BUSI IN BALLO – Viaggi tematici e innocenti incursioni nell’Opera di Aldo Busi

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a cura delle Redazioni Altri Abusi & Amedit

El bailo, el bailo del cavron!

(Aldo Busi, E io, che ho le rose fiorite anche d’inverno?)

La danza è un motivo ricorrente nell’opera letteraria di Aldo Busi. Non lo si può definire un tema o un argomento perché non invade mai il centro della scena e dell’attenzione; è quasi sempre una metafora, e ormai persino chi evita di leggere Busi sa che nei suoi libri, e nei romanzi in modo particolare, le metafore si presentano di profilo, mai frontalmente, e tanto più fanno centro quanto più passano per banali e inosservate.

Se in Busi la danza è metafora di qualcosa, lo è di preferenza della libertà. Parliamo di una libertà conquistata con la forza, anche di disciplina nel vietarle di sconfinare nell’arbitrio, non di una generica libertà apolitica, da canzonetta.

In Seminario sulla gioventù (1984), il protagonista-narratore elegge la danza e il ballo a espressione primigenia di uno scatenamento (proprio in senso etimologico) ancora amorfo ma già proteso a elaborare uno slancio di tipo alfabetico.

Barbino alla fine adottò come cavallo di battaglia una canzone molto in voga nei balli a suon di fisarmoniche sull’aia, dove nel bughi-bughi ancora si cercava di imitare le acrobazie dei soldati americani senza andare a sbattere contro i piloni dei fienili e senza slogarsi scapole e caviglie, la canzone faceva “Ehi mambo, mambo italiano, ehi mambo”: Barbino si dimenava come non mai al suo proprio ritmo con la violenza e la voluttà di chi ce l’ha nel sangue di rompere e scuotere via ogni ceppo e catena.

(Seminario sulla gioventù, Mondadori 2010, p. 9)

In un libro più tardo, Altri abusi (1989), la figura del bambino che danza da solo piegando ai propri personali disegni coreografici la musica popolare che va per la maggiore in quel momento, si annette un altro elemento fisso della fenomenologia busiana: lo specchio.

Bambine e bambini che si dimenano a suon di musica specchiandosi su una superficie riflettente, se ne trovano parecchi in Busi. Ne citiamo alcuni: la grassa Teodora del romanzo La Delfina Bizantina(1986), il bambino Amer che balla alla luce della luna spiato alla finestra dal suo alter ego che, nel chiuderla, vi si specchia sovrapponendo la propria faccia a quella del ballerino notturno. Lo specchio e l’immagine riflessa, associati alla danza in solitaria, evocano la scrittura. La musica integra la metafora fornendo la nozione di ritmo, su cui Busi elabora la peculiare musicalità della sua prosa e la sua concezione, insieme storiografica ed estetica, di modernità.

A tredicianni bisognava stordire l’isolamento del bar, era come essere segregati in una prigione aperta. È certamente da lì che ho perfezionato l’istinto di farmi compagnia alla grande. Nel vetro della porta, radio a tutto volume, provavo un piacere esaltante a guardarmi ballare – ballavo il rock-and-roll da solo, poi ci fu il cha-cha-cha, poi il twist, ma il mio sogno era fare il tango figurato con le donne anziane o almeno non bambine come me. Adesso, in quella porta a specchio, non vedo la mia immagine allampanata che si contorceva con qualche simmetria: vedo chiazze premonitrici d’inchiostro che si scombinano un attimo, vedo poi sequenza per sequenza, intravedo pagine sovrimpresse nella fugacità imprendibile di un ritmo. Senza saperlo scrivevo la vita del ballerino che non sarei diventato nella materia più simile al vento per trasparenza che corre via: uno specchio. I più grandiosi spettacoli a cui ho mai assistito li ho allestiti da me con utensili rudimentali ma portati a un grado di massima raffinatezza tecnica grazie al rimuginio psichico implicito in ogni improvvisazione.

