LO SGUARDO OBLIQUO. Breve storia dell’Invidia

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Sorgi, bel sole, e uccidi l’invidiosa luna…

(Shakespeare, Romeo e Giulietta)

di Massimiliano Sardina

 

l'invidiaÈ tra noi. È dentro di noi. Si insinua nei pensieri, nei desideri, nelle ambizioni e attecchisce in ogni angolo e in ogni spigolo delle relazioni umane. È ambigua, sottile, tagliente, sempre in agguato. Impossibile prevenirla. Estremamente difficoltoso ignorarla o reprimerla. Ma che cos’è esattamente? Da cosa è originata? È un vizio o un sentimento? Andiamo per gradi. Secondo la definizione reperibile in un comune dizionario l’Invidia è: un sentimento di cruccio astioso per la felicità, la fortuna, il benessere altrui. Da un punto di vista strettamente evoluzionistico potremmo  considerare l’Invidia come un effetto collaterale delle dinamiche legate alla competizione all’interno di una specie o tra specie differenti; un residuo fossile, dunque, riconducibile a una necessità di sopravvivenza. L’Invidia, nella sua desinenza più atavica, scaturirebbe quindi dall’attrito primordiale tra un vantaggio e uno svantaggio. All’Invidia “positiva” motore della competizione naturale si contrappone l’Invidia “negativa”, quella che Cervantes nel Don Chisciotte associa al “verme roditore”. Sale e veleno delle relazioni umane l’Invidia sfugge a una definizione univoca e si caratterizza in un’infinità di sfumature, tutte rigorosamente (come tradizione vuole) nei toni del verde; l’espressione popolare ricorrente “verde d’invidia” si riferisce infatti alla cromia biliosa di quella passione trista che divora il fegato e secerne umori veleniferi. Si veda a tal riguardo l’allegoria giottesca nella Cappella Scrovegni di Padova: qui l’Invidia assume le fattezze di una brutta megera dalla cui bocca fuoriesce una lingua a guisa di serpe che inarcandosi le sputa il veleno dritto negli occhi; l’Invidia prima o poi si ritorce sempre contro chi la nutre e la esercita (e di qui l’altra celebre espressione popolare: “crepare d’invidia”). Nella teologia cattolica l’Invidia è uno dei sette peccati capitali, consistente nel dolore per il bene altrui, considerato come una lesione o una diminuzione del bene proprio. Vizio, peccato, sentimento o passione: per chi la nutre, in qualsiasi accezione la si consideri e la si esamini, l’Invidia non è mai fonte di piacere. Desiderare di essere chi non si è, desiderare di avere quel che non si ha, nella dinamica quotidiana del confronto dove il trionfo dell’altro è vissuto e subìto quale contraltare del proprio fallimento. L’invidioso (o invidiante) vive una condizione di sofferenza e di inadeguatezza, non trae alcun godimento dal suo tarlo roditore, dalla sua passione trista, dal suo vizio senza piacere. L’invidioso patologico non si dà pace della felicità e della realizzazione altrui, privilegi che si vede negati da un destino ostile e che fa coincidere dolorosamente con quanto di irrisolto, di fallimentare e di insoddisfacente accompagna il proprio vissuto interiore, relazionale o professionale; il successo dell’altro viene percepito unicamente come una minaccia, come un ostacolo alla propria affermazione. L’Invidia è una frustrazione che trova terreno fertile nelle personalità più egoiche, quelle concentrate solo su loro stesse e assolutamente incapaci di arricchirsi attraverso un sano confronto con l’altro; questo smisurato e mal riposto amor proprio si traduce in un giudizio fuorviato dell’altro, nell’insana convinzione che l’altrui trionfo debba necessariamente comportare la propria disfatta. <<L’invidia>> come recita una Massima di La Rochefoucauld <<è un furore che non può sopportare il bene degli altri.>> La ferita narcisistica dell’invidioso è autoinferta dal senso d’inferiorità, dalla consapevolezza dei propri limiti e dall’incapacità di accettarli. L’invidiato è tale perché ha sempre qualcosa in più rispetto all’invidioso che, proprio in virtù del suo inappagamento, è sempre deficitario. Possiamo distinguere tra un’Invidia implosiva passiva e un’Invidia esplosiva attiva. Per la sua natura giana e ambigua l’Invidia quasi mai si manifesta in modo chiaro e plateale. L’etimologia della parola stessa in-videre si riferisce infatti a una particolare obliquità dello sguardo, un “certo modo” di guardare nefando e sinistro. L’occhio malevolo ci rimanda alla superstizione medievale del malocchio e ancora più indietro nel tempo fino allo sguardo letale della Medusa greca. Quel che l’invidioso ha di più sincero glielo si legge negli occhi, e a questo riguardo Plutarco (nei Saggi conviviali) parla di “irradiazioni malsane” che colpiscono il malcapitato procurandogli sensazioni oscure e negative.

