THE HELP – Una semplice storia di razzismo

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di Carlo Camboni

Film di impostazione classica, “The Help” colpisce il cuore dello spettatore sin dalle prime scene raccontando una storia di razzismo tanto semplice e intima quanto profonda e coinvolgente. La sceneggiatura, dello stesso regista Tate Taylor, è tratta dal romanzo di grande successo negli U.S.A. della scrittrice Kathryn Stockett. Film corale, si avvale dell’interpretazione di un cast in stato di grazia che regala una marcia in più alla regia volutamente poco invasiva, tanto che il ritmo narrativo subisce spesso delle accelerate improvvise grazie al genio di attrici come Octavia Spencer che ri-dirigono la scena con sguardi e gestualità. Nel Mississippi del 1963 la giovane Skeeter (Emma Stone), appena laureata, viene assunta dal giornale locale di Jackson per scrivere di economia domestica; ben presto preferisce raccogliere le confidenze della cameriera di colore Aibileen, che ha allevato 17 figli di donne bianche e vive nel ricordo di un figlio suo morto tragicamente. Aibileen, una misurata Viola Davis, racconta a Skeeter le angherie e i soprusi cui è stata sottoposta nel corso degli anni dalle donne bianche per le quali ha lavorato; dipinge e strappa il velo di ipocrisia e di sottile crudeltà che contraddistingue la vita tra le mura domestiche, fatta di ricevimenti borghesi, the, chiacchiere e biscottini e la costruzione di appositi bagni per  “i negri che hanno malattie diverse”. Le due protagoniste vengono aiutate dalla migliore cuoca della città, l’esuberante Minny interpretata da Octavia Spencer, a raccogliere le testimonianze di altre cameriere. L’intento di Skeeter, aspirante scrittrice e archetipo di donna in carriera ante litteram, è quello di scrivere un libro di interviste senza rivelare l’identità di nessuno e squarciare il sipario di omertà ed esibito bon ton rimettendo in discussione la posizione di ognuno. Di rivoluzionario c’è il punto di vista del libro, che è quello delle cameriere di colore. “Sogni mai di essere qualcos’altro?” chiede Skeeter ad Aibileen. Sul grande schermo sono già state raccontate tante storie sul razzismo, eppure questo è un film fresco e stimolante perché viene esplorato un microcosmo femminile spietato e crudele; ci sono pochi maschi nel film e, in ogni caso, hanno poche battute: il fidanzato di Skeeter in un momento di romanticismo diventa involontariamente comico: “non ho mai conosciuto una donna che dice quello che pensa”. Tra le varie scene che negli Stati Uniti hanno scatenato gli applausi degli spettatori mi piace ricordare, nel momento più drammatico del film, il dialogo tra Aibileen e Minny: “noi viviamo all’inferno, i nostri figli in trappola”, parole che rendono una dimensione senza speranza. Nella scena finale, commovente, abbiamo un primo piano di Viola Davis che s’incammina verso un futuro incerto ma con la forza della consapevolezza: le si legge in faccia la voglia di far valere i propri diritti, quelli che valgono o dovrebbero valere per ogni essere umano. Alcuni hanno criticato il film per la scelta di un tono tendenzialmente leggero, e la fuga deliberata dall’azzardo del dramma sociale, ma un’analisi attenta rivela l’angoscia di un universo femminile e più in generale di un’umanità  che tenta una ribellione rispetto alle costrizioni dettate dalle regole sociali, dalle appartenenze per nascita, dalle prigionie del servo contro padrone imposte da modelli abusati che si rifanno a un passato che può finalmente gettare la sua luce in un presente carico di incognite ma costruito sul dialogo, sulla forza della parola.

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