L’OCCHIO DI POLIFEMO – Nuova segnalazione di una grotta nel territorio etneo

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di Rosalda Punturo e Orazio Miceli

 

Che l’Etna sia il più grande vulcano attivo d’Europa è un fatto notorio. Ma è di più: con i suoi 1600km2 di superficie che definiscono un contorno ovoidale, microcosmo incastonato sulle rive del Mar Ionio, non è solo vulcano, non è ancora montagna se con questo termine ci riferiamo alle catene montuose alpine o agli Appennini. É una fusione di odori, che non si capisce se piacciono oppure no, come quello dolciastro dei fiori di castagno di giugno o quello selvaggio ed inebriante delle ginestre o l’odore acre di zolfo in prossimità dei crateri sommitali; di colori, come i gialli, gli arancioni ed i rossi dei faggi ad ottobre (qua, a circa 2000 metri di quota, raggiungono il limite meridionale) e come il nero cupo delle lave dei Dammusi. Ed ancora di sapori (vigneti e frutteti abbondano nelle zone più basse). C’è anche posto per il tatto: che dire degli ingannevoli quanto pungenti  cuscini di astragali (endemici della Sicilia) che fanno concorrenza alla lava scoriacea di tipo aa? L’Etna è anche un connubio di culture: prime tra tutte quelle marinare di Acicastello ed Acitrezza, dove circa 500.000 anni fa si ebbero le prime manifestazioni eruttive fino più a nord con le Rocce Nere di Recanati,  dove si trovano in spiaggia le lave fuoriuscite dal cratere eccentrico (cioè che non condivide il condotto vulcanico con l’Etna) del Monte Mojo e che si ritrovano in parte nel letto del fiume Alcantara, con gli spettacolari basalti a fessurazione colonnare. Andando verso le quote più alte, i centri abitati smettono di proiettarsi sul mare per diventare “Porte dell’Etna”: i riferimenti temporali cambiano, scanditi dai ricordi delle eruzioni più o meno recenti. Il mare sembra ormai lontano, anche se la costa ionica si può osservare in tutta la sua linearità e bellezza mentre sia scia beatamente (come dice un messaggio pubblicitario).

In prossimità del bordo meridionale, lungo il contatto con le rocce sedimentarie del substrato del vulcano, si ritrovano ancora i basalti etnei che formano le splendide forre laviche del fiume Simeto (tra l’altro, annoverati tra i Siti di Interesse Comunitario) che, nascendo sui Monti Nebrodi, scorre fino a raggiungere la Piana di Catania. Nel versante occidentale, come non citare Bronte ed Adrano, che prendono i loro nomi rispettivamente da uno dei tre ciclopi e dal demone del fuoco; centri poco influenzati dalla fagocitante Catania, vi sono scorci dove si può ancora riscoprire un’atmosfera contadina  perché no, “medievale”. Tra le bellezze che possono essere annoverate nel territorio etneo, una di queste è data dagli ingrottamenti che in particolare interessano le colate laviche di tipo paheohoe e che danno vita alle grotte di scorrimento diffuse in tutto il territorio etneo  come quella dei Tre livelli, la Grotta del Gelo (che ospita il ghiacciaio più a sud d’Europa) e la Grotta dei Lamponi o la grotta delle Colombe, quest’ultima ubicata nel territorio di Nicolosi. Accanto alle grotte più famose, è da segnalare la presenza di numerosissime altre non meno importanti o interessanti (quelle segnalate a tutt’oggi sono in totale circa 200).

Più recentemente, segnaliamo la scoperta, da parte di Orazio Miceli e Cettina Guglielmino, avvenuta nel mese di maggio 2011, di un’altra grotta impostata all’interno di una frattura. Ci troviamo nel versante Sud dell’Etna, ad una quota di circa 1920 m s.l.m. Alla frattura si arriva partendo dal Rifugio S. Barbara, uno dei posti in cui, storicamente, veniva immagazzinata la neve che veniva quindi prelevata durante il periodo estivo.