(Altri abusi, Mondadori 1994, pp. 56-57)

Se ballare significa “andare a tempo”, il ballo in Busi è spesso rappresentato come il sincronismo che un individuo solitario riesce a ricavare da se stesso, una specie di congruenza tra ciò che è e ciò che gli altri ritengono che sia – sincronismo che si contrappone polemicamente a un “andare a tempo” di tipo coercitivo-comunitario, a un passo dell’oca. Angelo Bazarovi, in un passaggio ormai celebre del romanzo Vita standard di un venditore provvisorio di collant (1985), prova a riaffermare ballando l’armonia indecifrabile del proprio io. Lo fa nel campo di concentramento della finta anarchia, la discoteca, in mezzo a stili di ballo indistinguibili come le persone che li praticano, le quali ben presto, spaventate e ammirate, fanno il vuoto intorno al ballerino solitario.

Una delle ragioni che lo riempie d’orgoglio mentre slancia la gamba in alto e cade perpendicolare sul pavimento è che lui non si sente e non è il frutto prestabilito da un compromesso fra domanda e offerta, ma un prodotto che da sé si ingenera e da sé cerca di imporsi contrariamente a ogni buon senso del mercato vigente. Lui arriva, bardato di tanti cartellini del prezzo “zero” che nessuno condivide, e prosegue senza mete prestabilite e senza compagno. Ci si può ballare sopra fino a stordirsi. Danzare è una voluttà simile alla teoria della sordità fatta da un muto a una platea di ciechi: esiste solo la teoria, che non si articola né si sente, la danza in sé.

(Vita standard di un venditore provvisorio di collant, Mondadori 2009, pp. 518-519)

Il concetto dell’ “andare a tempo” conosce in Busi una grande varietà di elaborazioni scritturali, cui corrispondono sfumature di significato che partono dalla danza e finiscono nella politica, cioè nella rappresentazione pubblica di sé.

L’intervista è un genere letterario che in molte occasioni permette a Busi di parlare di sé come scrittore e personaggio pubblico lasciando parlare una personalità che eccelle in rami artistici limitrofi; nella fattispecie, la famosa danzatrice e coreografa Zizi Jeanmarie, che durante un colloquio à deux, che diventa una specie di  passo a due tra ballerini specializzati in ritmi diversificati e complementari, ha modo di chiarire che cosa intende lei (e cosa intende lo Scrittore che la intervista) quando parla di “andare a tempo”.

“Vede, una ballerina muore due volte: una, quella dovuta e mi sta bene, l’altra, quella più insopportabile, quando ha raggiunto il massimo della raffinatezza, della tecnica, del possesso dei suoi mezzi espressivi, quando conosce l’estensione millimetrica dei suoi muscoli e dei suoi tendini, la partitura definitiva del suo corpo di scena, insomma: la maturità artistica non più perfettibile. Ecco: a quel punto, deve morire, abbandonare il campo o diventare ridicola. Pensi a Nureyev: un genio, e ora un caso umano soltanto.”

(Altri abusi, Mondadori 1994, p. 172)

Una delle ultime apparizioni della figura busiana del danzatore solitario, ce lo presenta cresciuto, esiliato in Grecia e doppiamente scisso: tra affari & finanza e “la mia vera passione”,  e tra sé e lo Scrittore in trasferta, amante molto provvisorio ed estemporaneo che lo ha rimorchiato allo Zappion park di Atene e ora lo interpella. Il brano, estrapolato dalla miscellanea Bisogna avere i coglioni per prenderlo nel culo, è straordinario. Racconta il raggiungimento di un’intesa fisica immediata tra i due uomini; intesa che non può procedere oltre a causa delle informazioni su di sé che il ballerino comunica innocentemente allo Scrittore. Quest’ultimo, ascoltando il suo amante estemporaneo, si rende conto di aver incontrato un altro se stesso. Non c’è bisogno di esplicitare il senso delle parole dell’anonimo ballerino per cogliere le similitudini che lo connettono allo Scrittore. Qui lo specchio e la musica sono diventati elementi puramente psichici: il mondo si è ristretto alle capacità del ballerino/scrittore di farlo rivivere nella sua danza solitaria.

