IL CORPO ESPOSTO – Gunther von Hagens tra arte, cadaveri e divulgazione scientifica

Posted on 23 settembre 2012

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di Massimiliano Sardina

 

Acta exteriora indicant interiora secreta

Gli atti esteriori manifestano i segreti interiori

 

I connotati somatici sono quelli di Joseph Beuys, cappello compreso, ma Gunther von Hagens (le apparenze non ingannino) non è un artista tout court quanto piuttosto un anatomopatologo prestato all’arte.

Tutto ha inizio nel 1978 quando, nei laboratori dell’Università di Heidelberg, sperimenta e brevetta una particolarissima tecnica di conservazione dei corpi subito denominata “plastinazione”. Questa tecnica non ha nulla a che vedere con la mummificazione egizia né con le sperimentazioni alchemiche del Principe di San Severo Raimondo di Sangro, ma si basa su un complesso sistema di sostituzione dei liquidi organici con dei polimeri di silicone. Il trattamento, estremamente laborioso, richiede oltre 1500 ore di intervento per un singolo corpo. Il risultato è a dir poco sorprendente: agendo all’interno delle singole cellule (letteralmente svuotate dalle sostanze deperibili e rese quindi simili a dei piccoli serbatoi) la plastinazione stabilizza la morfologia di organi, muscoli e tessuti scongiurando il processo naturale di putrefazione. Il fine di von Hagens, stando almeno alle sue dichiarazioni, è in primo luogo scientifico-divulgativo, e artistico solo su un secondo livello parallelo. I due aspetti, a quanto ci è dato vedere, sono ben controbilanciati e concorrono nel rappresentare (leggi presentare) l’essere umano alla stregua di una macchina complessa e meravigliosa. Tutti gli interventi plastinatori di von Hagens e della sua équipe specializzata – sia quelli già effettuati nel corso degli anni, sia quelli in lista d’attesa – sono stati resi possibili grazie a un programma legalizzato di donazione dei corpi gestito dal “German Institute for Plastination” (ben tredicimila i donatori consenzienti, tra cui una decina di italiani).

Tutta l’operazione, molto controversa sul piano etico, raccoglie cori di consenso e di dissenso alla vigilia di ogni esposizione. Per una volta a dare scandalo non è la nudità, ma quello che vi è sotto. La visione è insieme stupefacente e raccapricciante: se da un lato si è tremendamente curiosi di vedere come siamo fatti dentro, dall’altro si è tentati di volgere lo sguardo altrove, di chiudere gli occhi con sdegno e disapprovazione. Ed è questo il tasto su cui preme von Hagens quando afferma: <<La morte è un fatto normale, è parte della vita. È la vita ad essere eccezionale.>> e di qui quel perturbante gioco di specchi tra la bellezza dell’orrore e l’orrore della bellezza. Von Hagens ci mostra tutto ciò che l’epidermide cela, tutto ciò che si ramifica e pulsa intorno all’impalcatura ossea. Come un frutto privato della buccia il corpo si sveste della sua sottilissima millimetrica armatura e si svela, si rivela, si manifesta. Il passaggio di scettro tra esteriore e interiore costringe l’osservatore a valutare il corpo attraverso i canoni di un’altra eleganza, sconosciuta, misteriosa, estrema, violenta, ma indicibilmente raffinata.