l'invidiaNelle arti figurative tardomedievali ne troviamo numerosissime rappresentazioni; abbiamo citato la famosa allegoria di Giotto, ma forse la visualizzazione più calzante è quella offerta da Bosch nella celebre Tavola sui vizi capitali. L’Invidia non ama mostrarsi, e quel che traspare è una sorta di effetto collaterale, un’espressione involontaria, ingovernabile. Buon per l’invidiato se se ne avvede per tempo. L’invidioso vede male, vede ciò che non riesce a vedere, vede una realtà distorta, mostruosa come quella riflessa da uno specchio deformante. Questa sfocatura, questo difetto dell’iride mentale, fa sì che l’invidioso riceva del mondo (e del suo prossimo) un’immagine sempre adulterata e difforme; al vaglio di questa lente guasta i talenti e i successi dell’altro si gonfiano e si ingigantiscono ingenerando per riflesso un altrettanto sproporzionato senso di inferiorità. Per dirla con Cechov: <<Dall’invidia si diventa strabici.>>  Fintanto che l’Invidia è passiva nessun problema. Tutto si complica quando l’Invidia si fa attiva e sfocia nel risentimento e nella vendetta, in una serie di azioni diffamatorie e denigratorie finalizzate alla svalutazione dell’altro e all’accrescimento (seppur illusorio) della propria autostima. <<L’odio>> scrive Goethe <<è un malcontento attivo, l’invidia un malcontento passivo. Per questo non ci si deve meravigliare se l’invidia sfocia così presto nell’odio.>> Anche qui nulla di plateale. Fedele al suo modus operandi obliquo e sotterraneo anche l’Invidia attiva procede per vie traverse, subdole e indirette. L’altro, il nemico, diviene bersaglio di una sequela di azioni lesive che nei casi più estremi si spingono fino alla calunnia. Danneggiare pubblicamente l’atro con ogni mezzo, ridimensionarne i meriti, svalutarne le qualità morali o professionali, svilirne l’intera persona facendo appello a ogni sorta di astuta menzogna. Solo ricorrendo a siffatte strategie svalutative l’invidioso patologico attivo può sperare di trovar sollievo, piacere no, sollievo, perché ricordiamolo: l’Invidia è un vizio senza piacere, un male oscuro che non conosce guarigione. Con Gregorio Magno, nel VI secolo, l’Invidia entra ufficialmente nel prontuario cristiano della colpa, seconda dei sette vizi capitali. Per la sua connotazione subdola l’Invidia si poneva in netta antitesi con quell’amore caritatevole verso il prossimo che caratterizzava i precetti cristiani; e già la riflessione teologica aveva ben chiara la natura anomala di questo vizio (molto diverso dagli altri del settenario), un vizio senza soddisfazione che già contemplava in sé una punizione: l’impossibilità di trarne dall’esercizio reali benefici. L’invidioso vive in uno stato di lacerazione perpetua, refrattario a quell’autoanalisi che sola potrebbe risanarlo. Negli studi psicanalitici contemporanei l’Invidia è analizzata e indagata come specifico dolore mentale. <<L’invidia>> scrive Paolo Roccato <<è la “bestia nera” degli psicoanalisti (…) È un elemento importante dell’esistenza che può seriamente ostacolare il benessere personale e relazionale degli individui, delle coppie, dei gruppi e di ogni aggregazione umana.

