IL DIO NERO DI FO. Dario Fo racconta l’Evoluzione

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Scrivo su Dio: conto su pochi lettori e ambisco a poche approvazioni.

Se questi pensieri non piaceranno a nessuno non potranno che essere cattivi,

ma se dovessero piacere a tutti li considererei detestabili.

Denis Diderot, Pensieri filosofici, 1746

di Massimiliano Sardina

Dario Fo racconta l’Evoluzione e lo fa attraverso una straordinaria lezione-spettacolo, un monologo concitato e disinvolto capace di mediare tra il linguaggio del teatro e quello della divulgazione scientifica. Sull’importanza dell’insegnamento della teoria evoluzionistica non si insiste mai abbastanza, e Fo lo sa bene. L’occasione è fornita dall’Evolution Day, il 13 febbraio, una data simbolica che se da un verso si propone di celebrare la grande eredità di Darwin, dall’altro vuole ribadire l’importanza di mantenere gli artigli ben affilati contro le subdole teorie anti evoluzionistiche e creazioniste purtroppo sempre in agguato; a questo proposito Fo cita il caso esemplare della Moratti che in veste di Ministro dell’Istruzione ostacolò l’insegnamento dell’Evoluzione nelle scuole pubbliche, e che come Sindaco di Milano tagliò i fondi al Museo di Storia Naturale. Molto significativamente è proprio il Museo di Storia Naturale il luogo prescelto da Fo per la messa in scena di Dio è nero!, un museo che ancora oggi rischia di chiudere i battenti per il disinteresse delle istituzioni. <<Come si diventa primitivi?>> La lezione-spettacolo si apre emblematicamente con questa domanda formulata, non a caso, da un bambino. Quello che segue è una risposta più che esaustiva pronunciata con il tono di denuncia insieme misurato e irriverente cui Fo ci ha da tempo abituati. Dio è nero! vuole essere in primo luogo la proclamazione di una verità scomoda, una verità “prima” che ci riguarda tutti molto da vicino, tutti nessuno escluso (Moratti compresa).

Oggetto del contendere è la reale origine dell’uomo e, per riflesso, il fondamento autentico della sua natura. Nel suo dialogo sui massimi sistemi Fo mette in campo due voci: quella di uno sprovveduto (novello Simplicio galileiano) e quella di un “soggetto informato sui fatti”; ne scaturisce una graduale revisione di quelle credenze erronee purtroppo ancora oggi saldamente radicate in certe fasce della società contemporanea, credenze dure a morire anche perché quotidianamente indottrinate da “enti preposti” (dittature ideologiche che lucrano da secoli sull’ignoranza e la dabbenaggine traendone ogni sorta di profitti). Questi nemici della verità Fo li addita uno per uno, partendo dall’Antico Testamento fino ai nani e ai puttanieri del governo attuale. Fa nomi e cognomi (e precisi riferimenti) e si felicita dell’immediato consenso del pubblico in sala. Fa accuse dirette e le mitiga con un’ironia solo formale che le rafforza e le ribadisce. Con toni nient’affatto rassicuranti Fo mette il pubblico in allarme, lo invita a riflettere e soprattutto lo sollecita a una reazione concreta, affinché alla consapevolezza faccia seguito anche una reale presa di posizione sul piano etico e politico. La nostra storia evolutiva, così faticosamente ricostruita dall’indagine comparata, non può restare un assioma astratto privo di implicazioni con il presente; se l’Evoluzione ci insegna da dove siamo venuti, sottolinea Fo, è anche un indicatore di come ci siamo ridotti (o arenati). È questo il punto più cruciale del monologo, l’altra faccia dell’Evoluzione, quel meccanismo inceppato che sta portando sempre più l’umanità alla deriva e che è solito fregiarsi col nome di progresso. <<(…) non possiamo farci cullare dall’idea di un progresso infinito – scrive Felice Cappa nella prefazione – tanto caro a un sistema che fa del profitto economico la sua legge universale, dobbiamo essere consapevoli che l’evoluzione umana è arrivata a un punto di crisi, non può procedere secondo una geometrica espansione dello sviluppo che non tenga conto dei limiti delle risorse naturali disponibili.>>

