisce di attenuarli, sembrano annegare ogni dubbio nella violenza dello sforzo successivo. È questo l’unico Mercato Comune Europeo su cui si può contare attualmente.

Nei quarantenni e cinquantenni d’America e d’Europa, la crisi economica ha causato smarrimento, depressione, inerzia e altre sindromi da bancarotta psicologica. La crisi ha colto impreparati questi quarantenni non perché fosse inaspettata ma perché la sua aspettativa era vuota come una cornice che racchiuda se stessa e nient’altro.

Talvolta, poiché bisogna pur riempirla, la cornice dell’aspettativa fa posto a un paesaggio di desolazione. Ma si tratta sempre di rappresentazioni oleografiche della miseria, riconducibili agli albori anziché al crepuscolo del capitalismo. Nessuno ne è seriamente impressionato, nessuno sente l’impulso di stare in guardia. Un ventennio di globalizzazione galoppante ha reso inservibili gli spauracchi della povertà che avevano funzionato da propellenti nel risanamento dell’economia mondiale dopo il 1945.

Forse l’odierna immaginazione della povertà è coinvolta nello stesso processo degenerativo che ha investito la percezione del denaro con la diffusione della carta di credito e del bancomat.

È assodato che la digitalizzazione dei soldi ha provocato un impoverimento progressivo della facoltà di gestirli e controllarli; l’analogo di quanto è successo agli orologi quando la tecnologia ne ha insonorizzato il ticchettio. Come la pendola era predisposta per scandire il tempo ogni quarto d’ora, così il denaro contante dava la misura tattile dei soldi. I suoi vantaggi, teorici e a lunga gittata, erano pari agli inconvenienti, immediati e pratici, dell’impotenza maschile: la si può scusare, la si può giustificare, non la si può in alcun caso negare. Quando c’è, indica implicitamente che cosa dovrebbe esserci al suo posto. Il bancomat e la carta di credito somigliano invece all’orgasmo femminile, su cui è sempre rischioso pronunciarsi e al quale alla lunga, per convenienza o per pigrizia, si finisce col concedere un credito illimitato.

Sospesi tra uno stato di coma e uno di abbandono spensierato, gli occidentali di ora provano vergogna ad ammettere che la prospettiva di doversi privare del telefono cellulare li spaventa più della prospettiva di rimanere senza un tetto sopra la testa e di finire in mezzo a una strada.

Tenere sotto gli occhi il ritratto della disoccupazione, dell’emigrazione forzata, del randagismo lavorativo, mette le genti d’Europa in una posizione falsa. Non ci credono e tuttavia, poiché non hanno elaborato un’immagine sostitutiva, si sentono inibiti dal manifestare la loro incredulità verso le immagini comunque anacronistiche che permangono. Si rendono conto che il loro atteggiamento è fraintendibile e non hanno alcuna remora a chiedere scusa: l’unica cosa che rifiutano è di sentirsi in torto.

Né hanno più fiducia nello Stato assistenziale, ogni intervento del quale, anche a volerlo immaginare puntuale, arriva sempre in ritardo. Non c’è Welfare che, nel tentativo di assicurare beni e servizi di prima necessità, non scopra di essere rimasto fatalmente indietro rispetto a ciò che nel frattempo sono diventati i “beni e servizi di prima necessità” secondo i cittadini. Un po’ come quei genitori che al figlio ormai di mezza età continuano a regalare le stesse cose di quand’era ragazzo, sinceramente scioccati dalla sua ingratitudine.

Marco Cavalli

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