Le teorizzazioni correnti sull’invidia, però, appaiono molto farraginose e poco convincenti. Se noi pensiamo l’invidia come una particolare forma di dolore mentale tutto si chiarisce, senza bisogno di teorizzare improbabili diavolerie (…) L’invidia è lo specifico dolore mentale, la specifica emozione dolorosa che è adeguato alla percezione che noi non siamo o non abbiamo qualche cosa di buono, ammirato, desiderabile o desiderato che altre persone sono o hanno.>> e conclude sintetizzando con la seguente definizione <<L’invidia è il dolore della percezione delle differenze con proprio svantaggio.>> (P. Roccato, dal testo del seminario 1998-’99 Invidia e assetto mentale invidioso: un nuovo modello). Freud non conferisce all’Invidia uno status psichico autonomo, ma la analizza molto significativamente in due contesti differenti. In Psicologia delle masse e analisi dell’Io si sofferma sulle dinamiche legate alla competizione sia nell’ambito familiare (tra fratelli) che in quello sociale (tra gruppi); qui il soggetto invidioso non potendo assurgere a “migliore” o “preferito” mette in atto una serie di strategie svalutative per far sì che nessun altro possa rivelarsi il “migliore” o il “preferito”. Ma è nei Tre saggi sulla teoria sessuale che Freud assegna all’Invidia un ruolo centrale e pregnante, e qui ci riferiamo alla nota “Teoria dell’invidia del pene” (l’Invidia che prova la bambina quando si accorge di non avere il pene).

Nella presente stesura non abbiamo ancora distinto un’Invidia maschile da quella femminile, ma ci riserviamo di farlo più avanti. Torniamo a Freud e alla sua “invidia del pene”, un’Invidia tipicamente femminile che egli definisce una condizione atavica e “non elaborabile” (perlomeno non completamente) nel vissuto psichico della donna. Secondo Freud quest’Invidia sorge quando la bambina, attraverso il diretto confronto, prende atto della sua diversa conformazione anatomica; la mortificazione è tale che la bambina percepisce la sua vagina (il suo organo non aggettante) come un pene mancante o come il marchio di un’evirazione. La femminilità, fin dalla più tenera età, verrebbe quindi a istituirsi sul registro dell’inferiore e del mancante. <<Con il riconoscimento della ferita inferta al suo narcisismo>> scrive Freud <<si produce nella donna, quasi fosse una cicatrice, un senso di inferiorità che la fa cadere in balìa dell’invidia del pene, che lascerà tracce incancellabili nel suo sviluppo e nella formazione del suo carattere.>> Secondo Freud quando la donna desidera un figlio mette in atto una strategia compensativa inconsapevole (il figlio come surrogato-sostituto simbolico del pene mancante). Questa teoria è stata duramente contestata dal movimento femminista degli anni ’60-’70, e oggi sono davvero pochi gli studiosi contemporanei che la ritengono valida e credibile. Interpretata da una determinata ottica questa controversa teoria freudiana avvalorerebbe però certe antiche convinzioni circa l’Invidia connaturata al femminino non solo culturalmente ma anche biologicamente.

Secondo uno stereotipo diffuso le passioni più esteriori (come la competizione e l’ira) sarebbero appannaggio dell’universo maschile, mentre quelle più interiori (l’Invidia, la vendetta) riguarderebbero più da vicino l’universo femminile. <<(…) l’identificazione invidia-donna>> scrive Elena Pulcini, docente di Filosofia sociale all’Università di Firenze e autrice del bellissimo saggio Invidia, edito da Il Mulino <<sembra essere una di quelle costanti che resistono nello spazio e nel tempo attraversando culture e civiltà (…) Quello che però lo stereotipo non ci rivela, e che al contrario subdolamente nasconde, è che le donne sono state, per così dire, costrette all’invidia. Siamo invidiose, in altri termini, non perché ciò pertiene a una presunta natura femminile, subdola, velenosa e vendicativa, ma perché abbiamo a lungo subìto uno status di impotenza, che ci ha spinte inevitabilmente verso le “passioni tristi”, verso forme tortuose e reattive di espressione emotiva.>> Più che “femminile” l’Invidia è “femminea” per via di quelle modalità felpate e sofisticate cui sovente ricorre, per quell’invisibilità che nell’immaginario collettivo mal si associa all’irruenza maschile. Nella tradizione iconografica l’Invidia ha quasi sempre volto di donna, dalle xilografie medievali al fumetto disneyano (si pensi all’Invidia della stagionata Grimilde per la giovane e fresca Biancaneve). Nella realtà l’Invidia travalica i generi e si manifesta nei contesti più svariati. Se per un attimo infatti lasciassimo da parte l’individuo e il suo amor proprio e ci allargassimo più in generale alla collettività non tarderemmo a riconoscere nell’Invidia uno dei mali sociali più violenti e corrosivi.