Ma attenzione. Commetteremmo un grave errore se ci limitassimo a considerare l’operazione di von Hagens sotto una luce meramente scientifico-divulgativa, e quindi rassicurante, magari qua e là impreziosita da quell’attitudine all’estremo tanto cara a certa arte contemporanea (vedi Hermann Nitsch, Orlan o Damien Hirst). Commetteremmo davvero un grave errore se ci soffermassimo alla sola contemplazione della macchina meravigliosa del corpo umano. In gioco c’è ben altro perché la plastinazione del corpo porta inevitabilmente all’oggettivazione del corpo, e quindi alla sua bieca mercificazione. Ben prima del meraviglioso è il macabro a farsi avanti, un corpo depredato della sua dignità umana e esposto come un grottesco feticcio. La plastinazione impedisce la marcescenza, rovina il banchetto alle larve sarcofaghe ma il puzzo che esala è mille volte più forte e nauseabondo. Consegnato alle iniezioni di silicone il cadavere si riduce a un involucro inquietante, un budello farcito di plastica che di umano trattiene solo la spoglia offesa. Interessante sì, anzi spettacolare, ma a che prezzo? E con quali ripercussioni? La necropera incuriosisce, affascina, ipnotizza, stimola una morbosità potentissima, abbatte con noncuranza l’ultimo dei tabù: la nudità estrema della morte. Fino a che punto tutto questo può dirsi lecito, e chi lo decide?

Stupisce che siano ben 24.000 i pazienti in attesa di sottoporsi post mortem al trattamento. Stupisce, sì, perché tutta questa nobile immolazione alla scienza non può non nascondere la convinzione di una specie di resurrezione, di sopravvivenza, l’illusione di un’eternità. Alla moda anni Ottanta dell’ibernazione ora è subentrata quella della plastinazione. Tutti consenzienti, e la legge lo permette, tanto che in Cina, a Dalian, lavora a pieno ritmo una vera e propria industria di plastinazione di corpi umani, con numeri a dir poco impressionanti. Nel mondo le industrie di questo tipo sono ufficialmente cinque. A Guben, in Germania, ha sede il più grande laboratorio-museo aperto al pubblico e alle scolaresche. Impossibile non stabilire un parallelo con quanto avvenuto in questi stessi territori durante l’olocausto nazista. L’importanza dell’aspetto scientifico-divulgativo finora ha sempre avuto la meglio su ogni altra considerazione etica o morale. L’enorme successo mondiale delle mostre itineranti non fa che cementare la convinzione che si tratti tutto sommato di una cosa utile e giusta. Certo le associazioni e i movimenti militanti anti-Hagens non mancano, il dibattito è sempre molto acceso ma la macchina dell’art-anatomopatologo (noto anche come Dottor Morte) non accenna a fermarsi, anzi. Von Hagens, dal canto suo, rifiuta tutte le accuse che gli vengono mosse sostenendo di agire unicamente per il bene dell’umanità. Dalla sua ha il benestare dei donatori e l’okay delle autorità, e questo gli basta.

Come ogni artista di fama internazionale anche von Hagens conta degli agguerriti collezionisti, pronti a pagare fino a 80.000 dollari per un esemplare umano plastinato. La mercificazione del Dottor Morte si è spinta anche oltre (…sempre ammesso che sia possibile spingersi oltre) con la messa in vendita di lacerti e pezzi di carne umana (operazione subito bloccata dalle autorità). Dietro l’alibi della divulgazione scientifica sembra celarsi un progetto molto più ampio e oscuro, ed è davvero difficile non scorgere un delirio d’onnipotenza in questo traffico di esseri umani (morti sì, ma pur sempre esseri umani). Körperwelten, Body Worlds (e cioè Il Mondo del Corpo), questo è il titolo scelto da von Hagens per il suo museo anatomico itinerante. La dottoressa Angelina Whalley, moglie e stretta collaboratrice dell’anatomopatologo tedesco, ha curato il concept del percorso espositivo, introducendovi numerosi esempi di anatomia comparata (organi sani posti accanto a organi malati) ponendo l’accento sulla vulnerabilità del corpo e sull’importanza della prevenzione attraverso l’adozione di uno stile di vita più sano e consapevole. Tutti i cadaveri plastinati che compongono l’esposizione Body Worlds sono correlati al “cuore”, organo centrale ed emblematico che qui rivendica la sua funzione di “motore” del corpo, e che compare a più riprese come un leit motiv.

