NECROFILIA MUSICALE. Muori che ti compro

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di Leone Maria Anselmi

Dopo Michael Jackson e Amy Winehouse ora i casi eclatanti più recenti sono quelli di Whitney Houston e del nostro Lucio Dalla. Il fenomeno del “muori che ti compro” registra infatti un dato inquietante anche nel nostro Paese. In tempi di crisi del supporto discografico solo la dipartita improvvisa (o prematura, meglio se in circostanze poco chiare) dell’interprete di turno sembra garantire un certo rientro economico ai bilanci sempre più magri delle majors, talvolta fino a raggiungere un vero e proprio picco delle vendite. Prendiamo il caso di Dalla. Sulla classifica ufficiale FIMI (Federazione Industria Musicale Italiana) del mese di marzo 2012 sono ben undici (caso più unico che raro) i titoli che compaiono in Top 100; il dato è significativo, soprattutto se si considera che l’ultima emissione ufficiale del cantautore bolognese (una raccolta Sony uscita sul mercato nel dicembre 2011), aveva registrato nei due mesi successivi risultati di vendita davvero trascurabili. Come si spiega allora questo clamoroso ribaltamento nel comportamento degli acquirenti in un lasso di tempo così breve? Per risponderci dovremmo interrogare quei meccanismi che agiscono nell’immaginario collettivo e che ne regolano determinati rituali e comportamenti. La perdita improvvisa genera un bisogno di compensazione; l’emotività innesca l’impulso che si placa attraverso la riappropriazione. Abbiamo preso ad esempio il caso di Dalla, ma la nostra riflessione si muove su un piano più generale. La corsa all’acquisto dell’oggetto correlato al defunto (nel nostro caso un cd o un vinile) non è esente sui grandi numeri da una generosa dose di morbosità inconsapevole. Se volessimo utilizzare un’immagine estrema potremmo visualizzare quella di uno stormo di avvoltoi che si avventa su una carcassa esanime.

Cosa spinge la gente ad accaparrarsi parti di cadavere? Cosa alimenta questo fabbisogno di reliquie? La morte di un personaggio famoso si abbatte necessariamente su una comunità. La condivisione del lutto costituisce uno di quei rari momenti di aggregazione nei quali la comunità può identificarsi in un sentimento comune. Si tratti di un conduttore televisivo, di un papa o di un cantante fa poca differenza. Con i personaggi più noti vige una sorta di parentela acquisita, quindi le folle rivendicano di diritto la loro piccola porzione di lutto. “…Se ne vanno sempre i migliori”, non si sente dire forse sempre così? Fatto è che la morte trasfigura e eroizza un po’ tutti, nell’arte in modo particolare, ed ecco che l’oggetto-feticcio (una prima edizione o un’edizione postuma de luxe) si carica di valenze magiche. Alla luce degli esorbitanti dati di vendita, a un certo punto potrebbe anche sorgere il sospetto che determinate morti siano in qualche modo pilotate (per Michael Jackson se ne è parlato, e molti aspetti della sua vicenda restano ancora tutti da chiarire). Senza nulla togliere alle celebrazioni postume – tanto più doverose se sono meritate – sarebbe auspicabile che di questi artisti ci si ricordi un po’ più da vivi, e che la corsa all’acquisto si distribuisse più equamente nel tempo.

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