CANZONI D’AUTORE E POESIE

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di Carlo Camboni

Sono solo canzonette? Il confine tra canzone e poesia è piuttosto labile, sottile, insondabile e tanto si disserta sul rapporto e le influenze tra le due espressioni artistiche senza venirne facilmente a capo. La canzone d’autore possiede innegabilmente valore letterario, eppure alcuni cantautori (De Gregori, ad esempio) non si ritengono poeti così come alcuni poeti escludono che la canzone sia degna del rango di poesia, se non in rari casi. È proprio per il significato vago e onnicomprensivo che oggi ha la poesia che una distinzione formale pare quasi priva di senso.

Ci lamentiamo del fatto che tanti poeti vivono dimenticati ma mentre ci viene facile evocare i versi di cantautori della scuola genovese come De André o Lauzi, più difficilmente ricordiamo che anche Montale, Caproni, Sbarbaro hanno reso lustro alla bella città ligure. Gli accordi e gli strumenti sono sempre stati complici di narratori e cantastorie e dobbiamo ammettere che la musica in una canzone sostiene il testo, lo arricchisce, lo illustra, lo imprime indelebilmente nella nostra memoria: se proviamo a recitare il testo di una canzone, la musica vi rimarrà in certo senso “attaccata”.

Lungi dal definire la canzone come la poesia contemporanea e ben sapendo che non tutti i cantautori sono (anche) poeti dobbiamo constatare la più facile lettura di un testo se accompagnato dalla musica. Tralasciando il vezzo snobistico di alcuni letterati che continuano a rimarcare la distinzione e la distanza tra cultura alta e cultura popolare, possiamo andare oltre i generi letterari: il genere è solo un’illusione! Per me vale la massima di Giordano Bruno per cui generi e specie in letteratura sono tanti quante le opere stesse.

Nel maggio 2008 alla Cambridge University, per l’esame di Practical Criticism, fra lo stupore di tanti studenti, viene chiesta una comparazione tra il testo di una canzone di Amy Winehouse, Love is a losing game e una lirica di Sir Walter Raleigh, scritta nel 1592. La traccia del tema, insiste sulla parola “lirica”, alla cui voce sul dizionario leggiamo: “destinato a essere recitato con l’accompagnamento della lira”. È inconfutabile che il bisogno di poesia, innato nell’uomo e così ardente negli anni della giovinezza, viene sempre più spesso appagato con l’analisi e lo studio dei testi delle canzoni, un bisogno quasi primordiale, caratteristico delle ultime generazioni. Pier Vittorio Tondelli usa disinvoltamente il termine poeta riferito ad alcuni cantautori: “i significati, le tematiche, le argomentazioni, le idee, [dei cantautori] venivano vagliati, esattamente come si faceva, la mattina, a scuola, con Giacomo Leopardi: cosa ha voluto dire qui il poeta? E come lo ha detto? Usando quale metro?…” (da Un weekend postmoderno).

Tanti sono i poeti che adattano i loro versi alle canzoni o li scrivono appositamente spinti da curiosità e passione: nei decenni passati Pasolini e Calvino e in tempi recenti Panella per Battisti, Sgalambro per Battiato, Roversi per Dalla e Merini per Milva e Nuti, solo per citare alcuni casi. Pierpaolo Pasolini, poeta vero, sosteneva che le canzoni hanno “un valore obiettivamente poetico”. Il suo amore per il dialetto e la cultura popolare lo spinse a scrivere versi in romanesco interpretati prima da Laura Betti (la quale cantò anche Moravia e Soldati), e poi da Gabriella Ferri: Macrì Teresa detta Pazzia, Valzer della toppa e Cristo al Mandrione. Domenico Modugno, all’apice del suo successo, dopo una collaborazione con Salvatore Quasimodo che lo autorizzò a musicare due sue poesie, fu contattato da Pasolini per cantare “Che cosa sono le nuvole”, struggente colonna sonora di un episodio del film Capriccio all’italiana girato dall’artista nel 1967. Calvino elaborò e offrì i propri versi al musicista Liberovici. Cogliamo un nesso, dunque, un trait d’union dove intuizioni e inventiva del poeta sono al servizio della musica senza barriere o schemi precostituiti.