Dopo le tappe di Napoli e Roma la mostra aprirà dal 3 ottobre 2012 a Milano negli spazi espositivi de “La Fabbrica del Vapore”; ad oggi, nel mondo, i visitatori si attestano intorno ai 34 milioni. Segnaliamo inoltre, a Londra, la mostra satellite Animal Inside che offre un altrettanto nutrito campionario di corpi plastinati, in questo caso corpi di diverse specie di animali. L’esposizione Body Worlds comprende venti corpi umani (ventuno, con un feto di tre mesi), centinaia di organi sezionati e alcuni esemplari animali. Il messaggio didattico-salutista, ben studiato a tavolino, non stempera l’atmosfera da circo mortuario. Lo spazio espositivo, nonostante tutti gli imbellettamenti didattici, assurge a tutti gli effetti a un obitorio. Il corpo residuo, debitamente scuoiato, diviene oggetto di una serie di installazioni funzionali a metterne in risalto le qualità muscolari. Le pose ridicole, irriverenti, finiscono col mettere però irrimediabilmente in secondo piano l’eleganza dell’endostruttura che solo a tratti si riesce a intravedere sotto il lugubre ready-made. Quella che vuol essere sdrammatizzazione della morte e proclamazione dell’eccezionalità della vita si risolve nel complesso solo in una triste aberrante desacralizzazione. Sebbene sulla carta figuri come “consenziente” il corpo sembra invece impersonare il ruolo di un testimone involontario, di un sopravvissuto alla memoria di se stesso, niente più che un fantoccio senza nome, senza storia, senza dignità. Non è più l’uomo, ma appunto il donatore (colui che ha rinunciato a sé, al suo sé universale di uomo in relazione ad altri uomini).

Il donatore non è che materia da riciclare, un mucchio esanime di carne e ossa messo nelle mani di un demiurgo con licenza di plasmare, di sezionare, di riassemblare e di plastificare! Ad altri donatori (si direbbe i più fortunati) è riservato invece l’onore di impersonare famose opere d’arte, da Leonardo (celebrato anche come uno dei più grandi studiosi di anatomia) a Cezanne. Ispirandosi a un disegno di Leonardo (la bozza per la statua equestre del Duca Francesco Sforza) von Hagens propone una sua particolare versione del Cavallo impennato con Cavaliere (qui l’uomo sorregge in una mano il suo cervello e nell’altra quello del cavallo); l’opera, inoltre, vuol rimandare anche al Cavaliere dell’Apocalisse realizzato nel XVIII secolo dal veterinario Honoré Fragonard, inventore di un metodo di conservazione dei corpi (di animali) consistente nella sostituzione del sangue con cera colorata e nel fissaggio dei tessuti tramite una particolare lacca. In Fragonard von Hagens individua il primo tentativo programmatico di conciliare arte e anatomia. Di Cezanne, invece, ci sembra di cogliere una vaga eco ne I giocatori di poker (un gruppo di plastinati utilizzato peraltro in una scenografia di un film della serie 007). Altre pose richiamano ora l’iconografia della crocifissione, ora quella dell’uomo vitruviano, ma per la gran parte i plastinati sono impegnati in virtuosismi atletici con ridondanti sfoggi muscolari; non mancano i sassofonisti, i chitarristi, gli spadaccini, i giocatori di scacchi, i fumatori e i copulatori. Se il Dottor Morte si fosse limitato a un solo esemplare plastinato, uno solo, lo avremmo forse giudicato con un’ottica diversa, e lo avremmo compreso sia in qualità di studioso anatomopatologo sia magari anche di artista. Sono però i numeri a spaventare e a preoccupare. Queste migliaia di cadaveri imbottiti di plastica stipati chissà dove in attesa di un’esposizione o, peggio ancora, in attesa della compravendita dell’ennesimo collezionista. Body Worlds

Come altro definirlo se non un ributtante presepio del cattivo gusto? Un tableau vivant alla rovescia dove l’umano (o quel che ne resta) scimmiotta lo zombie, e viceversa.

 Massimiliano Sardina

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