Dal rifugio si sale a piedi seguendo il pendio in direzione Nord, lungo il sentiero che porta a Monte Nero degli Zappini. Sulla stessa quota del cratere di Monte Nero degli Zappini, ci si sposta per alcune decine di metri verso Est (in base alla cartografia ufficiale siamo sulle lave datate al 1780-85 che lambiscono il Monte) fino ad arrivare ad una vistosa  frattura che si sviluppa orientativamente in direzione NNE-SSO per circa 70 metri con una profondità media di 12-13 metri (foto 1 e 2). All’interno della grotta si può accedere dalla propaggine a valle della frattura senza uso di materiale tecnico, mentre per accedere dalla parte Nord è necessario equipaggiarsi con corde ed attrezzature normalmente usate in speleologia. Per quanto riguarda l’ingresso Nord si segnala che bisogna prestare attenzione in quanto, poiché ci si trova in una fessura, l’accesso al pozzo che scende in verticale per una decina di metri può risultare pericoloso anche a causa del riverbero della luce. Durante una delle esplorazioni il pozzo è stato attrezzato con una catena; da questo punto è possibile scendere con l’usuale attrezzatura speleologica  fino a scorgere la camera inferiore, nella quale si può osservare l’effettiva zona di scorrimento della lava, con spettacolari stalattiti di rifusione (dette anche “denti di cane”) che ne ricoprono la volta (foto 3); una caratteristica interessante legata al flusso stesso della colata è lo sviluppo di più solai (alcuni spessi anche diverse decine di centimetri). In tutto ad oggi sono state rilevate tre camere (una osservazione dettagliata ha portato alla considerazione che si tratta in realtà di tunnel coalescenti con sviluppo verticale, i quali indicherebbero i diversi livelli della colata stessa (foto 3). Percorrendo la base della frattura verso valle e scendendo quindi in basso si ritrova a destra un cunicolo lungo alcuni metri dove il crollo della volta,  cui il foro corrispondente è circoscritto con un diametro di circa 80 cm, permette di entrare in un tunnel sottostante che si estende verso valle per circa 30 metri ed oltre restringendosi (non sono stati effettuati sopralluoghi oltre la parte accessibile del punto di restringimento).

In base alle osservazioni effettuate sia all’interno che nelle parti esterne della frattura, la particolarità della grotta sta nel fatto che non si è sviluppata in una frattura eruttiva s.s. come tante presenti nel territorio etneo. Infatti, diversamente dalle grotte di scorrimento, secondo la nostra interpretazione è probabile che la lava scorreva al di sotto di una colata preesistente (quindi anteriore temporalmente) lungo delle fratture che ne guidavano il flusso. Il punto di fuoriuscita della lava si trova ad una quota più bassa (circa 1850 m s.l.m). La grotta e la frattura sono state fortunatamente risparmiate dalla adiacente colata del 1985 (foto 2). Ci si auspica, dopo questa segnalazione, di potere effettuare dei rilievi topografici di dettaglio; in questa prima fase, ci siamo limitati ad una descrizione corredata da documentazione fotografica. Infine, per quanto riguarda la scelta del nome da attribuire a questa nuova scoperta: lo scorso agosto, alla fine di una delle esplorazioni, il nostro sguardo ha iniziato a spaziare verso l’alto. All’improvviso è apparso uno scorcio di cielo attraverso una fessura (foto 4), che ci sovrastava imponente, come un unico occhio scrutatore; per questo motivo abbiamo deciso di proporre che la grotta sia chiamata “Occhio di Polifemo”, in continuità con miti e leggende che da sempre hanno contornato la storia dell’Etna.

 Rosalda Punturo e Orazio Miceli

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One thought on “L’OCCHIO DI POLIFEMO – Nuova segnalazione di una grotta nel territorio etneo

  1. Lo stile e la “poesia ” del prof. Cirrincione nel descrivere i fenomeni del nostro dinamico pianeta sono inimitabili.
    Maria Giovanna

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