Con l’affermarsi delle società democratiche e capitalistiche l’Invidia si è ritagliata sempre più invasivamente un posto di tutto rispetto negli equilibri sottesi alle relazioni; la felicità come diritto istituzionalizzato e inalienabile ha ingenerato nuove aspettative di realizzazione (emotiva, professionale, sociale) che hanno inasprito le dinamiche del confronto fra simili: perché lui sì e io no?, perché lui ha trovato lavoro e io no?, perché lei è snella e io no?, perché loro vanno in vacanza e io no?, perché lui è felice e io no? L’Invidia più feroce si instaura quando tra invidioso e invidiato sussistono similitudini e una certa parità di strumenti. Difficilmente un impiegato invidia un astronauta. Si invidia tendenzialmente ciò che ci è più vicino e verso il quale sentiamo un determinato svantaggio. L’Invidia può rassomigliare per certi versi a un capriccio inespresso che si rovescia nella proiezione di un dispetto. Paradossalmente si può invidiare anche ciò che non si desidera, semplicemente perché ci dà fastidio che l’altro lo possegga. Scrive Paul Valéry nei Cattivi pensieri: <<Considerate bene ciò che invidiate e vi accorgerete che c’è  sempre una felicità che non avete, una libertà che non vi concedete, un coraggio, un’abilità, una forza, dei vantaggi che vi mancano e della cui mancanza vi consolate col disprezzo.>>

L’Invidia è sempre patologica perché chi ne soffre non può guarirne; è una disposizione dell’animo che il malato sovente si trascina dall’infanzia, dalle fasi irrisolte e problematiche del suo sviluppo. Chi nutre Invidia non sa relazionarsi, e se lo fa persegue quasi sempre fini utilitaristici e opportunistici, concentrato com’è su se stesso non si preoccupa che della propria affermazione e del proprio tornaconto. Ipocrisia, finzione, doppiezza sono le armi dell’invidioso patologico attivo, sempre pronto a sguainarle a seconda della situazione. Nei rapporti d’amicizia, tanto in quelli più stretti quanto in quelli più sporadici, l’Invidia regna sovrana e trova anzi l’humus ideale. Un passaggio di Eschilo: <<Pochi sono gli uomini pronti a rendere omaggio, senza sentimenti d’invidia, al successo di un amico>> lo ritroviamo in Oscar Wilde: <<Tutti sono buoni a compatire le sofferenze di un amico, ma ci vuole un’anima veramente bella per godere dei successi di un amico.>> Le amicizie, anche quelle più solide e durature, molto spesso finiscono per incrinarsi irrimediabilmente sotto il peso di questa terribile maledizione. Dietro lo sguardo sprezzante dell’invidioso si cela sempre l’ammirazione. <<L’invidioso mi loda senza saperlo.>> ironizza Gibran in un suo aforisma. Il rapporto d’interdipendenza tra Invidia e ammirazione è ben individuato da Kierkegaard quando afferma:<<L’invidia è ammirazione segreta. Una persona piena di ammirazione che senta di non poter diventare felice abbandonandosi (rinunciando al proprio orgoglio), sceglie di diventare invidiosa di ciò che ammira. (…) L’ammirazione è una felice perdita di sé, l’invidia un’infelice affermazione di sé.>> Il concetto di “ammirazione” ci riporta all’etimologia latina dell’invidiare (in-videre) anche come “non vedere” o “non voler vedere”, e di qui l’Invidia viene a palesarsi anche come una forma di “cecità”. Non a caso Dante, nel XIII canto del Purgatorio, assegna agli invidiosi la pena degli occhi cuciti col filo di ferro, punendoli simbolicamente nel punto nevralgico, nello sguardo bieco e malevolo che in vita adoperarono contro il prossimo. Senza scomodare la letteratura – i contributi a tal riguardo sarebbero davvero numerosissimi da Melville fino al nostro Moravia – o il cinema, ci basta attingere alla tradizione popolare dei proverbi, talune volte più acuti di tanta psicanalisi: all’invidioso gli si affila il viso e gli cresce l’occhio; chi d’invidia campa disperato muore; dall’invidioso guardati come dal tignoso; è peggio l’invidia dell’amico che l’insidia del nemico; falsità, calunnia e inganno sono gli strumenti dell’invidia; l’invidia è sommo male perché crepa dell’altrui bene; l’invidia è un tarlo che rode il legno in cui cresce; se l’invidia fosse febbre, tutto il mondo l’avrebbe; l’invidia fa agli altri la fossa e poi vi casca dentro; chi vive d’invidia muore di rabbia; (l’elenco è lunghissimo). Molto efficace anche il contributo lasciatoci da Leonardo: <<Dov’entra la Ventura, la ‘nvidia vi pone lo assedio e lo combatte, e dond’ella si parte vi lascia il dolore e il pentimento.>> Anche i testi biblici riportano una puntuale definizione dell’Invidia: “Ho anche visto che ogni fatica e ogni buona riuscita nel lavoro provocano invidia dell’uno contro l’altro. Anche questo è vanità, un correre dietro al vento” (Ecclesiaste 4:4); e in Proverbi (14:30): “Un cuore calmo è la vita del corpo, ma l’invidia è la carie delle ossa”.

