IL CORPO INCANTATO – Una genealogia faustiana di Michel Onfray

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di Giuseppe Maggiore

Il corpo è un perfido e un traditore: con lui viaggiamo come con un Thug.

Fa sorrisi alla vita ed è un sicario della morte.

Guido Ceronetti, Il silenzio del corpo, 1979

Potremmo cominciare col domandarci: quale ruolo e quale priorità assegniamo al nostro corpo?

Si direbbe che oggi (oggi più di ieri) sia al centro del nostro interesse, e che mai come ora richieda e riceva tante attenzioni. Attività ginniche, trattamenti di benessere, diete, cosmesi, chirurgia estetica… tutto questo denuncia una particolare attenzione alla cura del proprio corpo e agli esiti che questa produrrà sul nostro “apparire” a noi medesimi, e soprattutto, a chi ci sta intorno. Il corpo è al tempo stesso presenza e apparenza, ed è in questo paradosso, in questa ambivalenza  che va inquadrata la sua più intima natura. All’idolo glorioso e glorificato fa da contraltare il corpo patiens, sofferente, vulnerabile, affetto dalla malattia, nei casi più estremi privato di un organo o di un arto (che viene a sua volta “ricostruito” facendo ricorso al trapianto o alla protesi removibile). Al corpo giovane e prestante si contrappone quello debilitato, meno attraente, provato dalla parabola della vecchiaia. È in questo involucro, inteso come traduzione fisica dell’identità, o come proiezione della personalità, che siamo chiamati a spendere la nostra esistenza, un’esistenza in continua metamorfosi. È qui che ha luogo l’eterna battaglia tra la vita e la morte; sul corpo e mediante il corpo si concretano le nostre scelte: da quelle di ordine puramente estetico a quelle più radicali in cui esso coincide con la scelta stessa del vivere o del lasciarsi morire.

La società contemporanea, grazie ai progressi raggiunti dalla scienza, fa del corpo una vera e propria materia prima, un territorio sterminato di sperimentazione. La biologia e la genetica hanno raggiunto straordinari traguardi in grado di modificare e regolare la nascita, la vita, l’amore e la morte degli esseri umani, proponendo all’uomo moderno nuovi mezzi per indirizzare il proprio destino (manipolazioni, diagnostica prenatale, clonazione ecc.). Tutto questo ha finito con il modificare la percezione che abbiamo di noi stessi e del nostro corpo. Il corpo è quindi l’immagine più pregnante di questa contemporaneità che non ammette limiti alle proprie possibilità; l’immagine insieme fatua e appariscente che tende ad un ideale estetico, alla rappresentazione di sé, al superamento dei limiti imposti dalla natura, e finanche al limite stesso del tempo. Le leggi di mercato si sono forgiate sul modello delle leggi naturali, e cioè sul principio inesorabile che tutto è destinato ad avere una scadenza. Ed è proprio questo il limite che la ricerca scientifica tenta di abbattere. Nulla è per sempre, e il corpo lo sa bene, ma ogni mezzo è lecito per dilatare il limite temporale imposto dalla natura, in risposta a un’aspettativa di vita che si vorrebbe far coincidere quanto più possibile con l’eternità. La scienza, in altre parole, aiuta il corpo non solo a sopravvivere ma anche a vivere meglio e a vivere più a lungo. Il corpo, dal canto suo, non può che compiacersene.

Naturalmente c’è anche un rovescio della medaglia, perché la fisicità, specie in quest’epoca così edonistica e ansiosa, porta con sé i segni della sovraesposizione, della patinatura effimera, e della mera materialità. Il corpo, così esibito e manifestato, diviene parte di un palinsesto in cui tutto concorre a legittimare quest’ansia d’apparire, figurino d’un’epoca evanescente resa immateriale proprio dal suo eccesso di materialismo. Eppure, proprio in siffatto contesto in cui tutto sembra ridursi ad edonistica celebrazione della propria immagine fine a se stessa, il corpo diventa ancora una volta, o forse proprio per questo, il campo di battaglia in cui entrano in gioco i temi che attengono all’etica e alla morale. Dietro l’apparente alienazione dalla dimensione spirituale, tipica della società post-industriale, sembra sopravvivere in molte frange della società contemporanea una sensibilità verso la nozione di sacralità della vita, che ancora una volta coincide con la fisicità del corpo (poiché è nel corpo che si è in vita, mentre il contrario non si da); una nozione fortemente connotata da retaggi di natura religiosa, ancor prima che ideologica, con tutto il corollario di riflessioni e di considerazioni che questa comporta. Siamo ormai abituati (specie in concomitanza con le campagne elettorali) ad assistere agli accesi dibattiti in cui scienza, religione e mondo politico si confrontano: consueto talkshow in cui le prime due espongono tenacemente le proprie ragioni, nei confronti delle quali il terzo (cui compete l’onere di legiferare) è chiamato ad assumere delle posizioni che poi influenzeranno la vita di molti cittadini. Quasi sempre le scelte politiche adottate in merito a tali temi propendono verso un’impronta spiccatamente influenzata dai diktat ecclesiastici, e ciò persino in quei Paesi che si proclamano essere costituzionalmente Laici.