Il termine cantautore (cantante – autore) fu coniato negli anni sessanta ma l’uso di un linguaggio universale e duraturo, tipico della poesia, è di pochi: De André, Tenco, Lauzi, Guccini, Fossati, De Gregori, Dalla, Gaber, Jannacci e pochi altri cantano storie universali e condivisibili a volte indulgendo a compiaciuti riferimenti eruditi, ma rimanendo sempre comprensibili e alla portata di tutti. Alcuni esempi: la facilità con cui De André descrive l’amore, il suo essere fuggevole e in continua evoluzione: “Venuto dal sole o da spiagge gelate / perduto in novembre o col vento d’estate / io t’ho amato sempre, non t’ho amato mai”. De Gregori disegna abilmente La donna cannone, piccolo artista e piccolo mostro che non ha paura di morire per amore nell’indifferenza di tutti: “Così la donna cannone, / quell’enorme mistero volò / tutta sola verso un cielo nero nero s’incamminò. / Tutti chiusero gli occhi nell’attimo esatto in cui sparì, / altri giurarono e spergiurarono che non erano stati lì.” Non è un caso, dunque, se nel 1992 e nel 1993 il premio di poesia Guggenheim – Montale è stato attribuito a due cantautori, Francesco Guccini e Paolo Conte.

Ma tra cantautori e poeti, chi ha influenzato chi? Difficile non abusare del termine “influenza” ma nei casi che seguono andiamo oltre lo scambio dei generi, delle affinità elettive, della citazione del Maestro: l’attenzione e il culto delle parole che si fanno poesia raggiunge splendidi risultati con i lavori di Branduardi che canta Yeats e De André che trae ispirazione dall’Antologia di Spoon River di Edgar Lee Masters per “Non al denaro, non all’amore, né al cielo”: alcuni critici sostengono che De André offra un’interpretazione più vibrante della traduzione della Pivano! Ancora, la cantante Alice nel 2003, col disco “Viaggio in Italia” si misura con il gotha del cantautorato italiano e lo fa con lo stile che le è proprio, un approccio raffinato con cui reinterpretando Gaber, Battisti, De Gregori e Fossati traccia idealmente un canzoniere italiano di incredibile bellezza. A Carmen Consoli, la cantantessa, spetta di diritto un posto tra i cantautori per la cura e l’attenzione nella scelta di ogni parola dei suoi testi: “Guardavo le sue mani che enfatizzavano / opinioni con eleganza / tra le improvvise somiglianze simboliche intuizioni”.

È evidente; dovremmo smettere di trovare definizioni, risposte o verità, ma indulgere nell’azzardo: il fascino della canzonetta è irresistibile, il suo richiamo quello di una sirena! Clamoroso, in questo senso, l’inserimento da parte di Luchino Visconti di una canzone come “Testarda io” di Iva Zanicchi che in una scena del film “Gruppo di famiglia in un interno” irrompe creando un effetto melodrammatico. Diceva François Truffaut: «le canzoni che più mi hanno segnato sono anche le più stupide». Come dargli torto? Sarà il tempo l’arbitro assoluto, colui che deciderà il valore della canzone: noi, al momento, possiamo cercare di definire i limiti di un canzoniere dove sicuramente non c’è posto per la facile rima amore/cuore!

Carlo Camboni

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2 thoughts on “CANZONI D’AUTORE E POESIE

  1. Non si può semplicemente dire la verità: cioè che Poesia e Canzone usano strumenti simili ma sono due linguaggi diversi?
    La canzone ha spazio per i momenti strumentali, mentre la poesia può avere la divisione in strofe, le ripetizioni di versi o parole o ancora i vocalizzi sono parte del linguaggio della canzone ma non sarebbero accettati allo stesso modo in poesia.
    In poche parole: per dire che una canzone ha un bel testo perchè dobbiamo paragonarla alla poesia? Non c’è più la distinzione tra generi alti e bassi; non può andare bene dire che una bella canzone è una bella canzone, così come una bella poesia è una bella poesia?

    1. Ciao Vincenzo!
      Mi fa piacere che ti abbia incuriosito questa specifica parte delle mie considerazioni.
      Sono d’accordo con te sulla necessità di non distinguere tra cultura e Cultura, tanto che ho scritto: il genere è solo un’illusione! Per me vale la massima di Giordano Bruno per cui generi e specie in letteratura sono tanti quante le opere stesse.
      La distinzione l’hanno fatta alcuni poeti, da me interpellati sul tema, poetesse per esempio, che mi hanno risposto “no way, due mondi diversi”. Curioso, no?
      Posto che per essere poetico un testo deve avere un linguaggio universale e, soprattutto, duraturo.
      Un saluto, Carlo.

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