Messo di fronte alla possibilità di amarsi facendo finta di niente, e di amare il ballerino lasciandolo però sui due piedi, lo Scrittore non esita un solo istante: ritorna a ballare da solo, anche lui.

“[…] Hai un fisico stupendo, fai nuoto o uno sport così, sei un istruttore ginnico, un coach?”

“No, no, io mi occupo di finanza e di borsa, ma da quando ero ragazzo dedico due ore al giorno alla mia vera passione, la danza.”

“Ah!”

“Sì, sì, da ragazzo andavo a scuola di danza, anche quando facevo economia all’università, ora studio tutti i balletti dei grandi in cassetta e dvd, e poi cerco di imitarne i passi, ho una grande stanza dove posso librarmi … meglio che andare in palestra, no?”

“Altroché.”

“Però nella grande stanza non ho specchio e la musica l’ascolto mentalmente, nel senso che non mi guardo e non metto mai nessuna musica quando mi esercito, danzo nel silenzio più totale, senza dimenticare che siamo a Atene, dove il silenzio non sanno nemmeno cos’è. L’ultimo silenzio che abbiamo avuto qui è stato quello seguito alla carneficina delle Termopili. […]”

(Bisogna avere i coglioni per prenderlo nel culo, Mondadori 2007, pp. 170-171).

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One thought on “BUSI IN BALLO – Viaggi tematici e innocenti incursioni nell’Opera di Aldo Busi

  1. A pagina 17 dell’edizione Adelphi del 2003 de “Seminario sulla gioventù” c’è il più bel verso prosastico che io abbia mai letto:

    “E intanto ballava per sé al cospetto dei paraggi.”

    Scopro poi, curiosando, che il doppio ottonario è rarissimo nella versificazione italiana, e che fu scelto dal poeta Enrico Thovez per il suo “Poema della adolescenza”.

    Leggendo il poema online mi ha attratto il componimento “Sulla neve” il quale, per lo slancio generoso della sua enfasi, per una certa scelta lessicale, e per il giocarsi sull’opposizione della fiamma interiore contro il gelo di fuori, tra una intensa solitudine opposta a una fumigante folla festante, mi rimanda in maniera inaspettata, e certo più barcollante, alla Letteratura ben più coreografata e disciplinata e riscattata di Aldo Busi.

    Ecco il componimento di Thovez a cui mi riferisco:

    Sulla neve

    La via è muta. Non sento suoni : non so dove sia.
    Eppure è qui. Mi figuro la sala. i lumi, la folla :
    vedo la sua testa bionda : ride, e si slancia nel ballo.
    Oh, sono pazzo! Mi perdo, io, per un arido cuore
    che non m’intende, cimento la mente a orribili prove,
    ma l’amo tanto ! son cieco, e brucio di gelosia !
    Cammino sopra la neve. Guardo le stelle. Scintillano
    rigide e dure tra i rami neri degli alberi morti :
    è il grande, uguale silenzio della città nevicata.
    Si leva un soffio di vento: le fiamme gialle dei gas
    tremolano sul candore. Nessuno. In sere lontane
    d’inverno, ancora fanciullo, ho vacillato ascoltando
    solo cosi, tra la neve, echi di musiche fioche…
    Vorrei gridare, mi sento scoppiare il cuore, barcollo,
    m’appoggio al muro, ed invoco alla mia rabbia una donna!
    Oh, almen l’ebbrezza, l’oblìo ! Ardo di abbracci e di baci,
    voglio anch’io stringere un seno fra le mie mani febbrili !
    Ah! ero tanto superbo d’essere puro e leale!

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