È proprio in questo ambito che si colloca l’interessante saggio Il corpo incantato – Una genealogia faustiana del filosofo francese Michel Onfray, recentemente tradotto e pubblicato in Italia dalla casa editrice Ponte alle Grazie. A partire dal dibattito goethiano del rapporto tra Cultura e Natura, l’autore – filosofo risolutamente “tecnofilo” –  getta nel libro le basi per una vera e propria bioetica libertaria che mira a superare le ataviche contrapposizioni attorno ai temi etici che ad intervalli di tempo tanto animano l’opinione pubblica, individuandone il comune nucleo metafisico. Il suo è un punto di vista che ci spinge a guardare oltre l’idea di un corpo segregato nei territori tollerati dal cristianesimo, dove esso viene spesso ripudiato, castigato, mortificato, reso impuro e del quale ci rimangono inibite le potenzialità reali. Di fronte a quanti vorrebbero monopolizzare l’etica e farsi alfieri della natura contro la scienza, quella di Onfray è una presa di posizione esercitata senza il filtro del politicamente corretto: egli prende risolutamente le parti del razionalismo scientifico e della tecnica, e ne esalta i risultati essenziali legati al culto per il piacere e il godimento.

Dalla transgenesi allo “sperma digitale”, dall’elogio della clonazione alla difesa radicale dell’eutanasia contrapposta alle cure palliative e all’accanimento terapeutico, da una riattivazione di alcune tesi classiche sul suicidio alla celebrazione della chirurgia e dei trapianti, Onfray definisce l’dea di un “corpo faustiano”, decristianizzato o meglio post-cristiano, e argomenta la sua tesi iconoclasta a favore di un’etica appassionatamente edonista, diretta conseguenza delle moderne istanze alla cui formazione tutti, in fondo, volenti o nolenti abbiamo contribuito. Tutti, in quanto parte di un’epoca che “(…) trionfa nella meccanica, nella strumentazione per la misurazione, nelle cifre e nei numeri; accumula dati digitali, incrocia risultati matematici; si richiama alla tecnica, alla tecnologia; pretende la produttività industriale e la redditività commerciale; si appoggia su dei saperi che sono forti, su delle conoscenze che sono verificabili; gode di sociologismi infarciti di statistiche e conteggi; (…)”. Tutti siamo espressione di questa vita che – come ci dice Onfray – “È fioritura, fecondità, creazione, costruzione; presuppone sangue, linfa e sperma; presiede alle germinazioni, alle produzioni; trasforma il grano in pianta, il fiore in frutto; fabbrica quanto è necessario perché l’abbondanza, l’eccesso, la forza e il consumo si impongano sulla scarsità, sulla mancanza, sulla debolezza e sull’economia (…)”. Onfray fa del corpo l’oggetto della sua indagine, partendo da quel vitalismo che “(…) se ne sta onnipotente in mezzo a miliardi di spermatozoi che infuriano, in mezzo alla bufera scatenata dalla meccanica delle ovulazioni, quando vengono fabbricati gli zigoti, quando l’embrione si prepara, quando il feto matura, quando l’essere umano cresce, invecchia, muore e si putrefà; (…) resiste nei frammenti di DNA dello scheletro disseccato e sbiancato dal tempo; (…)”. Su questo corpo, che è già di per sé elemento in perenne trasformazione e oggetto di continui riadattamenti evoluzionistici, Onfray affonda con gli strumenti dell’intelletto e della riflessione filosofica, penetra nelle pieghe della carne; la sua è un’ispezione insieme cruda ed elegante, condotta con una perizia che lo fa rassomigliare quasi a un chirurgo in sala operatoria (non a caso egli sceglie di aprire il libro con il lungo e sofferto racconto autobiografico della grave malattia che ha colpito la moglie). Onfray sviscera e mostra, in modo quasi freddo e disincantato, un corpo reso oggetto (in quanto preso nella sua oggettività). È del resto la chirurgia un’azione della quale tutti, in un modo o nell’altro, facciamo esperienza prima o poi nella vita. Il nostro ricorso alla medicina, e alla chirurgia in particolare, presuppone già il nostro dirottamento fideistico da un’attesa miracolistica a una più umana e concreta soluzione che ci viene offerta proprio dalla tanto bistrattata e demonizzata scienza.