L’antidoto a questo finto progresso (o danno collaterale evolutivo) è il regresso, il recupero del primitivo, il culto del Dio nero fatto a immagine e somiglianza dell’antropomorfa femmina dalla quale l’umanità si è ramificata. È a quell’ominide africano di sesso femminile che tutto deve ricondursi. Alla caricaturale Eva biblica della cultura occidentale Fo contrappone l’Eva mitocondriale, la civiltà primigenia scaturita dal ventre nero della Grande Madre. Il vero passo falso dell’Evoluzione, secondo Fo, sta nello strapotere dei modelli dominanti maschili, più inclini per loro natura all’utilitaristico (e quindi allo sfruttamento indiscriminato); per contro la cultura femminile – nel corso dei secoli sempre più subordinata a quella maschile – è tratteggiata come antica depositaria dell’armonia (la femmina-mater che custodisce e protegge, tesoriera di generazione in generazione degli istinti e delle ragioni della specie). Dell’uomo, ma sarebbe più appropriato dire del “modello maschile”, Fo restituisce un ritratto spietato e severo. Ed è quest’uomo (opportunista, profittatore, avido di potere) che crea Dio (il Dio delle religioni rivelate) a sua immagine e somiglianza, e cioè sarebbe a dire a suo uso e consumo. Il passo falso del cammino evolutivo Fo lo individua in questa disarmonia, in questo squilibrio che come una sorta di mutazione memica continua a replicarsi rafforzando sempre più il modello dominante. Una speranza c’è e Fo la ripone nell’infanzia, quell’infanzia dell’umanità che sopravvive non solo nelle popolazioni delle zone meno sviluppate del pianeta – quelle ancora “primitive” e meno adulterate dalle tecnologie snaturanti – ma anche come residuo atavico in ciascun essere umano. Nel Dio nero – scimmietta ostinata e intraprendente – convergono tutte le culture del mondo, tutte le razze e tutte le religioni, nonché entrambi i sessi. Nel ricongiungimento a questa divinità razionalmente e scientificamente dissacrata (leggi desacralizzata) Fo intravede la sola possibilità di riscatto per un’umanità che vuole continuare a considerarsi tale; tutta la fiducia, in particolare, la ripone nei bambini, nel germoglio che orienta la ramificazione degli uomini futuri. Affinché l’Evoluzione riprenda il giusto corso si rende oggi necessaria più che mai una risintonizzazione, previa scrollatura di tutte quelle scorie culturali che nel corso dei secoli si sono stratificate sull’essenza naturale primigenia; e va da sé che per ripristinare l’armonia tra umanità e mondo naturale non servono idoli (fatti a immagine e somiglianza di chi?) o suggestionanti credenze ma conoscenza, consapevolezza e razionalità scientifica. <<(…) il problema dell’anima non era assolutamente un problema per i cavernicoli ma a loro piuttosto interessava scoprire al più presto se il neonato possedesse l’intelligenza, il senso dell’ironia…>> Un’Evoluzione che si dica tale non può quindi poggiare su falsi miti (le divinità, il potere, il denaro), dovrebbe anzi procedere sempre in meglio e se possibile tendere alla perfezione. Cos’altro è l’Evoluzione se non un incessante (seppur lento) processo di perfezionamento? <<Guarda che cosa succede ai nostri giorni, cielo, terra e mari inquinati come discariche. Le inondazioni si susseguono una dietro l’altra, spazi immensi che diventano deserti, gli tsunami che spianano isole e città, nevica in piena estate in terre in cui l’inverno non si sa nemmeno cosa sia. E la gente come reagisce? Fa qualcosa? Niente, tira a campa’!, senza farci caso. È da anni che grandi scienziati avvertono a tormentone che siamo prossimi ad un collasso di dimensioni galattiche. Ma chi se ne frega! Se succede succederà fra 10/20 anni e forse più. Ma non vi importa nemmeno dei vostri figli, nipoti? Come ce la caveremo quando all’istante ci sarà il black-out totale?>>

Dario Fo lancia il suo monito all’umanità con la carica eversiva che l’ha sempre contraddistinto, e lo fa da un palchetto allestito in una sala del Museo di Storia Naturale di Milano. Come scenografia, alla stregua di silenziosi ma fin troppo espliciti testimoni, rettili in formalina, fossili, scimmie e pennuti tassidermizzati. Più che un monito però la lezione di Fo vuole essere soprattutto uno sprone, un invito a riappropriarsi della propria vita attraverso le armi dell’intelligenza e della coscienza storica. Dio è nero! può essere letto, in sintesi, come un vero e proprio “elogio del primitivo” in netta contrapposizione con l’alienazione contemporanea e con tutte quelle ideologie che snaturano l’equilibrio armonico tra uomo e natura. Alla lezione-spettacolo ha fatto seguito un compendio documentale edito dalla Raffaello Cortina Editore (libro+dvd); il testo è corredato da illustrazioni dello stesso Fo, dalla prefazione già citata di Felice Cappa e da una chiusa a firma di Telmo Pievani.

Massimiliano Sardina

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One thought on “IL DIO NERO DI FO. Dario Fo racconta l’Evoluzione

  1. L’ronia a volte paradossale nel teatro di Dario Fo,non può che portare a fare delle riflessioni attente sulla vita,ma soprattutto sul potere,su chi ci governa,e su chi c’è dietro i governi,in particolare oggi, che si vive in una società in cui prevale un progresso senza cultura!

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