QUANDO GLI ALTRI ERAVAMO NOI

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Lo stereotipo dell’Immigrato

di Vanessa Pillirone

Stiamo ormai lasciando alle nostre spalle il freddo dell’inverno e ci proiettiamo già – chi più, chi meno – nell’allegria della bella stagione. La mente corre veloce verso fantasticherie ricche di divertimento, nuove esperienze, spiagge assolate e tuffi in acque salate. Eppure gli anni scorsi ci hanno insegnato che l’estate non porta con sé solo la spensieratezza tanto agognata, ma anche difficoltà e questioni controverse. Mi riferisco alle difficoltà sociali, politiche ed economiche che attraccano nei nostri porti e varcano le nostre frontiere insieme agli sbarchi e agli arrivi degli immigrati. È questa una questione con la quale siamo tutti chiamati, inevitabilmente, a confrontarci. Qualche considerazione è dunque doverosa. La riflessione che qui si propone non ha niente a che fare con gli aspetti economici, logistici o politici correlati a questo fenomeno. Si vuole, al contrario, ragionare su considerazioni essenzialmente umane.

Il problema a cui sollecito tutti voi riguarda i sentimenti che nutriamo e l’atteggiamento con cui ci rapportiamo nei confronti degli immigrati. Si tratta spesso di sentimenti di rigetto. La sociologia e la psicologia ci hanno chiaramente spiegato che è un sentire del tutto normale. È normale provar paura del diverso da noi, dell’ignoto, dell’altro, e per questo è normale rifugiarsi dietro vane corazze fatte di riferimenti ad un’identità maggioritaria di appartenenza. È il solo modo che abbiamo per difenderci da ciò che ci è sconosciuto. Ma è poi giusto tutto questo? Il solo fatto di appartenere alla maggioranza veramente giustifica l’ostilità nei confronti dell’altro? Lasciare la propria terra, i propri cari, la propria identità collettiva sono tutti eventi che drammaticamente feriscono chiunque è costretto a viaggi della speranza – spesso in condizioni che vanno ben oltre la soglia della tollerabilità umana. Bisognerebbe quindi pensarci un po’ su prima di ingrossare con inutili dosi di inimicizia il male sofferto da chi arriva in una terra lontana carico di mille speranze. Il tempo e la crudeltà insita nel nostro stile di vita faranno imparare anche a chi non ha ancora esperienza di vita nelle nostre società quali siano le regole che le governano e con cui tutti, indistintamente dalle origini, ci confrontiamo. Che gusto c’è dunque a rincarare la dose? Per ricordare a tutti che l’odio e l’intolleranza sono un grosso male da combattere vale la pena rammentare che l’Italia era, fino a non molto tempo fa, terra di emigranti e non di immigrati. Troppa è stata l’ostilità che molti dei nostri compatrioti hanno subito in un altrove dove speravano di realizzare il sogno della propria vita. Questo dovrebbe esserci da monito. Quando gli altri eravamo noi, abbiamo imparato sulla nostra pelle cosa sia il rifiuto, l’etichetta di ultimi degli ultimi. Abbiamo sofferto l’atteggiamento di chi non ci ha ritenuti degni di quel rispetto che ad altri era invece dovuto.

A confermare ciò basti un rapido e futile sguardo al cinema americano, e non solo. Molti i film dove si tracciano riferimenti all’Italia e agli Italiani. Dall’ormai mitico sequel de “Il padrino” a ben più recenti film drammatici, commedie, serie televisive e quant’altro, del tipo “Mangia, prega, ama” e “Il capo dei capi”. In tutti quei film si corre sempre lungo la distorta via dello stereotipo. L’italiano è rappresentato di volta in volta come il mafioso, il violento, il latin lover, il mangione, lo sfaticato, l’esuberante, e così via. Una conoscenza dell’Italia e degli italiani che si ferma dunque al corollario di pregiudizi nati insieme all’immigrazione oltreoceano. Le loro origini sono sì lontane nel tempo, ma gli effetti drammaticamente attuali. La lotta contro questi stereotipi è ancora accesa e viva dato che la loro sconfitta rappresenta un’operazione ben difficile, quasi una mission impossible (per restare in tema hollywoodiano). Molte le organizzazioni che promuovono all’estero la nostra cultura, il nostro stile di vita e la nostra arte, e che lottano contro pregiudizi e stereotipi vecchi più di un secolo. Lo fanno anche, ma non solo, attraverso i mass media, compreso il cinema. In realtà il riferimento al cinema vuole solo essere un esempio di come l’intolleranza produca conseguenze che facilmente piantano radici salde, forti e durature.

Ancora oggi l’italiano all’estero paga, dicevo, lo smacco di quei pregiudizi nonostante nomi del calibro di Francis Ford Coppola (regista), Frank Sinatra (cantante), Amadeo Peter Giannini (uno dei fondatori di Bank Of America), Rudolph Giuliani (ex-sindaco di New York), e così via. Ecco che allora la nostra stessa esperienza, le difficoltà subite – nel passato e nel presente – dovrebbero insegnarci a non fomentare lo stesso errore, dovrebbero condurci all’apertura e alla vera conoscenza delle singole storie di uomini e donne che tentano di sfuggire a destini assai drammatici e sperano di trovare un po’ di serenità nel nostro “mondo civile”. Il fomentare l’inimicizia, l’ostilità, l’intolleranza e l’odio ci porterebbe indubbiamente a nuove divisioni e frontiere che alimenterebbero errori e stereotipi. Spezzare questa catena quando si è ancora in tempo è un buon antidoto per tutti. I pregiudizi generano odio e disordine, la loro mancanza, al contrario, produce gli effetti contrari e dunque benefici per tutti. La nostra esperienza ce l’ha insegnato, ricordiamolo.

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