“La carne cristiana è una carogna.” Sentenzia spietatamente Onfray in apertura al capitolo dedicato proprio alla chirurgia. “Come può la Chiesa – prosegue – tollerare che qualcuno possa aprire il corpo di un altro, praticare su di esso un gesto che permetta al malato di recuperare salute, forza e forma, richiuderlo e continuare il proprio lavoro su un’altra carcassa con la quale una volta di più lotta contro il destino e mostra la potenza demiurgica dell’umano in azione? (…) Costruendo il proprio edificio sull’odio nei confronti del corpo e sul disprezzo della carne, la Chiesa si vieta quelle attività che riparano e costruiscono.”. Sembrano, queste, affermazioni paradossali se non addirittura false. Eppure, proprio partendo da queste considerazioni che l’autore fa, emerge come il vero paradosso sta proprio nel ricorso alla scienza e alla medicina che gli stessi denigratori del corpo fanno nei casi più disparati. È un corpo patiens che la Chiesa esibisce nei propri luoghi; è un Cristo sofferente che innalza sugli altari (non già un Cristo risorto nel pieno del suo vigore); è una preghiera che consegna arrendevolmente nelle mani di Dio la propria malattia, il rimedio offerto dalla Chiesa. Il morbo della malattia rende giustizia di un corpo “sporco, esecrabile, odioso, spregevole, venuto al mondo in mezzo all’urina e alle feci – Agostino dixit! -, peccaminoso e segnato fin nelle profondità della propria intimità materiale dal peccato originale, il corpo malato fa contenti i difensori del cristianesimo…”. Ecco perché agli occhi della Chiesa il chirurgo incarna l’anticristo: “non salva nella, da e per la morte, ma nella, da e per la vita. Il suo orizzonte non sono la sofferenza e il dolore intesi come altrettante occasioni per meritarsi il paradiso, ma come nemici da sradicare. Ai suoi occhi, la costruzione della salute passa attraverso la restituzione della carne al suo principio iniziale. Il suo intervento sul corpo dell’uomo scongiura e dà congedo al destino, una cosa che nessun prete riesce a tollerare – tanto vale strappare dalle mani di Dio lo scettro che simboleggia la sua onnipotenza…”.

Alla luce di queste considerazioni, il nostro pensiero non può non andare a quei medici che in quanto cattolici si definiscono “obiettori di coscienza”, nei confronti ad esempio di una richiesta di aborto o di una fecondazione assistita, fino ai casi più estremi in cui la richiesta è l’eutanasia. Il mestiere del medico, e in particolar modo del chirurgo, è cercare di ristabilire la salute del corpo – da cui discende il benessere dell’intera persona – avvalendosi degli strumenti che la scienza gli dà, scienza che lui ha abbracciato e scelto come propria vocazione e professione. La materia è ciò con cui si trova a doversi confrontare e sulla quale deve intervenire, una materia che non ammette indugi di natura ideologico-religiosa del tutto fuori contesto. Per il medico l’individuo coincide con il suo problema di salute; per il chirurgo l’individuo coincide con il suo tumore; nel caso della chirurgia estetica, il chirurgo è chiamato a rimuovere o perfezionare quella parte del corpo che il paziente percepisce come fonte di frustrazione e di insicurezza, al fine di accrescerne il benessere e l’autostima.

È proprio su questa materia plasmata e plasmante che Onfray intavola la sua arringa in difesa della scienza e della tecnica, che non sono mai negative in sé, neppure quando applicate alla vita, ma i cui risultati possono essere giudicati solamente in base al loro utilizzo. Oggi disponiamo di un ampio ventaglio di possibilità per poter intervenire sulla nostra esistenza, sta poi a noi scegliere se farne uso e in quale misura. E in tanto conclamato materialismo – si chiederà qualcuno – che posto occupa l’Anima? Già nella formulazione la domanda rivela una concezione dualistica che tende a scindere l’anima dal corpo, e che inevitabilmente rischia di privilegiare l’una a detrimento dell’altro. Ancora una volta è l’autore a fornirci una risposta in armonia con il “corpo” di questo ragionamento, invitandoci a smettere di pensare secondo una modalità dualista, schizofrenica: “Ah! L’anima, questo fantasma ontologico! (…) Cesserò di contrapporre brutalmente corpo e anima, perché questo dualismo, che è diventato una terribile arma da guerra tra le mani degli amatori dell’odio di sé, organizza e legittima una morale moralizzatrice articolata sulla positività dello spirito e la negatività della carne. (…) L’anima di un morto coincide con il ricordo lasciato nella memoria di quelli che l’hanno conosciuto, accompagnato e amato. Non è né riducibile alla materia, né derivante dall’incorporeo  ed è costituita dalla stessa sostanza dei sogni, delle visioni, dei ricordi e delle immagini. Esprime il corpo – vivo o morto – sul principio dell’ubiquità, al di fuori del tempo e dello spazio, quantomeno in ogni tempo e in ogni spazio in cui gli individui si ricordano e si rammentano (…). Onfray esalta in definitiva un Corpo Incantato, modellato dall’artificio  libero e strutturato secondo una nuova energetica vitalista cui corrisponde un’anima che si perpetua attraverso il ricordo e che cessa di essere nel momento stesso in cui questo svanisce.

Nel libro non mancano ovviamente le argomentazioni che prendono in esame i molti altri aspetti che riguardano l’esistenza di una persona, quali l’identità, il cervello, la trasgressione, il dolore, la vecchiaia, la morte, solo per citarne alcuni. Tutti passati al vaglio dall’autore nell’ottica di un’etica che è possibile anche senza Dio, senza sacralità, senza religione e senza trascendenza. Michel Onfray, divenuto grazie alle sue opere (soprattutto con il fortunatissimo Trattato di ateologia) uno dei più popolari e controversi filosofi europei, promette con quest’opera arguta di inaugurare anche in Italia un infuocato dibattito.

Giuseppe Maggiore

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