Fin qui volutamente, per non mettere troppa carne sul fuoco, non abbiamo toccato il sottile rapporto intercorrente tra Invidia, superbia e gelosia; in molti casi la superbia è un ingrediente, una spezia dell’Invidia, diverso è invece il sentimento della gelosia, e per sintetizzare potremmo affermare che: mentre l’invidioso odia chi ha ciò che egli desidera ma non possiede, il geloso invece odia chi teme possa sottrargli ciò che egli possiede. Il concetto dovrebbe essere chiaro. E l’invidiato? Non abbiamo ancora speso una parola sulla sventurata vittima. L’invidiato non è ascrivibile a una categoria unica e non necessariamente deve essere un vincente. Nessuno può dirsi immune dall’Invidia, e persino l’invidioso può essere a sua volta invidiato. L’Invidia suole ingozzarsi ai più disparati banchetti e quando ha fame, quando il tarlo rode non disdegna niente e nessuno. Può accadere infatti che si invidi un soggetto più sfortunato o meno avvenente e le ragioni sono molteplici; una diva hollywoodiana può invidiare la vita semplice di una sguattera, così come un intellettuale i pensieri meno complessi e problematici di un pescatore, in un vero e proprio rovesciamento dei vantaggi. Ciò che indispone principalmente l’invidioso, lo ribadiamo, è la compiutezza dell’altro. Nella patinata civiltà delle apparenze l’Invidia è anche qualcosa che si vuole suscitare a tutti i costi per uscire dall’anonimato e per distinguersi dagli altri. Piccole invidie e grandi invidie destabilizzano quotidianamente quelle strutture sociali di per sé già così fragili e avvelenano la spontaneità dei legami interpersonali. Non è né un vizio né un sentimento questa passione triste con la quale, nostro malgrado, siamo costretti a convivere. Se si rendesse più riconoscibile potremmo allontanarcene per tempo ed evitare così di incrociare quello sguardo, quella luce cupa e verdastra che altro non attende se non di lanciarci i suoi strali avvelenati. Tra i mali oscuri e insondati dell’animo umano l’Invidia è dei più temibili. Come “peccato” la si può addirittura ricondurre all’origine stessa del male, e precisamente nel peccato d’Invidia di Lucifero verso Dio. “…Io salirò in cielo, eleverò il mio trono al di sopra delle stelle e di Dio; (…) salirò sulle sommità delle nubi, sarò simile all’Altissimo” (Isaia 14:13-14). L’Invidia dunque ha debuttato niente meno che in cielo, per poi spostarsi sulla terra quando il serpente (verde!, ci sarebbe da scommetterci) indusse Eva in tentazione facendole credere che mangiando del frutto proibito sarebbe diventata simile a Dio. Che dire, da allora strisciando strisciando l’Invidia ne ha fatta di strada!

 

Massimiliano Sardina

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